Il patto sociale e il 1°maggio (M.Giannini)

03/05/2004

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Il patto sociale e il 1°maggio

MASSIMO GIANNINI


    "UN 1° Maggio sullo sfondo delle divisioni sindacali", è il titolo di un editoriale uscito sulla prima pagina di Le Monde. L´Italia come la Francia, verrebbe da dire alla luce degli scontri che si stanno consumando a Melfi per la Fiat e a Roma per l´Alitalia.

    Ma sarebbe una lettura parziale e sbagliata di questa "Festa del lavoro" italiana. Una festa povera. Fatta di molti conflitti, di poche certezze e di nessuna fiducia verso il futuro. La Festa di "San Precario", come l´hanno chiamata le associazioni cattoliche che oggi sfileranno per dire no alla "flessibilizzazione selvaggia" dei contratti collettivi.
    Per restare nel solco tracciato da Le Monde, la Francia, insieme all´Italia, è considerata impropriamente l´altra "grande malata" di Eurolandia. Ma non è così. Quest´anno la Francia registrerà una crescita del Pil vicina al 2%, con un guadagno di produttività dello 0,9% nell´ultimo triennio. L´Italia non raggiungerà l´obiettivo di crescita dell´1,2% quest´anno, a fronte di un calo di produttività dello 0,6% nell´ultimo triennio. La Francia conserva la sua quota di mercato nel commercio mondiale pari al 5,3%. L´Italia scivola al di sotto del 3%. Soprattutto, la Francia presidia energicamente la sua posizione industriale e finanziaria nel mondo. Nella classifica delle prime 500 grandi industrie del pianeta, l´Italia ne conta 8, contro le 37 della Francia (per non parlare degli Usa, che ne hanno 197, e del Giappone, che ne ha 84). L´Alitalia con i suoi 1.000 euro di perdita al minuto è un´azienda tecnicamente fallita, mentre Air France è la compagnia aerea più solida e florida in Europa dopo aver acquisito la Klm. La Fiat con le sue 30mila vetture "bruciate" solo con lo stop di Melfi ha perso una fetta di mercato vicina al 20% l´anno scorso, mentre Renault limitava il calo al 2,6% e la Peugeot accresceva la sua quota dell´1,2%. La Francia è forte ovunque. Nell´energia c´è la Total, prima nella classifica dei profitti delle 40 aziende francesi quotate. Nell´alta tecnologia c´è la Aerospatiale, reduce da una fusione con il gruppo Lagardère e principale azionista del colosso europeo della difesa e dell´aeronautica Eads, da cui dipendono i grandi consorzi internazionali Airbus, Ariane, Eurofighter. Nella farmaceutica il gigante Sanofi-Sinthélabo ha appena "invaso" la Germania, concludendo la fusione con Aventis e dando vita al terzo gruppo mondiale dopo l´americana Pfizer e la britannica GlaxoSmithKline. Nel credito il gruppo Bnp-Paribas ha macinato profitti record l´anno scorso, e ha una redditività pari a più del doppio della media delle nostre banche italiane, stimata solo al 7% a fine 2003.
    Se il confronto si estendesse alla Gran Bretagna e alla Germania il quadro sarebbe ancora più deprimente. L´Italia è scomparsa o sta scomparendo da quasi tutti i settori di punta. Se non c´è sviluppo non c´è lavoro. Ma perché ci sia sviluppo deve esserci l´industria, che del lavoro resta il centro e il volano. In Italia c´è poco sviluppo perché si sta estinguendo l´industria. Così si consuma anche il lavoro. Si polverizza, si parcellizza, e alla fine fatalmente si svalorizza. Si riduce a fattore fungibile, nel micidiale ingranaggio del ciclo produttivo. A merce deperibile, nella disperata difesa dei margini di profitto. A materia infiammabile, nella pericolosa spirale del conflitto redistributivo.
    Le tensioni e le angosce di questo Primo Maggio nascono da qui. Non ha molto senso affrontarle solo dal punto di vista di "classe": magari le mitiche "tute blu" che ritornano, trent´anni dopo. Mai come quest´anno, il Primo Maggio va depurato dalla retorica pansindacale, dalla mistica "operaia" che non solo non è morta, ma a Melfi sembra addirittura risorta. Mai come quest´anno, la festa del lavoro coincide ma al tempo stesso travalica i confini della nuova questione italiana di questi anni, e cioè l´impoverimento del nuovo "ceto medio". E insieme ai sindacati, chiama in causa gli altri attori che si contendono mestamente la scena (e la responsabilità) del declino italiano. La politica, e dunque il governo. L´impresa, e dunque la Confindustria, la Confcommercio e tutte le altre categorie produttive. La finanza, e dunque le banche e l´Abi che le rappresenta.
