Il partito della borghesia muove i primi passi

20/01/2005

    giovedì 20 gennaio 2005

      INCHIESTA.
      CAMBIO AL CORSERA E AL SOLE, INTESA CON LE BANCHE, APERTURA AI SINDACATI
      di Stefano Cingolani
      Il partito della borghesia muove i primi passi
      Ma non è la rivincita dei vecchi poteri forti
      Terzista per natura e necessità,guarda al dopo Berlusconi e al dopo Prodi.Su Montezemolo pesa il futuro Fiat

        Quando tre mesi fa pubblicammo in prima pagina un articolo che evocava il «partito della borghesia», tutto era ancora in progress. Da allora ad oggi molte cose sono cambiate. Intanto, al vertice del Corriere della Sera si è insediato Paolo Mieli, chiudendo un anno di fibrillazioni e convulsioni in Rcs che sta trovando un nuovo equilibrio (una tregua?) proprietario e un nuovo impulso manageriale. Anche al Sole 24 Ore l’arrivo di Ferruccio de Bortoli ha dato un chiaro messaggio sulla direzione di marcia del «giornale della Confindustria» che dovrebbe diventare il Financial Times italiano. Nel frattempo, hanno cominciato a «fare squadra» le organizzazioni imprenditoriali e l’assobancaria. La svolta auspicata con i sindacati è avvenuta, rilanciando il dialogo unitario e «ridando dignità alla Cgil», come spiega un manager che di rapporti sindacali se ne intende. Guglielmo Epifani che dalle colonne del Sole bacchetta la Fiom e invita i metalmeccanici alla moderazione sarebbe stato impensabile prima di Natale.

          Dunque, potremmo dire che, costruita l’ossatura della squadra, conquistate due piazzeforti come Corsera e Sole e con la Stampa, «la bella ddormentata», pronta a finire sotto la familiare figura di Carlo Caracciolo (le sue dimissioni da presidente dell’Espresso vengono interpretate come una chiara scelta), il partito della borghesia ha preso corpo come soggetto e come progetto. Per andare dove? Tra gli interlocutori che si sono sbottonati (sotto l’impegno di restare anonimi) emergono visioni diverse. C’è chi delinea un vero e proprio «piano del capitale»: l’obiettivo è scalzare Berlusconi con un takeover del centrosinistra, spostato più verso il centro.
          E i moderati della Casa delle libertà a fare da sponda. A quel punto per la prima volta nella storia l’Italia avrà realizzato quella «egemonia capitalistica» la cui mancanza è la causa storica di fondo dell’arretratezza nazionale. E’ una riedizione forte della «trama centrista» con un pizzico di Ordine Nuovo e di Potere Operaio. E’ una interpretazione che convince sia i berlusconiani "rivoluzionari" sia la sinistra radicale (Rina Gagliardi su
          Liberazione ha accennato nominato anche il candidato ideale: Mario Monti con Montezemolo king maker).

            Il presidente capitalista.Il conflitto con Berlusconi sarebbe inevitabile, perché il Cavaliere si è presentato come l’unico rappresentante del capitalismo al comando, contro i poteri forti diventati deboli, contro il club dei «soliti noti» che ruotava attorno agli Agnelli. E ha invitato la Confindustria a marciare dietro di lui. L’offerta è stata accolta da Antonio D’Amato, il quale ha schierato le truppe sia contro «lor signori», in nome di una piccola e media impresa emarginata dalla grande. Quella operazione sul piano economico non ha portato i frutti sperati: né sviluppo né redistribuzione dei redditi a favore della produzione. Nel blocco sociale berlusconiano hanno preso il comando altri due partiti: al nord quello delle partite Iva e al sud quello della spesa. Sul piano politico non ha garantito né governabilità né leadership forte, ma una stabilità instabile, costruita in base a compensazioni e mediazioni alla maniera democristiana. Sul piano culturale non ha prodotto nessuna «rivoluzione liberale», ma un cesarismo clientelare. Sul piano del potere puro non è riuscito lo sfondamento nel sistema bancario, nella finanza del nord e nei grandi giornali.

            L ’eredità dell ’Avvocato.C’è del vero in questa ricostruzione, ma le cose, secondo altri interlocutori, sono più complesse. Un manager che ha senso politico e memoria storica, invita a fare un passo indietro. Al
            vertice del capitalismo sono scomparse persone e imprese che, a partire dagli anni ’60, avevano basato la loro strategia su una collocazione «terza» della borghesia. Una «terzietà» rispetto agli schieramenti politici dominanti (la Democrazia cristiana e la sinistra egemonizzata dal Partito comunista)
            e all’assetto del sistema economico: industria pubblica e banche di stato da una parte, redditieri e ceti medi assistiti dall’altro. L’asse Agnelli-Cuccia, la Fiat e gli industriali privati protetti nel cocoon Mediobanca, Ugo La Malfa e Giovanni Malagodi (gli intellettuali antifascisti cresciuti alla Comit durante il regime), tutto questo è andato avanti con vicende alterne fino agli inizi degli anni ’90. Poi il crollo del sistema economico e politico ha azzerato tutto in quel 1992, in cui è caduta la lira ed è scoppiata Mani pulite.

