Il partito di Cofferati

11/07/2002







(Del 11/7/2002 Sezione: Interni Pag. 5)

Il partito di Cofferati

retroscena
Federico Geremicca

L´appeal del Cinese calamita universi apparentemente distanti
Tra loro spiccano cattolici come la Bindi e padre Sorge accanto ad Acli, Lilliput e dossettiani

ROMA
QUEL pomeriggio se ne stava lì, sistemato al tavolino di un bar all´aperto in piazza Santa Maria Liberatrice, impeccabile pur essendo in bretelle e maniche di camicia, mentre gli astanti – il suo portavoce, qualche compagno e poi Bice Chiaromonte, moglie del povero Gerardo – si scioglievano come ghiaccioli sotto un impietoso sole di inizio giugno. Avendo lasciato trascorrere un paio di giorni di inutile riserbo, Sergio Cofferati accettava finalmente di spendere qualche parola sul tempestoso faccia a faccia che lo aveva contrapposto a Massimo D´Alema, quarantotto ore prima, nel suo ufficio di segretario al quarto piano del palazzone della Cgil. Con davanti un the freddo ormai finito per metà, il Cinese sentenziò: «Credevo di esser stato chiaro: io sono contrario da sempre ad ogni ipotesi di cooptazione… Non mi convince l´idea di passaggi alla politica effettuati senza l´esame elettorale e dunque senza la legittimazione del voto popolare». Era il no conclusivo, inappellabile e netto al tentativo dalemiano e diessino di imbrigliarlo attraverso un trasferimento armi e bagagli dal vertice della Cgil a un qualche incarico di responsabilità nello stato maggiore della Quercia. Da quel sabato di inizio giugno, insomma, dal mazzo delle ipotesi intorno al futuro di Sergio Cofferati poteva definitivamente essere esclusa una possibilità: e cioè che la cavalcata solitaria del Cinese finisse per concludersi in una stanza – per di più di seconda fila – del Botteghino. Ma se non lì, dove, allora? Ed ecco dunque che, esclusa una possibilità, il frullatore della politica italiana ha cominciato a macinarne altre cento. Con una sopra le altre: che Sergio Cofferati, una volta lasciata la Cgil per insediarsi alla guida della Fondazione Di Vittorio, divenga il riferimento di quel variegatissimo fronte che considera fiacca e compromissoria l´opposizione del centrosinistra a Silvio Berlusconi, e che ha scelto la piazza come luogo in cui realizzare il proprio antagonismo. Potremmo chiamarlo il "partito" di Cofferati, se ci si intende sulle parole e non si riduce e confonde quest´immagine con l´ipotesi – ripetutamente evocata, temuta e smentita – di una scissione nel partito della Quercia. Il fascino magnetico del Cinese, infatti, calamita consensi bel oltre i confini degli iscritti e degli elettori diessini: e a passare in rassegna le potenziali divisioni del generale Cofferati, ci si accorge che il capo della Cgil raccoglie adepti e simpatie lungo un arco che va da pezzi importanti di quello che un tempo si sarebbe definito "cattolicesimo democratico" fino al magmatico mondo dei no-global e delle tute bianche di Luca Casarini. Ci sono i comunisti, intanto. I comunisti del sempreverde Cossutta e quelli, naturalmente, di Fausto Bertinotti. Il leader di Rifondazione, in particolare, seduto lungo la riva del fiume carsico della protesta sociale, osserva passare compiaciuto le divisioni e i vuoti a perdere delle difficoltà diessine. «Totale sintonia con Cofferati», ha sintetizzato Bertinotti l´altro giorno dopo l´incontro col Cinese. E ieri, chiamato a commentare le voci incontrollate che danno i Ds in marcia inesorabile verso la scissione, per la prima volta ne ha parlato con un qualche interesse: «Non sono in grado di valutare l´ipotesi di una scissione, né voglio farlo. Quella che mi pare evidente è la divisione profonda tra due riformismi largamente incompatibili…». Poi ci sono i cattolici. O, almeno, certi cattolici: e nessuno se ne stupisca, considerato che il linguaggio e i campi di battaglia scelti (i diritti, la dignità, la pace, l´etica, la globalizzazione) fanno forse di Sergio Cofferati il più illustre sopravvissuto di una corrente politico-culturale che negli anni `70-´80 fu velenosamente definita "cattocomunismo", e che è ancora oggi ricordata e rimpianta qui e lì. Non è a caso, insomma, che esponenti cattolici come Rosy Bindi hanno scelto il Cinese: «Tutti si chiedono perchè Cofferati fa politica – accusa la "pasionaria" – ma nessuno si chiede perchè la fa Pezzotta… Cofferati è una grande risorsa per il centrosinistra: e noi riusciremo a rivincere solo tenendo uniti i tre milioni e mezzo di lavoratori scesi in piazza e gli intellettuali». A maggior ragione, è entusiastica l´adesione di un gesuita come padre Sorge che, sul mensile dell´ordine, ha esaltato la lotta sindacale «per difendere la dignità del lavoro e dei lavoratori, minacciata dal debordare di una cultura economica e