Il piano smontato del ministro Tremonti (M.Giannini)

17/07/2003

giovedì 17 luglio 2003 
 
Pagina 16 – Commenti
 
 
Il piano smontato del ministro Tremonti

          MASSIMO GIANNINI

          Il "genio dei numeri", come lo chiama Berlusconi, ha provato fino alla fine a vendere la sua ultima invenzione: «Italiani, non vi resta che indebitarvi». Alla fine, sommerso dalle critiche nell´opposizione e paralizzato dalle liti nella maggioranza, ci ha rinunciato. Ma non c´è slogan migliore, per riassumere il Documento di programmazione economica che Giulio Tremonti ha presentato ieri alle parti sociali, e che il Consiglio dei ministri ha varato stanotte. Un testo generico e misterioso: arriva con un colpevole ritardo, e riflette la crisi in cui è precipitato il Polo dopo le amministrative. Un testo inutile e dannoso: è figlio della «verifica permanente» ormai aperta nella Cdl, e dà somma zero perché combina algebricamente le velleità del ministro del Tesoro e i veti incrociati di Lega, An e Udc.
          Non ancora appagato dai primi due anni di «finanza creativa» (che tra cartolarizzazioni e condoni espliciti o mascherati hanno fruttato 11 miliardi di euro tra 2001 e 2002) quest´anno il superministro dell´Economia ha superato se stesso. La manovra del 2004 sarà di 16 miliardi di euro. Di questi, solo 5,5 miliardi saranno interventi strutturali sulla spesa. Tutto il resto, oltre 10 miliardi di euro, saranno entrate «non ripetibili». Tra queste ce n´è una, che pare sia stata espunta all´ultimo momento dal Documento licenziato dal governo. Era la più stupefacente di tutte, e riguardava gli immobili. Si trovava scritta a pagina 27 della bozza iniziale del Dpef: «Nel nostro Paese c´è un´elevata potenzialità di finanziare i consumi convertendo in reddito una parte della ricchezza accumulata dalle famiglie attraverso la casa. Il rifinanziamento dei mutui preesistenti è già diffuso in altri Paesi, ma in Italia la quantità di mutui in essere è molto inferiore alla quota presente in altri Paesi. Da questo punto di vista, linee di credito al consumo direttamente garantite dal mutuo ipotecario sono una valida alternativa…».
          Tradotto per la gente comune, il ragionamento era elementare. Visto che la ripresa non c´è, le imprese non reinvestono, le tasse non calano, i cantieri non aprono, i consumi crollano, Tremonti raschiava il fondo del barile, e faceva l´ultima offerta promozionale agli italiani: «Non avete un euro da spendere? Ipotecatevi la casa, se non l´avete già fatto, e fatevi prestare un altro po´ di soldi dalle banche». Non male, per un Paese che di suo (secondo le stime della Banca d´Italia aggiornate proprio ieri al mese di marzo) sta già seduto su una montagna di 1 milione 381 mila 915 euro di debito pubblico. Non male, per quel milione e passa di famiglie che già vive di cambiali (secondo i dati di Assofin, Crif Group e Prometeia) con uno stock di prestiti in essere pari a 242 miliardi di euro nel 2002, cioè il 35% del reddito disponibile lordo.
          In questa trovata, a quanto pare accantonata all´ultimo momento di fronte ai dubbi degli alleati e alla furiosa reazione del centrosinistra e delle parti sociali, c´è comunque racchiusa l´essenza del «tremontismo». Quella originale costola tributaria del «berlusconismo» che in ogni caso aleggia su questo Dpef, e che contraddistingue la gestione dei conti pubblici di questo biennio. Quel misto di fantasiosa cosmesi finanziaria che «fa tendenza». Non risana, ma modernizza. Non risolve, ma svecchia. Il rigore finanziario diventa «lifting» contabile. I governi di centrosinistra hanno avuto il merito di rimettere in ordine il bilancio dello Stato, ma si portano dietro un peccato politico: il prudente realismo che talvolta è sfociato in un cupo pessimismo, più l´irresistibile preferenza per un certo «cadornismo fiscale» e per l´aumento delle imposte. Il governo di centrodestra si sta guadagnando sul campo il demerito di aver sfasciato l´equilibrio dei conti, e si porta dietro una tara genetica: un´allegra super-semplificazione dei problemi, più un sistematico rimando delle soluzioni alle generazioni future.