              La morte di Cuccia nel 2000 e dell’Avvocato esatamente due anni fa,
              hanno segnato anche fisicamente il declino della vecchia borghesia del nord, che aveva vissuto gli anni ’90 in preda a una vera e propria sindrome dei Buddenbrook. Il ciclone Berlusconi, poi, ha fatto il resto. E’ a questo punto
              che un gruppo di industriali medio-grandi comincia scambiarsi un po’ di idee su come uscire dal cul de sac. Sono imprenditori, del nord e del sud, che vogliono fare da coscienza critica del paese, che credono nel balance of powers e nel mercato. Non è la rivincita dei vecchi poteri forti. E’ la piena
              maturità di soggetti i quali chiedono diritto di cittadinanza e di rappresentanza.

              Tronchetti e Benetton.Il blocco sociale del «partito della borghesia», non vede in prima fila gli Agnelli, perché la successione dinastica e generazionale è ancora incompiuta e perché la Fiat resta nel bel mezzo di una crisi che è anche crisi di identità. Non vede il più grande dei capitalisti,
              Marco Tronchetti Provera: anche nel suo caso, la transizione non è compiuta, la metamorfosi da manifatturiero a terziario, dalla Pirelli a Telecom richiede ancora tempo. Inoltre, le telecomunicazioni dipendono
              dalle tariffe le quali dipendono dal potere politico. Lo stesso discorso si può fare per le autostrade e i Benetton.Attenzione, non si tratta della solita polemica (pure legittima) sulle grandi famiglie che si riparano sotto l’ombrello protezionistico. Il settore dei servizi in Italia ha bisogno, come ancor più del manifatturiero di una sferzata concorrenziale e di un grande processo di modernizzazione. Introdurre una logica imprenditoriale
              nei telefoni o nelle autostrade è un compito da far tremare i polsi. Ben
              vengano, dunque, Tronchetti e Benetton, ma sono ancora a metà del guado. Solo dopo potranno giocare altre partite. Quanto agli industriali del sistema Mediobanca, molti di loro vivono una crisi nera (vedi Lucchini). Solo Pesenti può dirsi fuori dalla palude e con un passaggio generazionale compiuto. E infatti, il giovane Carlo si fa sentire. La stessa Mediobanca, il cui assetto è ancora conteso, non è più il primo motore immobile. Non ha più satelliti che le girino attorno (tranne, e non è poca cosa, Generali). Prima o poi seguirà la via naturale, separando due funzioni oggi ancora unite più per un retaggio della storia che per una vera logica funzionale. Si dividerà, dunque, in una holding di partecipazioni in mano alle principali banche azioniste (si vedrà se prevarrà Capitalia o Unicredit, le due principali contendenti) e una vera merchant bank.

              L ’industria che tira.L’ala marciante del partito della borghesia, dunque, è composta da un gruppo di imprese medio grandi che funzionano, sono competitive anche all’estero, al di là degli alti e bassi congiunturali. E’ quel gruppo di aziende che Mediobanca censisce ogni anno. «Sono ancora
              poche, sia chiaro – spiega un banchiere che crede in loro – Per reagire al declino dovremmo moltiplicarle e farle crescere. Sono 300? Aggiungiamo uno zero, facciamole diventare 3000. A quel punto non ci sarà più il rischio che l’Italia diventi una sorta di Florida piena di ville per vecchi ricconi che vogliono trascorrere la loro pensione al sole. Non avremo più gli alti forni o i petrolchimici, ma resterà una industria manifatturiera da paese maturo.
              Se le mettiamo accanto servizi efficienti, l’intrattenimento, un turismo
              moderno. Certo perché no, non ci sputo certo sopra al turismo. Lo sa chi attira più turisti? Mica la Grecia o le Seychelles. E’ la Francia. Turismo ricco e di qualità. Ecco, a questo punto, potremo restare una grande potenza economica. Il nostro posto nel G7 (o G10 o quel che diventerà) non ce lo toglierà nessuno».

              Pininfarina, Stmicroeletronics, Geox, Tod’s, Brembo, Barilla, Ferrero, Gazzoni, Erg, sono alcuni nomi di quel plotone che può diventare l’ossatura della nuova Italia industriale. Non debbono nulla allo stato e alla politica, fanno soldi se i loro prodotti vanno bene, hanno uno stretto rapporto d’affari con le banche, ma non le vogliono scalare, i loro «boss» sono più liberi di parlare e di agire. Non a caso, sono loro ad avere un ruolo di primo piano in Confindustria, sono loro alla base della operazione Montezemolo. Non è un patron, e sulla carta questa è una debolezza. Ma è un personaggio ad alta visibilità, con un gran senso delle pubbliche relazioni, un marchio forte alle spalle (come Ferrari), gusto per la politica, una contiguità con la borghesia del nord e un legame con il suo storico leader, l’Avvocato. Rinnovamento nella continuità, dunque?

