Il nuovo strappo di Cook: «Ritiriamo le truppe»

31/03/2003



  Attacco all’Iraq




31.03.2003
Il nuovo strappo di Cook: «Ritiriamo le truppe»

di 
Alfio Bernabei


 Adesso è lui, Robin Cook, la coscienza del partito laburista. Il primo ministro Tony Blair ha tutti i motivi per essere essere preoccupato del suo futuro politico. Tra due coscienze che parlano lingue diametralmente diverse il pubblico è sempre più portato a interrogarsi, a scegliere. In un articolo che ha scritto ieri sul Sunday Mirror, che riportiamo nella sua versione integrale, Cook, ex ministro degli Esteri nel governo Blair, ha detto che ne ha già abbastanza di questa guerra «sanguinosa e non necessaria»: «Voglio che i nostri soldati tornino a casa, ha scritto, e voglio che tornino prima che ci siano altri morti tra di loro».

È da trent’anni che gli inglesi ascoltano le opinioni politiche di Cook. Tutti sanno che contano. Anche perché la lucidità con cui le espone è diventata proverbiale. Due settimane fa quando ha dato le dimissioni dal gabinetto di Blair perché non condivideva la decisione di far guerra senza una seconda risoluzione delle Nazioni Unite, tutti i deputati laburisti che sono d’accordo con lui, anche se molti non osano dirlo, lo hanno applaudito per l’integrità della sua scelta. Nel lasciare il gabinetto del quale era membro come coordinatore dei lavori parlamentari, addetto in particolare alle riforme costituzionali, Cook tra l’altro ha rinunciato ad uno stipendio di circa settantamila sterline. Ha cioè letteralmente pagato di tasca sua il privilegio di potersi staccare dal gabinetto Blair e dire esattamente come la pensava. In seguito Cook spiegò davanti ai deputati le ragioni per le quali aveva deciso di lasciare il suo incarico. Alla fine del discorso ottenne una vera e propria ovazione, da parte di tutti i deputati di tutti i partiti. Un evento raro.

Dopo due settimane di silenzio Cook è ritornato a ribadire la sua posizione in un articolo che tutti i giornali inglesi avrebbero pagato una cifra per averlo. Ma Cook ha scelto, e non a caso, il Sunday Mirror, l’edizione cioè domenicale del Daily Mirror. Ha voluto di proposito premiare la testata che più di tutte si è schierata contro la guerra, fino a pubblicare al suo interno manifesti con la scritta «no war», invitando i lettori ad attaccarli alle finestre e consigliando poi loro di sottoscrivere petizioni e spedirle al premier Blair per esortarlo a rinunciare alla guerra contro l’Iraq senza un mandato delle Nazioni Unite. Petizioni inascoltate, come non sono state ascoltate le voci sorte dalle grandi manifestazioni. Secondo l’ultimo sondaggio della Icm Research, apparso ieri sul tabloid domenicale News of the World, la stragrande maggioranza degli inglesi, l’84%, vuole che il conflitto in Iraq debba continuare fino alla vittoria delle truppe alleate.

Nonostante quindi 23 soldati abbiano perso la vita, i cittadini stanno dimostrando grande solidarietà verso il loro apparato militare impegnato in Iraq. In calo invece, sempre secondo lo stesso sondaggio, il supporto del pubblico verso la gestione della crisi da parte di Tony Blair. La scorsa settimana il premier aveva un supporto del 55%, un tasso ora sceso di 5 punti al 50%.

Ma a dispetto dei sondaggi, Cook si fa ascoltare per forza. Nell’articolo indica come Blair si è lasciato mettere in un vicolo cieco dagli americani. Come il gabinetto era stato portato a credere che l’esercito di Saddam si sarebbe ribellato «cinque minuti dopo la mezzanotte». E come tutto si sarebbe risolto entro i primi di maggio. Una colossale mancanza di giudizio. Quando Cook scrive «Washington si è sbagliata» bisogna leggere «Blair si è sbagliato» ad ascoltare chi stava sbagliando. Doppia mancanza di saggezza, deficienza di leadership illuminata. E guarda caso, Cook mette queste osservazioni accanto alle terribili sofferenze degli iracheni, alla crisi umanitaria. Da che parte sta la coscienza?

Ora bisognerà vedere fino a che punto, stimolati da Cook, i deputati laburisti contro la guerra, 139 all’ultimo conto, si organizzeranno per chiedere un nuovo dibattito a Westminster. In previsione di questo Blair si è già mobilitato. Ieri ha sguinzagliato David Blunkett, ministro degli Interni, e il sottosegretario agli Esteri Mike O’Brien negli studi televisivi per criticare sdegnosamente Cook: vuole forse dire che dobbiamo capitolare sotto Saddam Hussein? No, ha risposto Cook, adesso che la guerra è cominciata è vitale che finisca con una vittoria. «Ma qualcuno deve spiegare alle nostre truppe come intendono arrivare a Bagdad senza che si siano altri morti». Cook ha negato di avere ambizioni di candidarsi a prendere il posto di Blair se le cose dovessero mettersi male per il premier. Vuole semplicemente «contribuire a riportare l’unità nel partito laburista una volta che finirà la guerra». Un partito, s’intende, con una coscienza.