Il Palavobis lascia ancora il segno l´abbraccio dei 10mila a Cofferati

07/03/2002


GIOVEDÌ, 07 MARZO 2002
 
Pagina 7 – Economia
 
LA MANIFESTAZIONE
 
Partecipazione record all´assemblea dei delegati Cgil della Lombardia
 
Il Palavobis lascia ancora il segno l´abbraccio dei 10mila a Cofferati
 
Il leader:"Il governo sbanda, lo batteremo con un sorriso"
 
 
 
La parola più citata dai relatori e più applaudita dalle tribune è stata «dignità»
 
PIERO COLAPRICO

MILANO – La parola più citata dai relatori e più applaudita dalle tribune è «dignità». La difesa più strenua e collettiva si erige intorno all´articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, «norma architrave». Ma la frase che scalda di più la pronuncia Sergio Cofferati: «Ho la sensazione che il governo cominci ad avere paura delle nostre iniziative». Batte i piedi sulle assi di legno del Palavobis il popolo della Cgil: avrebbero dovuto esserci i meno di cinquemila delegati Cgil di Milano e provincia, ma si sono presentati in diecimila, qualcuno con gli striscioni «fai-da-te» e qualcun altro con gli occhi commossi.
Molti sono i pensionati, ma sarebbe sbagliato pensare a organizzati militanti «comunisti». Sotto il cartello double-face, da una parte la scritta «Articolo 18, il Piave dei lavoratori», all´altra il borrelliano slogan «Resistere, resistere, resistere», c´è il magro e canuto Francesco: «Sono un pensionato Cisl, ma in piazza ci vado con quelli della Cgil, ho paura che ci stiano per segare come categoria».
Il tema della paura è ricorrente, al Palavobis. Si vuole esorcizzare quella che il segretario, il «Cinese», chiama «la miscela pericolosa di neo-liberismo imitativo e spinta populista», e anche per questo si battono sempre più forte piedi e mani quando il laeder sindacale alza gli occhi alle bandiere: «Vedo segni di sbandamento, di confusione, difficoltà visibili e molta confusione tra questo e quel ministro», sottolinea Cofferati. «Se questo è vero – dice – c´è una ragione in più per fare quello che abbiamo deciso nei prossimi giorni. Venite tutti, ognuno di voi porti qualcun altro, pensionati, giovani…».
Scorre fra le fila il passaparola continuo per la manifestazione del 23 marzo a Roma e per lo sciopero generale del 5 aprile, già si raccolgono i fondi, «anche un euro è gradito, compagni». Tre ore intense bastano per inquadrare un iceberg in rotta di collisione con la nave della politica berlusconiana: «Sono convinto – incalza Cofferati – di avere ragione: se si aspettano organizzazioni arcigne, sbagliano. Li batteremo con un sorriso, la Cgil sa stare in piazza serenamente», puntualizza. E, con qualche battuta, sono sfilati in tanti davanti ai microfoni, prima di lui. Da «Zappa Francesco, lavoratore delle Ferrovie in appalto», licenziato insieme ai colleghi, e «orgoglioso» di battersi, al delegato dell´Alfa Romeo, che grida: «Salariati sì, ma schiavi mai». Gabriele Battaglia, giovane della Net-economy, descrive ragazzi come lui «consci della capacità di lavorare, ma non dei loro diritti». Un po´ solitari, finché hanno visto i loro maestri di mouse «venire chiamati uno a uno, e licenziati. Ma dietro i computer ci sono le facce di persone fisiche». Ci si alza in piedi per la dimessa Nicoletta Kazaru, vedova dell´immigrato rumeno che morì, bruciato vivo, in un eccesso d´ira del datore di lavoro, italiano. C´è la riccia e scattante Paola Boccianti, del Comune di Milano, che fa sorridere parlando del «governo del signor Bonaventura, un milione di posti di lavoro prima, un milione ai pensionati adesso». Tocca al segretario milanese della Camera del Lavoro, Antonio Panzeri, che ha organizzato la manifestazione, lanciare la parola d´ordine: «Siamo in campo».
E sono in campo, per la prima volta, sugli spalti affollati, anche gli «interinali», neologismo per indicare i più precari tra i precari. Stavolta hanno appeso anche uno striscione: «Lavoratori atipici, tanti ma invisibili», e il loro gruppo applaude la protesta contro la «Scuola che fabbrica sudditi». E contro il ministro Letizia Moratti e contro tutte «le deleghe che in governo si è preso» riprende la parola anche Cofferati: «Nella parola riforma c´è qualcosa di positivo, perciò non usiamola per la Moratti», spiega, criticando anche le politiche per «il mezzogiorno, il fisco, la previdenza, i diritti delle persone».
La sua è una requisitoria che gode del conforto entusiasta della platea: «Molti di voi lavoravano in fabbrica prima del 1967 e sanno bene cosa capitava allora. Potevi essere lasciato a casa da un momento all´altro senza che nessuno dovesse spiegarti il perché». È indietro nel tempo e nella dignità che secondo lui il centrodestra vuol portare l´Italia: «Vogliono tornare a quelle condizioni», dice, interrotto da un coro di «Nooo». Non passeranno, promette Cofferati, e non c´è rimborso, o soddisfazione economica che tenga: «Non sta nella nostra opinione che una lesione alla dignità della persona possa essere comprata con dei soldi».
Il resto degli atti firmati Berlusconi? Anche peggio: «È evidente l´ostilità del governo italiano verso l´Europa» e invece di alzare il tenore di vita dei lavoratori, «si cerca la deriva» di proteggere le imprese italiane con la riduzione dei costi a discapito della qualità». Il fisco viene pensato «per togliere ai poveri e dare ai ricchi. Con due aliquote soltanto – è la spiegazione di Cofferati – salta il criterio della progressività. In nessun Paese del mondo ci sono due aliquote», si porteranno «svantaggi per la gran maggioranza, per chi sta tra i 20 e gli 80 milioni». Il sistema delle pensioni ha retto, regge, ma se si diminuisce il gettito delle entrate, tutti diventano a rischio: «A credere al miracolo italiano e a una ripresa veloce dell´economia è rimasto solo il Governatore della Banca d´Italia». Se lo scenario è questo, lo sciopero generale «è la logica conseguenza». Alla fine, lavoratori e pensionati si accalcano per chiedergli un autografo: è come se fossero convinti di partecipare a un «2002 da ricordare».