Il patto di stabilità e crescita non funziona


Fare quello che serve e presto
24/11/2011  

Il patto di stabilità e crescita non funziona.

L’incendio che era nato con la crisi greca non è stato spento, anzi, grazie ad errori, egoismi nazionali e una scarsa visione strategica, si sta allargando ben oltre i Paesi considerati deboli per coinvolgere quasi tutta l’Europa.

Dunque la stabilità non si è realizzata, anche perché la austerità imposta dall’Europa toglie qualsiasi possibilità di produrre stimoli per una crescita che, in assenza di una ripresa del commercio mondiale ed anche di impegni a ricorrere, da parte dei paesi in surplus commerciale,  a  politiche espansive, a questo punto non si capisce da dove dovrebbe essere originata.

Per questo la crisi di fiducia dei mercati, in particolare delle grandi istituzioni finanziarie che ormai sono sempre più orientate a comportamenti ribassisti, coinvolge l’intero continente con il paradosso che tutti i debiti sovrani sono messi  sotto pressione da una domanda di maggiori interessi mentre la Germania non colloca i propri titoli per insufficienza di remunerazione dell’ investimento.

Il mercato si è inceppato e le Borse europee hanno perso il 30% in tre mesi.

La questione più grave in tutto questo processo è che si sta sempre più prosciugando la liquidità di Stati e Banche, cresce il rischio di insolvenza e tutto, a sua volta, riduce le possibilità di sviluppo, anzi rafforza i rischi di recessione, determinando crisi e sconquassi occupazionali e un impoverimento reale delle società.

Occorre cambiare passo con decisione e con rapidità.

Come abbiamo visto il tempo perduto ha aggravato i problemi ed ha reso sempre più insufficienti interventi già di per sé discutibili oltreché  pesanti.

Oggi riemergono in tutta la loro crudezza i limiti di “governance” irrisolti con l’introduzione dell’ EURO:

    1. non si può avere centralizzazione della politica monetaria mantenendo decentrata la politica fiscale; 
    2.non può darsi una banca centrale senza funzione di garante di ultima istanza.

Qualcosa si muove sia sul versante della funzione della BCE sia su quello della convergenza fiscale; la proposta degli Eurobond o quella della Tassazione delle Transazioni Finanziarie, sulle quali da tempo la CES insiste, sono diventate sempre più concrete e condivise dopo che erano state osteggiate o addirittura derise.

Ora la durezza della crisi impone una nuova architettura istituzionale e politica della “governance” europea.

Ma le diverse proposte in campo hanno di fronte due snodi: il primo politico in relazione al consenso da realizzare, il secondo della tempistica poiché l’urgenza delle scelte è dettata dalla potenza e dalla pericolosità della ondata speculativa.

Per questo è un bene che si cominci a ragionare di riforme più strutturali alla evidente condizione che esse, dovendo passare per la modifica dei trattati europei, non giungano quando non servono più.

Una delle questioni che prende corpo in questi giorni  intorno alla esigenza di “europeizzare” il debito pubblico è quella di utilizzare in modo innovativo la funzione dell’ EFSF (il cosiddetto Fondo salva Stati).

La proposta, ormai sostenuta anche dal Governo francese, è che tale Fondo sia configurato come una vera e propria Banca che acquisterebbe titoli pubblici, sul mercato primario e secondario, con l’obbiettivo di mantenere i tassi di interesse al di sotto di un livello accettabile che potrebbe essere il 4% (per agevolare sia le politiche di risanamento che gli spazi per interventi sulla crescita), a cui la BCE dovrebbe garantire la liquidità necessaria, cosa già oggi consentita dai Trattati.

Questa operazione avrebbe l’indubbio merito di stabilizzare i debiti sovrani sottraendoli alle pressioni speculative ed anche quello di non dovere aspettare le modifiche dei Trattati europei che richiederebbero tempi significativamente lunghi e comunque incompatibili con la velocità con cui la situazione finanziaria va deteriorandosi.

Questa operazione potrebbe offrire anche la possibilità, divenendo meno pressante e drammatica  la pressione del debito pubblico, di rivedere i vincoli ed i tempi del risanamento cui i diversi Stati sono sottoposti, almeno liberandoli dal comprendere nel Patto di Stabilità gli investimenti produttivi, in innovazione e ambientali (come previsto anche dall’agenda europea 20-20), contribuendo, in tale modo, a liberare risorse verso lo sviluppo e, nel contempo, a dare certezza alle stesse politiche di risanamento finanziario.

La Cgil, consapevole che l’insieme delle politiche europee debba essere orientato diversamente e in modo più realistico, sostiene queste proposte per offrire nuovi orizzonti all’Europa e, nello stesso tempo, per rendere credibili gli sforzi verso la crescita che sono necessari anche per l’Italia.

Danilo Barbi – Mauro Beschi