Il part time ma non solo – di Luigi Frey

22/04/2002





Il part time ma non solo
di Luigi Frey

L’esame dei dati Istat sull’occupazione nel 2001 in Italia, a confronto con quelli degli anni precedenti, conduce a varie "sorprese". Tra queste, emergono: le dimensioni dell’aumento dell’occupazione nell’ultimo anno, che fa seguito a quello già notevole dell’anno precedente; il coinvolgimento nettamente superiore delle donne rispetto agli uomini in tale aumento; la concentrazione di esso sul lavoro (tipico) a tempo pieno e indeterminato; l’espansione mediamente superiore dell’occupazione nel Mezzogiorno che in altre parti d’Italia; la presenza di situazioni molto differenziate a livello locale anche all’interno delle grandi circoscrizioni territoriali. Si può cercare di proporre alla riflessione alcune ipotesi esplicative, alla luce di informazioni anche qualitative. Anzitutto, le dimensioni dell’aumento dell’occupazione nel 2001 come nel 2000, possono essere spiegate (almeno in parte rilevante) fissando l’attenzione sullo sviluppo produttivo e sull’ulteriore espansione del lavoro a orario ridotto. Lo sviluppo produttivo è avvenuto nel 2000 (rispetto all’anno precedente) al tasso medio annuo a prezzi costanti di quasi il +3% atteso ampiamente dagli operatori economici, per cui un’espansione media dell’occupazione al tasso di circa il +2% non appare sorprendente se si tiene conto che, ancora fino al DPEF 2002/2006 il nuovo Governo prometteva uno sviluppo produttivo "programmatico" del +2,4% nel 2001 e superiore al +3% negli anni successivi, con probabilmente robuste iniezioni di ottimismo sulle aspettative degli operatori che hanno preso decisioni sulla loro capacità produttiva, e che il divario tra aumenti degli occupati e crescita del volume di ore lavorate si è un poco accentuato.
L’aumento di occupazione ha interessato sia gli uomini che le donne, ma nel biennio quello delle seconde è stato più che doppio rispetto a quello dei primi. L’ulteriore aumento del lavoro femminile a tempo parziale (in prevalenza a tempo indeterminato), che già aveva avuto un’espansione molto marcata negli anni 1998 e 1999 sotto lo stimolo della nuova normativa che aveva recepito la direttiva europea dovrebbe aver giocato un ruolo particolarmente importante nei confronti della trasformazione di inoccupazione in occupazione femminile. In secondo luogo, l’espansione dell’occupazione è avvenuta soprattutto nei servizi, con particolare riguardo ad attività ad elevato tasso di femminilizzazione dell’occupazione. In terzo luogo, nell’ultimo anno si sarebbe verificato, soprattutto in specifiche aree settentrionali, un aumento rimarchevole di occupazione femminile nell’industria manifatturiera connesso a una crescente carenza di lavoro maschile (soprattutto di età giovane) per le condizioni "di piena occupazione" sul mercato locale. L’opinione espressa pure da esperti dell’Agenzia "Veneto Lavoro" conforta l’ipotesi che le condizioni dei mercati del lavoro locali abbiano indotto le imprese a "fidelizzare" i lavoratori (prevalentemente di sesso maschile) ritenuti necessari, dopo processi di selezione consentiti dalla notevole espansione dei vari tipi di lavoro a tempo determinato dal 1995 in poi. L’incremento dell’occupazione a tempo indeterminato, accompagnato da una relativa stasi dell’occupazione a tempo determinato, è da valutare alla luce anche degli incentivi fiscali alle assunzioni con contratti a tempo indeterminato introdotti con la Legge Finanziaria per il 2001. Per quanto riguarda le regioni meridionali, si può sottolineare che gli incentivi fiscali previsti appaiono più incisivi e che, tra i tipi di lavoro atipico a tempo determinato, ve ne sono alcuni che sono stati (a partire dal "Pacchetto Treu" del 1997) particolarmente concentrati nel Mezzogiorno per esplicita scelta delle politiche del lavoro o come conseguenza di processi di ristrutturazione/riorganizzazione. Occorre tenere conto che, nel caso di specifiche province, gli aumenti percentuali di occupazione devono essere interpretati con molta cautela, poiché poche migliaia o addirittura centinaia di variazioni possono pesare molto se (come nel caso dell’occupazione femminile in alcune province meridionali) lo stock di occupati su cui è calcolata la variazione è particolarmente contenuto. L’elevata varietà dei risultati occupazionali a livello provinciale può essere ovviamente spiegata alla luce delle considerazioni precedenti. Occorre d’altronde tenere presente che emerge sempre più in Italia che i mercati del lavoro concretamente esistenti sono quelli locali. I risultati produttivi e occupazionali a livello territoriale più ampio e a livello nazionale non sono altro che aggregazioni di quanto è rilevabile a livello locale. Ciò riguarda tanto il passato quanto le prospettive future. Quindi, le prospettive dell’occupazione per il prossimo futuro dipenderanno da come tali sistemi si ristruttureranno e svilupperanno ulteriormente.

Lunedí 22 Aprile 2002