politica neo-liberista, che considera il lavoro stesso come una merce qualsiasi». E con Bindi e padre Sorge ecco i no-global cattolici della Rete Lilliput, i dossettiani e i dehoniani de "Il Regno", i francescani della Perugia-Assisi (dell´ultima marcia è stato appunto Cofferati l´indiscussa star), associazioni e movimenti come le Acli e Pax Christi e perfino, secondo alcuni, cardinali come Carlo Maria Martini. Che miti gesuiti e intellettuali cattolici possano stare, per sintetizzare, nel "partito" di Cofferati assieme agli scudi ed ai bastoni delle tute bianche di Luca Casarini e dei disobbedienti di Francesco Caruso, sarà pure un mistero della fede o della politica, ma è la realtà. Spiega, appunto, il capo dei no-global napoletani: «A noi non importa nulla di sigle, scissioni e partitini – dice Caruso -. Prendiamo atto, però, che Cofferati ha abbandonato la concertazione per scegliere il terreno del conflitto sociale. Ha fatto proprie alcune nostre posizioni. Dopodichè, a noi pare evidente che tra una sinistra che continua a cercare un´inesistente terza via ed un´altra che ha scelto la pratica del conflitto, è solo questione di tempo ma la rotturta arriverà». Comunisti, dunque. Poi: pezzi del mondo cattolico. Ancora: il variegato universo no-global. E quindi, naturalmente, loro: i girotondisti di Nanni Moretti e "Pancho" Pardi, catastrofisti e apocalittici tra i quali intellettuali alla Tabucchi o alla Camilleri. E, naturalmente, i cosiddetti "giustizialisti" alla Flores d´Arcais o alla Antonio Di Pietro: l´altro panzer della politica italiana, l´uomo delle spallate e del rapporto diretto con "la gente", il fenomeno politico-mediatico che forse più si avvicina alla parabola di Sergio Cofferati. Anche il movimento dell´Italia dei valori ha avuto ieri l´onore di un incontro col Cinese: «Non è il momento di altolà a Cofferati, ma di fattiva solidarietà con la lotta e gli obiettivi della Cgil», ha spiegato entusiasta il portavoce del movimento, Giorgio Calò. E se queste sono le divisioni del generale Cofferati fuori dal circuito della politica-politicante, non è che dentro il centrosinistra il Cinese non goda di simpatie (più o meno interessate) progressivamente crescenti. Di Bertinotti si è detto. Di Cossutta idem. Delle spaccature ds meglio non dire. E da un po´ ci sono anche i Verdi di Pecoraro Scanio in marcia al fianco del leader sindacale: «Veniamo a testimoniare il nostro sostegno all´azione di difesa dei diritti dei lavoratori», ha spiegato l´ex ministro salendo i gradoni della sede Cgil di Corso d´Italia. Fin qui – e cioè tra verdi, comunisti e comunistissimi – si potrebbe dire: nessuna sorpresa. Un po´ meno scontata, invece, è la posizione che vanno assumendo ulivisti doc (ma forse sarebbe meglio dire prodiani tutto d´un pezzo) come Arturo Parisi o, ancor di più, Enrico Micheli. Calorosa nei confronti di Cofferati e spietata verso il centrosinistra, l´analisi affidata a "il Manifesto" dall´ex sottosegretario di Romano Prodi: «E´ stato un uomo della moderazione, un uomo che ha saputo capire quali fossero, in determinati momenti, gli interessi del paese. Mi sembra strano vederci oggi una sorta di massimalismo di ritorno. Se ha svolto un´azione sindacale tale da suscitare gli interessi di grandi masse – è la conclusione di Enrico Micheli – è avvenuto perchè si è battuto su temi che lo opponevano alò centrodestra. E quindi quello che ha fatto dovrebbe essere anche patrimonio del centrosinistra». Ecco, il "partito" di Cofferati, oggi come oggi, è una cosa più o meno così. Diventasse leader di un partito vero, è certo che un po´ di pezzi andrebbero persi per strada. Ma resta il dato che – mentre l´Ulivo e la sinistra rimangono alle prese con difficoltà, divisioni e latenti crisi di identità – simpatia e consensi crescono intorno alla battaglia del Cinese. Sarà il richiamo romantico della lotta di un uomo contro tutti, sarà la semplicità di una linea netta e chiara, fatto sta che Cofferati sta dimostrando di non essere la meteora che, ancora sei mesi fa, molti immaginavano. Lo si intuisce da tante cose. Cose grandi e, soprattutto, piccoli segnali. Anche un pezzo della cosiddetta intellettualità di sinistra, star della cultura e dello spettacolo, va spostandosi armi e bagagli sotto la tenda del Cinese. Nanni Moretti, Tonino Guerra, Nicola Piovani e molti altri non nascondo più affetto personale e sostegno alla guerra del capo sindacale. Sabrina Ferilli, icona diessina, non perde da mesi una uscita di Cofferati. Sarà niente o sarà poco. Ma è appunto così, a poco a poco, che quest´uomo riservato e schivo è diventato, contemporaneamente, la preoccupazione numero uno di D´Alema e Berlusconi e il leader più amato di un esercito – quello ulivista – che prepara la riscossa.