Il patron dei supermercati con la Curia: domenica chiusi

31/05/2013


MILANO – Il sacro: «La domenica è meglio passarla in famiglia e se uno crede può andare a messa». Il profano: «In questi mesi non abbiamo visto un grande afflusso nei giorni festivi. Tenere aperto è più un disagio che un affare». Marcello Cestaro è un tipo pratico. Se non fosse stato così, dopo aver iniziato a 13 anni dando una mano al padre commerciante all`ingrosso, non si ritroverebbe oggi, che di anni ne ha 75, a capo di un piccolo impero della distribuzione: gruppo Unicomm, marchi come Famila, A&O ed Emisfero, 8.000 dipendenti, quasi due miliardi di fatturato, punti vendita in Triveneto, Lombardia, Emilia Romagna, giù fino in Umbria e Marche. Molti dei suoi supermercati domenica saranno chiusi. «Un imprenditore deve far tornare i conti – spiega – ma il mio dovere è anche fare felici i dipendenti. E non aprire la domenica, mi creda, non è poi un gran problema per i consumatori». E facile sentire parole come queste in bocca a un artigiano o a un piccolo commerciante. Cestaro, patron dei centri commerciali e anche del Padova calcio (serie B) invece ha spiazzato tutti. E messo d`accordo curia e sindacati. Don Marco Cagol, della diocesi padovana: «Per noi cattolici ci sono ovviamente motivazioni religiose per chiedere la chiusura dei negozi la domenica. Ma anche i parametri economici non possono non tenere conto dei riflessi antropologici, sociali e di relazione. Alla lunga certe scelte si rivelano poco convenienti». Adriano Filice, segretario della Filcams Cgil veneta: «Anche le imprese finalmente iniziano a capire che il gioco non vale la candela. Che bisogna fermarsi, non si può tenere aperto sempre, anche a Pasqua, il 25 Aprile o il Primo Maggio». Quella delle aperture domenicali non è una battaglia tra laici e cattolici. Ma tra globaliz zazione e diritto alla sopravvivenza dei piccoli, tra consumo a ciclo continuo e necessità di prendersi delle pause. La campagna «Liberare la domenica» è un`iniziativa che unisce commercianti e parrocchie, promossa a Confesercenti e Federstrade con il sostegno della Cei. Centocinquantamila firme raccolte per una legge di iniziativa popolare che vuole cancellare la liberalizzazione decisa
dal governo Monti e ridare potere alle Regioni. In Parlamento trova consensi trasversali. «Le nostre città non sono attrezzate per tenere le saracinesche alzate tutti i giorni, 24 ore su 24 – si appassiona Mauro Bussoni, segretario generale di Confesercenti -. Sapete quanti esercizi commerciali hanno chiuso nei primi tre mesi dell`anno? Ventimila. E quanti hanno aperto? Seimila. Non era mai successo. A una crisi di questa portata non si risponde con scelte folli». Bussoni è ovviamente contento della decisione del veneto Cestaro. «Ma ci sono anche casi inversi ammette – piccoli esercenti che vogliano lavorare la domenica. Il problema è un altro. L`impoverimento del commercio tradizionale, l`illusione di fornire prezzi concorrenziali e invece ci si ritrova con meno servizi». Sembra che nel Nordest qualche altro big del commercio ci stia riflettendo. Cestaro sorride compiaciuto. «Spero che molti mi seguano. E se poi le famiglie non si scombinano, io sono felice».