                La continuità ha un segno netto e si chiama Fiat. Per Montezemolo la presidenza del gruppo automobilistico è un problema in più. Una grande sfida, certo, ma anche un grande azzardo. Secondo una scuola di pensiero, se l’è trovata in mano senza volerlo e non ha potuto dire no. Altri pensano che lo abbia indotto ad accettare l’ambizione di diventare il nuovo Avvocato. Certo, adesso verrà giudicato anche in base ai risultati della Fiat. L’uscita dalla crisi dell’auto è ancora lontana. Sergio Marchionne sta conducendo una battaglia contro Gm per strappare più quattrini possibile
                con l’esercizio della put option. E fa il muso duro anche nei confronti dei creditori. Per quest’anno non ci sarà restituzione dei prestiti e le banche dovranno decidere se convertirli in azioni o dare ancora dei margini
                tenendo conto che viene confermato il pareggio operativo del gruppo Fiat per fine 2004 (auto esclusa). Ma il problema non riguarda solo le risorse finanziarie. Per rilanciarsi la Fiat ha bisogno di un nuovo piano industriale in cui sia più chiara la mission.

                  L ’auto corre da sola? Sia i vertici del Lingotto, sia gli esponenti del «partito della borghesia», escludono interventi dello stato, escludono che possa finire nelle mani di Finmeccanica o Fintecna. La pressione esiste demntro e fuori il governo (lo ha proposto anche Epifani), anche se ieri
                  Gianfranco Fini in una intervista a Le Monde , lo ha escluso. Certo, il gruppo andrà cambiato da cima a fondo, con un consistente dimagrimento e per questo avrà bisogno dell’aiuto governativo e del consenso sindacale. Realisticamente non potrà produrre più di un milione di vetture l’anno
                  e dovrà concentrarsi su due segmenti: quello medio-piccolo e quello sportivo. Il progetto di un «polo» tra Alfa Romeo, Maserati e Ferrari è sul tavolo, anche se è molto più complicato di quel che si dica. Accanto agli assetti industriali, cambieranno anche quelli proprietari. La famiglia non
                  avrà più il ruolo dominante. E’ probabile che le banche diventino azioniste, ma non possono guidare un gruppo industriale. Ci sono imprenditori disposti, in linea teorica, a dare una mano. Ma la nuova Fiat sarà molto più vicina a una public company, un misto tra Daimler (dove Deutsche bank ha un ruolo importante) e Bmw (dove la famiglia Quandt dà stabilità proprietaria, ma non partecipa alla gestione). La funzione di Montezemolo è accompagnare questo cammino il cui esito, però, non è scontato. E poi?

                  La transizione politica. Il poi è legato a tutte le incognite di un’altra transizione, ancora più complessa, quella del «sistema paese». Una volta ripresa dignità, una volta tornata ad essere arbitra (nei limiti del possibile) dei propri destini, una volta diventata di nuovo un punto di riferimento, si tratterà di capire in quale direzione portare l’Italia. «Vogliamo dare il nostro
                  contributo – dicono – Nessuna tentazione egemonica che, del resto, sarebbe antistorica e velleitaria». Ma qual è il progetto politico, nel senso più stretto del termine? «E’ un progetto per il dopo: dopo Berlusconi e dopo Prodi». Con un cambio del sistema politico ed elettorale? Insomma, smontare i due poli e tornare a una rappresentanza proporzionale? «I due poli si tengono l’un l’altro – è la risposta – se uno si sfalda, cade anche il secondo». Lo sfaldamento più probabile verrà da destra nel momento in cui Berlusconi uscirà di scena, o perché sconfitto nel 2006 o perché ritiene esaurito il suo compito. Ma allora è vero che il partito della borghesia guarda più al centrosinistra? Risposta: «La borghesia guarda alle istituzioni, ha bisogno di un paese ordinato, con regole chiare che vengono rispettate da tutti. Berlusconi si è caratterizzato come l’uomo che attacca le istituzioni, una
                  dopo l’altra. E non solo la giustizia. Il centrosinistra è stato spinto, così, a farsi difensore delle istituzioni. E qui si salda una convergenza oggettiva nel nome delle regole. Dopodiché, la delusione per lo spettacolo che offre l’opposizione, è profonda. Confusione, divisioni, carenza di idee e di leadership. E una sinistra radicale in ascesa contro la quale non si sta coalizzando una sinistra riformista forte e appealing. Come vede, il partito della borghesia non è rappresentato da Berlusconi né dai suoi avversari. Quindi, deve per forza recuperare la terzietà perduta».