Il Parlamento del lavoro nero

06/03/2007
    martedì 6 marzo 2007

    Pagina 6 – Primo Piano

    LA POLEMICA
    ONOREVOLI NEL MIRINO

      Il Parlamento del lavoro nero

        FRANCESCO GRIGNETTI
        ROMA

        I soldi per i portaborse ci sono: 4150 euro al mese per ciascun parlamentare. Ma di mettere i lavoratori in regola, pochi lo fanno. I dati parlano chiaro. Ci hanno pensato le Iene a divulgarli: di 683 collaboratori parlamentari accreditati alla Camera, solo 54 risultano avere un contratto e perciò sono stati accreditati come «collaboratori a titolo oneroso». I restanti 629, stando alle dichiarazioni dei deputati, lavorano «a titolo gratuito». In verità sono tantissimi quelli che prendono uno stipendio in nero di 800-1000 euro senza contributi né diritti. «I dati sono questi – racconta il radicale Sergio D’Elia – ma attenzione a non fare confusione. Ci sono mille casi diversi».

        In effetti è una giungla quella del lavoro parlamentare. Il tempio della politica è anche il trionfo del precariato. Ci sono i lavoratori detti «delibera» perché diciassette anni fa ci fu una delibera della Camera, appunto, che prendeva atto dello scioglimento dei grandi partiti e si faceva carico dei lavoratori dei loro gruppi: sono gran fortunati perché sono quasi equiparati ai dipendenti della Camera. Poi ci sono i «deliberina», un gradino sotto. Questi e quelli vengono riccamente pagati dalla Camera, ma gestiti dai gruppi parlamentari. E se si risparmia qualcosa sullo stipendio, la «cresta» va al gruppo. Ci sono poi quelli che vengono accreditati dal singolo deputato a «titolo gratuito» perché davvero non prendono niente: molti sono furbi lobbisti che ottengono così un badge d’ingresso. Ci sono altri che stanno nella segreteria del parlamentare, lontana da Roma. E infine quelli al nero. Ammette Carlo Leoni, Ds, vicepresidente della Camera: «Deputati e senatori che dovrebbero approvare leggi contro la precarietà e il lavoro nero, sarebbero i primi a ricorrere a pratiche di impiego illegali e irrispettose della dignità umana. E’ chiaro che gli uffici di Presidenza devono tornare al più presto ad occuparsi di questa delicata e poco edificante vicenda».

        In alcuni casi, a sinistra, i lavoratori sono stati «centralizzati»: Ds e Rifondazione hanno deciso che il singolo parlamentare non ha diritto al portaborse, ma c’è un gruppo di lavoro per tutti. Il parlamentare dà una quota dello stipendio al partito; il partito pensa al resto. Accade così con Felice Casson, l’ex giudice di Venezia, oggi senatore dell’Ulivo, che dice: «Non ne so niente. Bisogna rivolgersi al partito per tutti gli aspetti contrattuali».

        Di fronte a questo groviglio di norme un altro senatore, Gerardo D’Ambrosio, l’ex procuratore capo di Milano, ha avuto un istintivo sobbalzo: «M’è sembrata una situazione molto strana. Mi hanno spiegato, quando sono arrivato, che potevo prendere un collaboratore e non pagare i contributi. Boh… Ho preferito prendere un’altra strada: occupandomi di questioni del diritto, chiedo delle consulenze ad avvocati affermati. Mi presentano le fatture e io pago. Tutto in regola».

        Dalle parti di Rifondazione, dove si combatte la battaglia contro la flessibilità nel mondo del lavoro, capita però che i collaboratori siano contrattualizzati ma secondo le più svariate voci del precariato. Sono tutti co.co.pro, collaboratori a mandato o collaboratori a progetto. Contraddizioni? Daniele Farina, il rifondarolo che viene dal Leoncavallo di Milano, vede soprattutto le colpe della destra: «A me, la valigia o la borsa non la porta nessuno. Altro accade a destra. D’altra parte chi ha varato la legge 30 sul mercato del lavoro che comportamento può avere verso i propri collaboratori?».

        Ma c’è chi ammette: «Io non ho nessun collaboratore, sono un self made man». Si chiama Francesco Saverio Romano, dell’Udc. E che ci fa con i 4150 euro a disposizione? «Risparmio». E Carlo Ciccioli, An: «Mettere tutti in regola… Costa troppo».