Il Pd e il sindacato (G.Pasquino)

13/09/2007
    giovedì 13 settembre 2007

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    L’analisi

      Il Pd e il sindacato

        Gianfranco Pasquino

          Altrove, nell’Europa alla quale vale la pena guardare, ovvero quella dove le esperienze socialdemocratiche hanno migliorato la qualità della vita, l’asse portante del riformismo è stato costituito da un rapporto stretto fra il partito di sinistra e il sindacato. Questo rapporto garantiva governabilità e riforme, graduali e importanti. È facilmente ipotizzabile che, in Italia, la frammentazione sindacale, con i sindacati che cercavano e davano sponde ai loro partiti di riferimento, non soltanto abbia compresso le eventuali, troppo spesso minoritarie, potenzialità riformiste.

            Ma che abbia anche contribuito alla mancata formazione di un partito riformista. Nel dibattito a tutto (troppo) campo sul Partito democratico, fra contaminazioni culturali e spartizioni politiche, lo spazio dato alla riflessione sul rapporto che il nuovo partito dovrà cercare di instaurare con i sindacati è stato finora minimo, se non quasi inesistente. Il massimo che Epifani si è finora consentito è stato un non entusiastico omaggio verbale al Pd. D’altronde, i tre maggiori candidati e, se non si adombrano, i tre minori candidati non hanno praticamente parlato di sindacato, essendo per tutti molto più facile e meno impegnativo discutere, più o meno vagamente, di ingiustizie e di disuguaglianze, di precari e di (mancanza di) lavoro.

            Adesso, il Comitato centrale della Fiom-Cgil butta sul campo il suo molto corposo, neanche tormentato, «no» agli accordi relativi al welfare. Subito, il segretario di Rifondazione Giordano coglie la palla al balzo e dichiara che sarà il suo gruppo parlamentare a farsi, questo è il senso, «cinghia di trasmissione» delle istanze della Fiom. I sindacalisti Cremaschi e Rinaldini vedono, invece, nel loro «no» una espressione alta di autonomia del sindacato.

            Sarebbe fin troppo facile sottolineare che né Luciano Lama né Bruno Trentin, forse perché erano entrambi, con modi e con stili diversi, ma con la stessa passione, autonomamente e convintamente riformisti, sarebbero affatto stati d’accordo, come dimostrarono in circostanze molto più complesse e dolorose. Raramente il «no» mi sembra un segnale di autonomia (dai partiti) né un apporto riformista. La risposta riformista dovrebbe essere prevalentemente un «sì, ma…», con il ma che suggerisce, avendo accettato il terreno del confronto, come andare più avanti, più a fondo, facendo tesoro di quanto già ottenuto.

            Naturalmente, se, con tutto il rispetto, ma anche con tutto il mio dissenso, si trattasse soltanto della Fiom e di Rifondazione e di tutti coloro che, alla ricerca di un radicamento sociale che non hanno, tenteranno di strumentalizzare il «no» della Fiom, dovremmo preoccuparci del futuro del governo, nella speranza, nutrita sia da Prodi e Fassino che da Epifani che i lavoratori ratificheranno. Tuttavia, quel che è in gioco non è tanto la ratifica dell’accordo, ma la strategia complessiva dei rapporti fra il Partito democratico e i sindacati.

            Non sarebbe il caso che, a cominciare dai candidati alla segreteria, i più autorevoli fra gli esponenti del futuro Pd, nel quale entreranno i rappresentanti di gruppi dirigenti che hanno storicamente avuto buoni rapporti con la Cgil, con la Cisl e, un po’ meno, con la Uil, delineassero quale futuro, che non sia né subalterno (vedo un gran numero di ex-sindacalisti in cariche istituzionali e governative di rilievo) né di inutilmente orgogliosa autonomia dovrebbe stabilirsi fra partito e sindacato?

            Non sarebbe il caso che il governo dell’Unione, senza pensare né a rimpastarsi (tremenda, ma possibile e non imprevista, conseguenza delle fatidiche incoronazioni del 14 ottobre) né a snellirsi, chiarisse che esiste una strategia di medio periodo di riforma complessiva del welfare, aggiungendo e sottolineando che è già cominciata. Un sindacato autonomo, ma riformista, è in grado di differire sue eventuali conquiste aggiuntive, che, naturalmente, non otterrà con nessun governo di destra, al fine di costruire su quanto di buono, ed è molto, come ha intelligentemente messo in evidenza Bruno Ugolini sull’Unità del 12 settembre, è già stato ottenuto.

            Insomma, quella parte di sindacato che rilancia non offre nessuna prospettiva riformista. Quella parte di sinistra che blandisce in maniera subalterna quei sindacalisti non soltanto rende un pessimo servizio ai lavoratori, ma, peggio, gioca con il fuoco della crisi di governo. Quanto ai futuri dirigenti del Pd sarebbe bello sentirli affrontare di petto l’argomento «rapporto fra partito e sindacato» hic et nunc, ora e adesso, se davvero il Partito democratico vuole essere riformista. È un rapporto che non si risolve distribuendo cariche prestigiose ai sindacalisti e co-optandoli nella «casta», ma formulando la visione di un sistema socio-economico più giusto che può essere costruito, riforma dopo riforma, soltanto grazie alla cooperazione di un sindacato riformista. Il percorso, in special modo per chi non vuole imparare dalle concrete esperienze socialdemocratiche, mi sembra ancora lungo e accidentato. Proprio per questa ragione è opportuno cominciare adesso senza aspettare il verdetto del 14 (o del 20) ottobre.