Il piano del governo: in pensione a 58 anni

04/05/2007
    venerdì 4 aprile 2007

    Pagina 2 – Primo Piano

    Retroscena
    Il cammino del nuovo stato sociale

      In pensione a 58 anni
      il piano del governo

      Stefano Lepri

        Chi è nato nel 1949 o nel 1950, e lavora almeno dal 1973, potrà andare in pensione l’anno prossimo: ecco la principale delle proposte sul welfare che il governo sta preparando per l’incontro di mercoledì 9 con le parti sociali. Così si modificherebbe la legge in vigore, la Maroni approvata dal centro-destra, secondo la quale a partire dal 2008 la pensione di anzianità, per la quale occorrono 35 anni di contributi, sarà invece concessa solo al compimento dei 60 anni (ai nati nel 1948, durante il prossimo anno).

        Questa, almeno, è la parte meno controversa. L’aumento dei requisiti per la pensione di anzianità previsto dalla legge Maroni dovrebbe essere ridisegnato rendendolo più graduale; il punto di arrivo, minimo 62 anni di età, sarebbe spostato al 1° gennaio 2014, con scatti di un anno in più ogni 18 mesi: 59 dal 1° luglio 2009, 60 dal 1° gennaio 2011, 61 dal 1° luglio 2012. Il pensionamento di anzianità a 57 anni, possibile oggi ma cancellato dalla Maroni con decorrenza 2008, resterebbe aperto a una lista ampliata di lavori «usuranti».

        Per conquistare il consenso dei sindacati, il piano del governo conterrà anche: l’aumento delle pensioni più basse, per circa un milione di persone che sono sotto i 400 euro; nuove misure di armonizzazione dei regimi previdenziali privilegiati (compreso un invito alle Camere a ridurre le pensioni ai parlamentari); l’aumento dell’indennità di disoccupazione, subordinato alla ricerca di un nuovo impiego; una cassa integrazione unica, estesa anche alle imprese sotto i 15 dipendenti.

        In parte il «pacchetto welfare» si sovrappone al «pacchetto famiglia» che il governo elabora in risposta alle richieste che verranno avanzate dai cattolici il 12 maggio. Ieri Romano Prodi ha accennato ad «aiuti diretti» alle famiglie: a quelle numerose (ovvero un nuovo aumento degli assegni familiari); a quelle più povere (un assegno agli incapienti, ovvero una «imposta negativa» pagata a chi guadagna troppo poco per godere di detrazioni Irpef); a quelle di anziani (gli aumenti alle pensioni minime di cui si parlerà il 9 maggio).

        Il presidente del Consiglio ieri ha anche accennato a «una grande varietà di soluzioni» per il pensionamento delle donne, «perché ci sono donne che vogliono restare nel mercato del lavoro» anche oltre i limiti attuali, e altre che «invece preferiscono il part time o chiedono la pensione anticipata». Su questo punto una posizione unica del governo non c’è ancora; la scelta che sta maturando è però quella di un graduale aumento dell’età minima a cui le donne ottengono la pensione di vecchiaia, dagli attuali 60 anni a 62, di pari passo con l’aumento del requisito per la pensione di anzianità.

        Il nodo è difficile da sciogliere perché la maggior parte degli uomini va in pensione di anzianità, mentre la maggior parte delle donne va in pensione di vecchiaia, dato che non ha sufficienti annate di contributi per lasciare prima. Proprio per questo motivo, l’età media effettiva a cui si lascia il lavoro è già oggi molto vicina per i due sessi. L’aumento dell’età di vecchiaia per le donne potrebbe essere «ammorbidito» da contributi figurativi per le maternità.

        In ogni caso, ha fatto capire ieri Prodi, si dovrebbe garantire un sistema flessibile in cui si possa scegliere di lasciare il lavoro più presto ma con una pensione più bassa, o più tardi con una pensione più alta. Per far questo però occorre che sia rivisto in modo razionale il sistema dei coefficienti di calcolo delle pensioni: mentre qui la distanza tra governo e sindacati resta molto ampia. Una ipotesi è di esentare dalla revisione i redditi più bassi e forse le donne; un’altra è di rinviarla al 2009 ma di accelerare la cadenza, oggi decennale.