Il patto con gli imprenditori rimescola le carte nella nuova Cgil

23/06/2003





sabato 21 giugno 2003

La consultazione del leader, i malumori dei cofferatiani doc, le voci sulla promozione di Patta, il silenzio dei movimenti e i dubbi dei no global

Il patto con gli imprenditori rimescola le carte nella nuova Cgil

      ROMA – In Cgil c’è grande attesa per il direttivo di lunedì prossimo che seguirà di pochi giorni la firma dell’intesa con la Confindustria. Un accordo che, se non altro perché viene dopo un lungo periodo di scontro aperto con gli industriali, è destinato ad alimentare speranze e riflessioni. Ne è una riprova il fatto che il quotidiano confindustriale, Il Sole-24 Ore , ieri si è spinto a parlare dell’apertura di «un nuovo ciclo di relazioni industriali» e il presidente Antonio D’Amato ha parlato di primo atto del dopo-Cofferati. Lunedì si capirà anche se nella Cgil stanno per nascere nuovi schieramenti interni. Nei giorni scorsi è circolata ampiamente l’indiscrezione che Gian Paolo Patta, capofila della corrente di minoranza Lavoro & società e uno dei promotori del referendum contro l’articolo 18, potesse diventare vice segretario generale, sancendo così la formazione di una nuova coalizione attorno a Guglielmo Epifani. Poi l’ipotesi è stata derubricata o comunque sembra sfumata, ma dentro l’organizzazione se ne è parlato a lungo. E gli ex Pci hanno fatto sapere che sarebbe stato bizzarro che alla fin fine la Cgil si fosse ritrovata con un numero uno ex Psi e un numero due ex Dp. Nella riunione dei segretari regionali e di categoria che si è tenuta nel palazzo di corso d’Italia mercoledì scorso, Epifani ha sottoposto a consultazione l’idea di firmare il patto per la competitività assieme alla Confindustria e il suo orientamento è passato senza particolari ostacoli. Il rappresentante della Camera del lavoro di Milano ha posto qualche obiezione, lo stesso ha fatto il responsabile delle politiche sociali Beniamino Lapadula e si sa che si tratta di riflessioni ampiamente condivise dai cofferatiani doc (Achille Passoni, Giuseppe Casadio e Marigia Maulucci) presenti nella segreteria confederale. Il quesito chiave che tutti costoro rivolgono al segretario Guglielmo Epifani può essere sintetizzato così: come si può nel giro di poche settimane non firmare il contratto dei metalmeccanici, battersi per il sì al referendum e poi firmare un’intesa con Antonio D’Amato? Durante i lavori del direttivo di lunedì questa domanda sarà riproposta in varie salse e, in particolare, si attende l’intervento di Antonio Panzeri, segretario generale di Milano in uscita, ex delfino di Sergio Cofferati e ora potenziale antagonista di Epifani. Nei giorni scorsi Panzeri ha sostenuto che se l’accordo con la Confindustria è una vera novità, allora la ripresa di un dialogo concertativo deve diventare linea ufficiale della Cgil. Non può essere solo una variante tattica.
      Il segretario, comunque, è riuscito a evitare che l’intesa sulla competitività diventasse una trappola e la Cgil si trovasse, suo malgrado, costretta a negoziare con il governo. Il testo dell’intesa, infatti, è rispettoso dell’autonomia dei singoli contraenti, lascia alla confederazione rossa le mani libere e si propone unicamente di «incalzare» il governo alla vigilia della presentazione del Dpef. In compenso Epifani ha potuto inviare un messaggio abbastanza esplicito alle imprese: non siamo più solo dei signor No. E agli amici del centrosinistra il leader della Cgil ha raccontato anche che l’analisi sul declino del Paese per la prima volta è diventata un documento ufficiale. Per di più firmato da un filo-governativo come D’Amato. In casa ds – e non poteva essere altrimenti- la svolta Cgil è stata ben accolta. Dichiara Andrea Ranieri, membro della segreteria del Botteghino: «La competitività non viene più vista solo dal lato della deregulation ma si parla finalmente, come in tutta Europa, di ricerca, innovazione e infrastrutture». In più è stato riconosciuto che per innovare ci vuole concertazione e partecipazione nei luoghi di lavoro. «Si tratta – conclude Ranieri – di contenuti nettamente in controtendenza con le scelte di politica economica del governo». E comunque anche per i fassiniani l’intesa è un atto del dopo-Cofferati: è finita la lunga fase che aveva visto il Botteghino in condizioni di sudditanza psicologica nei confronti della Cgil. Oggi, visti anche i risultati delle amministrative, i ruoli sono forse rovesciati.
      E la sinistra radicale, quella che ha lottato fianco a fianco con la Cgil contro la Confindustria, come ha accolto la novità del patto? Con una certa freddezza, viene da rispondere. I giornali di quest’area, ad esempio, sono stati decisamente cauti.
      L’Unità ne ha parlato solo nelle pagine dedicate all’economia. Liberazione ha praticamente nascosto la notizia dedicandole quindici righe e anche il manifesto si è limitato a dare conto dell’accaduto. Sostiene, poi, un politico come Marco Rizzo del Pdci: «E’ un accordo che rientra nel novero delle cose possibili, non mi esalto né mi deprimo. E comunque è solo un documento di intenti». Più netto Pietro Folena, uno dei leader del correntone ds. «Sia chiaro che quest’intesa non ha niente a che vedere con il Patto per l’Italia, anzi rappresenta un processo di revisione da parte di Cisl e Uil che avevano tenuto un rapporto preferenziale con il governo». Folena sostiene che ad apparire «contraddittoria» è la posizione del presidente D’Amato, visto che «oggi chiede insieme a Cgil-Cisl-Uil più innovazione» e fino a ieri «aveva spinto il governo a prendere posizioni antisindacali».
      Tra i leader dei girotondini è difficile trovare qualcuno che sia al corrente della novità e sappia commentarla. E lo stesso vale per i movimenti sulla giustizia. Dal fronte dei no global Pierluigi Sullo, direttore del settimanale
      Carta , sostiene che «l’accordo è basato su un’idea stravecchia di sviluppo». Non si può misurare tutto con la crescita del Pil «che non è più un indicatore di benessere». Per carità, nessuna critica a Epifani, ma il declino «è civile, non industriale». Insomma questa «nuova» Cgil i movimenti impazzir non fa.
Dario Di Vico