Il perito: Giacomelli, acquisizioni imprudenti

17/09/2003



      Mercoledí 17 Settembre 2003

      FINANZA E MERCATI


      Il perito: Giacomelli, acquisizioni imprudenti

      L’altra crisi – La relazione dell’esperto del Tribunale sottolinea i rischi dell’operazione Longoni, finanziata coi bond


      MILANO – Informazioni non veritiere. Situazione patrimoniale e finanziaria poco solida già nei giorni dell’emissione obbligazionaria. La vicenda di Giacomelli mostra ogni giorno nuovi risvolti. I dettagli scritti nero su bianco nella relazione presentata dal professor Paolo Bastia al Tribunale di Rimini, grazie alla quale il gruppo Giacomelli è stato avviato verso la procedura di amministrazione controllata, entrano nella storia del gruppo. E, a parte il capitolo sulle denunce penali già illustrato dal «Sole-24 Ore» (vedi il 14 settembre), rivelano molti particolari anche sull’emissione obbligazionaria da 100 milioni di euro curata da Abaxbank e Banca Akros.
      L’operazione Longoni. Quando nel febbraio 2002 il bond fu emesso, i vertici di Giacomelli dichiararono che i soldi servivano soprattutto per lanciare la nuova catena di punti vendita (Xspot). Non annunciarono di avere acquisizioni importanti in cantiere (sebbene l’ufficialità dell’Offering Circular non lo escludesse). Tutti rimasero dunque sorpresi quando pochi mesi dopo (luglio 2002) Giacomelli acquistò Longoni Sport per 76 milioni di euro, prosciugando quasi tutta la liquidità raccolta con l’emissione obbligazionaria. E peggiorando la situazione finanziaria del gruppo: il prezzo fu infatti ritenuto all’unanimità troppo alto. I vertici di Giacomelli si giustificarono affermando che l’operazione Longoni era stata un’occasione improvvisa da cogliere al volo. Ma la relazione del professor Bastia lo smentisce.
      «È molto importante notare – si legge – che l’acquisizione di Longoni non avvenne rapidamente e con poca attività di analisi al fine di cogliere immediate opportunità altrimenti perdute». «In realtà già il 28 gennaio 2002 – continua la relazione – gli amministratori della Giacomelli Sport erano in trattativa per l’acquisizione di Longoni (come risulta dalla fattura della Teamaround) e l’emissione del prestito obbligazionario era dunque finalizzata a quell’operazione». Gli investitori, quindi, comprarono il bond senza sapere nulla dell’imminente acquisizione. E le stesse banche lead manager hanno sempre affermato di non esserne state messe al corrente.
      Il nodo dei conti 2001. Quello che fa riflettere è anche la descrizione che il professor Bastia fa della situazione patrimoniale e finanziaria del gruppo Giacomelli. Già nei giorni del bond. «La situazione a fine 2001 – si legge infatti sulla relazione – non era ancora quella di una crisi finanziaria, però evidenziava la mancanza di quella solidità necessaria per sostenere la crescita organica e la crescita per via esterna che il gruppo Giacomelli ha portato avanti nel corso del 2002». «Già il 31 dicembre 2001 – continua la relazione a pagina 69 – i principi di prudente amministrazione avrebbero dovuto improntare a grande cautela il ricorso ad un ulteriore debito finanziario e di regolamento per sostenere la crescita».
      Eppure quelli furono proprio i giorni in cui Giacomelli debuttò sul mercato obbligazionario con il suo primo – e unico – bond. Finito solo in parte (una grossa fetta è ancora in mano alle banche) ai piccoli risparmiatori. I due lead manager in quei giorni redassero delle "credit opinion" in cui si evidenziavano gli aspetti salienti dei conti Giacomelli. Ma l’immagine data da questi documenti appare decisamente meno allarmistica. Nella "Credit opinion" di Banca Akros – che porta la data del 30 gennaio 2002 – si legge in prima pagina: «Riteniamo che il gruppo Giacomelli presenti le caratteristiche patrimoniali di un’azienda che si sviluppa rapidamente e abbia le potenzialità per proseguire la crescita mantenendo margini adeguati e una struttura finanziaria sostenibile. Ad oggi attribuiamo un rating implicito che si inquadra nella fascia alta dello speculative grade, nell’area dell "BB"». Anche Abaxbank valutava il bond «nell’area BB». Un bond rischioso, dunque. Speculativo. Ma non così tanto, come poi i fatti hanno dimostrato.
      «I dati su cui sono state effettuate le credit opinion – si difende Abaxbank – erano le stime del bilancio 2001, che è stato pubblicato nell’aprile successivo». Non solo: al 31 dicembre 2001 la posizione finanziaria netta del gruppo risultava negativa per 35 milioni, il patrimonio netto era di circa 60 milioni e la capitalizzazione si aggirava sui 250 milioni. Una situazione – dice ancora la banca d’affari – che non lasciava presagire catastrofi. Vero. Ma la relazione del professor Bastia aggiunge: «Il dato di debolezza patrimoniale va correttamente ricavato dalla struttura del passivo comprendente tutte le passività, anche quelle di funzionamento (debiti verso i fornitori) per una corretta rappresentazione della composizione delle fonti finanziarie del gruppo e una prudente percezione del rischio finanziario. A questo fine, non va utilizzata la riclassificazione che fa emergere la posizione finanziaria netta, che esclude il debito di fornitura».
      La crisi del 2002. In ogni caso le cose si sono fatte pesanti in seguito. A causa, soprattutto, di Longoni. E del prezzo con cui fu acquistata. «Il dato a fine anno 2002 – continua la relazione del professor Bastia – è drammatico e annunciato gradatamente dalle situazioni trimestrali evidentemente ignorate. Si perviene ad un rapporto di 9,32: come dire che per ogni euro di capitale di proprietà, il gruppo utilizzava più di 9 euro di debito. Un leverage finanziario ad altissimo rischio di insolvenza». «Si tratta di un dato che gli organi di controllo, dal collegio sindacale alla società di revisione esterna, erano in grado facilmente di osservare».

      MORYA LONGO