    In questo decennio di declino nessuno può chiamarsi fuori, dicendo "io non c´entro". Ciascuno per la propria parte ha contribuito all´indebolimento dell´economia nazionale, o non ha fatto abbastanza per evitarlo. Se non si vuole credere all´illusoria consolazione della "piccola impresa come spina dorsale del Sistema Paese" (come pure qua e là si risente dire) è davvero il momento di voltare pagina. Se si vuole azzardare il tentativo di salvare quel poco di buono e di nuovo che c´è o è rimasto nel nostro patrimonio industriale (evitando di crogiolarsi sull´ultima spiaggia di chi non ha più niente da "vendere", e cioè il famoso "turismo da Belpaese") è davvero il caso di cambiare registro. Se non suonasse anch´esso retorico, e ormai purtroppo svuotato dalle troppe strumentalizzazioni e dagli innumerevoli tentativi falliti dagli anni ?80 ad oggi, sarebbe davvero il momento di ritentare quel grande Patto sociale che Carlo Azeglio Ciampi provò a lanciare alla fine del 2000 da ministro del Tesoro, poco prima di essere eletto presidente della Repubblica. Un Patto patrocinato dal governo, che rimette finalmente seduti allo stesso tavolo i sindacati, gli industriali, i commercianti, i banchieri. Che distribuisce sacrifici e benefici, necessità e opportunità. Senza se e senza ma. Senza pregiudizi ideologici, senza conservatorismi corporativi. Né diritti di veto, né conventio ad excludendum. Un Patto che riscrive le regole, secondo gli obiettivi indicati dalla triade concettuale moderna indicata da Ralf Dahrendorf: efficienza economica, coesione sociale, democrazia politica.
    Le diagnosi sul declino, ormai, sono abbastanza convergenti. Adesso urge una terapia. Il Patto dovrebbe servire a metterla a fuoco, con il contributo necessario e il consenso auspicabile di tutti i contraenti. Le premesse non mancherebbero. Anche se non va taciuta la deriva antagonista della Fiom di queste ultime settimane, non si può non dare atto a Guglielmo Epifani di aver riportato in questi mesi la Cgil su un terreno di confronto pragmatico, e non più di conflitto programmatico, con la Cisl e la Uil. Anche se va atteso alle prove dei prossimi mesi, non si può non dare atto a Luca di Montezemolo di aver già cambiato radicalmente l´immagine e il messaggio della sua nuova Confindustria. Le scorciatoie da Far East urlate da Antonio D´Amato (tutte giocate sul taglio dei costi a spese degli occupati) sono già un ricordo sbiadito di fronte alle prime parole del suo successore: «Noi, come imprenditori e cittadini di questo Paese, abbiamo avuto molto: essere classe dirigente significa anche questo, restituire parte di ciò che si è ricevuto…». Un´altra musica, rispetto alle arroganti pretese di sgravio fiscale, alle assurde crociate sull´articolo 18, alla "guerra unilaterale" contro Sergio Cofferati, al gratuito collateralismo con il presidente del Consiglio in carica.
    Per dare un senso a questo 1° Maggio, il sindacato confederale dovrebbe infilarsi subito in queste aperture della nuova rappresentanza dei ceti produttivi. Dovrebbe cogliere al volo questa fase, che è al tempo stesso drammatica ma promettente. Purtroppo resta un ostacolo che, al momento, sembra insormontabile. Manca il soggetto che si siede a capo tavola, e costringe o convince tutti i soggetti a un accordo in nome d´un bene superiore. Manca un governo. Manca una politica economica, manca una politica industriale, manca una politica sociale. Già entrati in un ciclo elettorale dal quale non si sa come potranno uscire, Berlusconi e Tremonti non sembrano davvero in grado (quand´anche lo volessero) di "pilotare" un nuovo Patto sociale contro il declino italiano. Questo, anziché alleggerirle, accresce le responsabilità dell´opposizione. A Fassino o Rutelli, D´Alema o Parisi, non basta seguire oggi questo o quel corteo, al fianco dei lavoratori. I leader della Lista Prodi (a partire da chi a quella lista ha prestato il suo volto e il suo nome) hanno il dovere di avanzare una proposta concreta, un progetto alternativo. In caso contrario, niente li renderà "spendibili" per il prossimo governo del Paese.