Il Polo festeggia l’autogol della sinistra sull ’art.18

16/01/2003

          16/01/2003

          Lo Statuto tutela meno della metà di 22 milioni di lavoratori
          REFERENDUM. I SÌ NON VINCERANNO, MA L’ULIVO HA GIÀ COMINCIATO A LITIGARE SULL’EREDITÀ COFFERATI
          Il Polo festeggia l’autogol della sinistra
          sull’art.18

          I sì non vinceranno al referendum per l’estensione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori ammesso ieri dalla Corte Costituzionale, come aveva anticipato il Riformista. Ma questo risolverà solo i problemi di carattere
          giuridico: la norma resterà com’è, con l’eventuale deroga sperimentale prevista dal Patto per l’Italia (sempre che si trasformi in legge) per le aziende che assumendo nuovi lavoratori supereranno la soglia dei 15 dipendenti. Dunque, dal punto di vista istituzionale, un referendum «inutile», come ha detto
          l’ex ministro del Lavoro, Tiziano Treu (Margherita). La prova referendaria
          non sarà, al contrario, indolore sotto il profilo politico, in particolare nell’area del centro sinistra. Il punto è stato già colto con lucidità ieri in un commento
          sull’Avvenire:«Per una eterogenesi dei fini, infatti, il referendum nato per contrastare il governo Berlusconi nella sua confusa riforma del lavoro,
          rischia intanto di dividere il centro sinistra, più di quanto preoccupi in centro destra». Appunto. Nessuno nella Casa delle libertà sosterrà l’estensione dell’articolo 18. Una parte del centro sinistra, al contrario, ha promosso il
          referendum, portando alle estreme conseguenze la battaglia della scorsa primavera sui diritti e la dignità dei lavoratori. Rifondazione comunista, i Verdi, l’area diessina di «Socialismo 2000», guidata dall’ex ministro del Lavoro Cesare Salvi, la Fiom (la federazione dei metalmeccanici della Cgil) e altri settori della Cgil come quello che fa capo a Gian Paolo Patta, segretario
          confederale e animatore del cosiddetto «Partito dei lavoratori» sono i promotori del referendum.
          E ora costituiranno i comitati per il sì. Per il no sono la maggioranza dei Ds e la Margherita che ieri ha definito il referendum «ingiusticato e pericoloso».
          Non sfugge a nessuno, poi, il ruolo che in questa vicenda avrà da una parte la Cgil e dall’altra l’ex leader sindacale Sergio Cofferati. Andiamo con ordine. La maggioranza della Cgil – lo ha ribadito anche ieri Guglielmo Epifani – deciderà
          nelle prossime settimane la posizione da assumere. Ma l’orientamento prevalente e più ragionevole sembra quello dell’astensione.
          Una scelta che comunque esporrà Corso d’Italia a critiche molto violente. La prima netta è arrivata ieri dal sottosegretario al Welfare, Maurizio Sacconi: «Il
          confronto referendario consentirà di rifare chiarezza sulla mistificante definizione secondo cui l’articolo 18 conterrebbe un diritto di civiltà. Se così fosse esso dovrebbe applicarsi a tutti i lavoratori italiani, come chiedono i proponenti, e non solo, come ora, alla metà di essi».
          I medesimi argomenti vengono richiamati – direttamente o indirettamente – all’attenzione della Cgil da parte dei sostenitori del sì. A stringere la morsa sul
          la Cgil contribuiranno anche le critiche di Cisl e Uil (entrambe firmatarie del Patto separato del luglio scorso) in una fase nella quale, dopo la decisione del
          nuovo sciopero solitario da parte della Cgil, le divisioni appaiono radicali e, forse, non più ricomponibili.
          C’è poi la posizione di Cofferati il quale, nella versione sindacale, si era scagliato contro il referendum sostenendo l’inadeguatezza dell’istituto
          referendario ad estendere i diritti sociali. E Cofferati, in genere, non cambia
          opinione. Ora, però – come rilevava l’Avvenire – il Cinese è il leader riconosciuto di un movimento ampio che si è cementato anche nell’opposizione all’ attacco ai diritti di chi lavora. e che ambisce
          a creare le premesse per un Ulivo allargato. La scelta di Cofferati avrà ancora più peso di quella della Cgil.
          Con un occhio particolare, guarderanno alle posizioni della sinistra, tutti i piccoli e medi imprenditori, vicini tradizionalmente ai partiti dell’Ulivo, i quali
          nulla hanno a che temere dal referendum visto la vittoria dei sì sembra impossibile, ma molto si sentono minacciati da una cultura incapace di cogliere i mutamenti nel mondo del lavoro e le esigenze stesse delle aziende.
          Tanto più che già oggi c’è una disparità di trattamento considerata
          «ragionevole» dalla Consulta (sentenza n.44 del 23 febbraio 1996) tra i 10 milioni di lavoratori (compresi i 3,5 milioni di dipendenti pubblici) tutelati
          dall’articolo 18 dello Statuto e gli altri 12 milioni per i quali vale l’indennizzo monetario piuttosto che la reintegrazione in caso di licenziamento senza giusta
          causa. Per questi le tutele vanno aggiornate e diversamente modulate.
          Questa è la vera priorità, come dimostra la crisi Fiat, che riguarda sì gli 8.100 esuberi ma anche i 50 mila dell’indotto per i quali non c’è nemmeno la cassa
          integrazione.