Il patto del «sommerso»

27/05/2003





 
   
    27 Maggio 2003

 

Il patto del «sommerso»
Prima radiografia ragionata dell’economia «non osservata»: una scelta politica
Terza università Nel seminario coordinato da Guido Rey: 195 miliardi di euro di evasione fiscale, quasi il 30% del Pil, 3,5 milioni di addetti


FRANCESCO PICCIONI

Economia sommersa, da risorsa a cancro dell’Italia. Quando l’Istat, nel 1987, decise di contabilizzare l’apporto delle attività economiche «sommerse» al Prodotto interno lordo (Pil) nazionale, volarono anatemi, ironie e battute goliardiche. Qualche tempo dopo Eurostat prese la stessa decisione, fissando regole, definizioni e standard per «calcolare» il fenomeno, presente in tutti i paesi dell’Unione ma particolarmente robusto qui da noi. Era la presa d’atto che il «sommerso»
esiste, è quantificabile, ha un peso specifico in termini di capitali, classi, occupazione e domanda. Insomma: da allora è un po’ meno sommerso, proprio perché ha iniziato a passare da «economia non osservata» a «oggetto d’analisi». Il seminario organizzato dalla terza università romana, sotto la regia di Guido Rey (ex presidente dell’Istat e poi dell’Aipa), ha messo sotto i riflettori i ben miseri misteri di questo «ambito» dell’economia. Un primo risultato certo: la pochezza dell’approccio analitico che vede il «sommerso» solo dal lato dell’offerta, ovvero dal punto di vista del singolo imprenditore, come se questo non vendesse poi a qualcun altro – consumatore o impresa che sia – i suoi beni o servizi. Vista come «sistema», l’economia «non osservata» cessa d’essere un «comportamento furbesco» per assumere il ruolo di componente organica dell’economia nazionale, strettamente e necessariamente connessa all’economia «regolare».

Ne vien fuori che nella manifattura il «sommerso» ha una presenza limitata, vista la bassissima componente tecnologica di queste «imprese», che le sottopone alla concorrenza imbattibile dei paesi a basso costo del lavoro (est auropeo, Asia). Mentre nell’edilizia, nel commercio e nei servizi gode di un alto differenziale rispetto alle imprese «regolari». Il problema, però, è che non si tratta di una contrapposizione «vera» tra i due tipi di economia, perché proprio la struttura protetta (oligopolistica) del mercato regolare crea le nicchie per quella in nero. Esempi se possono fare a bizzeffe: dai marchi falsi «Forcella style» alle false cooperative, dagli stagionali agricoli ai muratori dell’est Europa.

Le spiegazioni più in voga parlano dell’«eccessiva pressione fiscale» o contributiva che costringerebbe il singolo imprenditore a nascondersi per sopravvivere. Ma Rey preferisce parlare di una scelta politica: «un patto tra fisco, cioè governo, e imprenditori che risale agli anni `50, e che si può riassumere così: `tu produci, fai attività, crei occupazione che altrimenti dovrei stimolare io, e io rinuncio alla lotta all’evasione per mantenere alto questo livello di attività’». Solo che negli anni ’50 questo patto supportava una logica e una dinamica espansiva, centrata e orientata dall’affermarsi di una grande industria su base nazionale. Un vero «patto sociale» che aveva ricadute al limite «virtuose», coprendo interstizi altrimenti destinati al degrado.

Oggi, invece, la grande industria è in via di dismissione, tra rinuncia dello stato ad esercitare un ruolo diretto nella produzione e crisi del «capitalismo familiare»; il sommerso, con tutte le sue miserie, rischia in questo quadro di diventare il «modello» di un capitalismo ossessionato dalla «competitività sui costi», lontano da ogni capacità di innovazione di prodotto, sottoposto alla concorrenza micidiale di paesi che producono le stesse merci con un costo del alvoro infinitamente minore (vedi Cina).

Il fallimento delle «politiche per l’emersione», allora, viene spiegato alla luce di questi fraintendimenti concettuali. Altrimenti non si spiegherebbe, dicono in molti, perché il motore di queste politiche sia il ministero del lavoro, anziché – secondo logica – quello delle attività produttive.