          Nell´anticamera della recessione, e dopo aver giurato meno tasse per tutti in campagna elettorale, il governo del Cavaliere fa bene a evitare altre stangate. Ma c´è un limite a tutto. Le manovre che assembla non sono né Keynes né Reagan. Non risultano né espansive né recessive. Non creano equità e neanche macelleria sociale. Semplicemente, tamponano, nascondono, rinviano. L´arte del rinvio, che permea anche questo Dpef, crea distorsioni economico-sociali permanenti. La sostanza del messaggio è semplice: indebitiamoci, prima o poi qualcun altro pagherà. La forma del messaggio appare più sofisticata: la cartolarizzazione diventa «securization», le una tantum diventano misure «one-off». Ma al dunque il «tremontismo», angofilo e elitario, sembra solo un aggiornamento dell´andreottismo, italico e popolaresco.
          Sarebbe fin troppo facile, adesso, ricordare le promesse che il superministro del Tesoro ha seminato in questi due anni. Appena due mesi dopo il trionfo elettorale della Casa delle Libertà, Tremonti a Bruxelles lanciò un proclama solenne: «Nell´ufficio del ministero c´è la scrivania di Quintino Sella: quella scrivania sarebbe liberata se il pareggio di bilancio non fosse raggiunto nel 2003» (Ansa, 11 luglio 2001). Il Dpef varato ieri notte indica un deficit programmatico dell´1,8% per il 2004, e rinvia addirittura al 2007 l´eventuale saldo «prossimo al pareggio di bilancio». Eppure la scrivania di Quintino Sella risulta regolarmente occupata. Un anno più tardi sparò un´altra previsione: «È possibile una crescita del 2,3% nel 2003» (Agi, 20 febbraio 2002). Otto mesi dopo fu ancora più netto: «Il prossimo anno centreremo l´obiettivo di un rapporto debito/Pil al 105%» (Adn-Kronos, 5 ottobre 2002). Come è noto, la crescita di quest´anno sarà dello 0,8%, e il debito supererà il tetto del 107% rispetto al Prodotto interno lordo. Il Dpef varato ieri notte fissa il tasso di crescita del 2004 a un modesto 2%, mentre per il debito pubblico si affida ai puntini di sospensione: «Il rapporto debito/Pil evidenzia una diminuzione attestandosi a fine periodo al …. per cento del Pil» (così, testualmente, è scritto nella bozza di Dpef entrata ieri sera in Consiglio dei ministri).
          Ma oggi scaricare tutte le colpe sull´uomo che continua a occupare la scrivania di Sella sarebbe come sparare sulla Croce rossa. I suoi giochi di prestigio precipitano su un palcoscenico politico logoro e disunito. Mancano ancora tre anni alla scadenza naturale della legislatura, ma questo Dpef apre ufficialmente il «ciclo elettorale» delle manovre economiche. Di fronte a un perdurante e sempre più inquietante deficit di leadership nella coalizione, rischia di finire fuori controllo il nostro deficit di bilancio nella Ue. E ogni partito si ripiega sul suo elettorato di riferimento in vista dello show-down d´autunno sulla Finanziaria. Fini argina Tremonti perché vuole giocare la vera partita sui rinnovi contrattuali nel pubblico impiego. Follini neutralizza Tremonti perché cerca di lucrare a settembre il massimo delle risorse per il Mezzogiorno. Bossi preme su Tremonti perché punta a salvare le pensioni d´anzianità, concentrate per il 70% al Nord. Berlusconi non controlla più niente e non garantisce più nessuno. Il Documento di programmazione nasce per sottrazione. È un compendio di rinunce e di occasioni mancate, che rispecchia il profilo sempre più evanescente di questa maggioranza. Una manovra sulla previdenza, inquadrata in un ridisegno complessivo del sistema di Welfare, sarebbe stata l´unica scelta che avrebbe potuto qualificare un piano di rilancio e di riforme programmatiche dell´azione di governo. Nella bozza entrata in Consiglio c´è un riferimento tanto vago da risultare ininfluente: «Al fine di assicurare un giusto equilibrio delle finanze pubbliche ed evitare che la pressione fiscale soffochi l´economia ed imponga un eccessivo onere alle generazioni future, è necessario perseguire con vigore il cammino delle riforme nei settori dell´istruzione, del lavoro e delle pensioni».
          Di questo passo, non resta altro che l´artificio contabile. Prima o poi il «genio dei numeri», insieme al suo premier, proporrà direttamente agli italiani di strofinare la lampada, e di esprimere tre desideri. Ne formuleremmo uno solo: dateci un governo serio. Di centrodestra moderato, o anche thatcheriano, vedano loro. Purtroppo per l´Italia, questa simpatica compagnia di illusionisti non è più credibile.