Il nuovo lavoro è sempre più in nero

29/03/2005
    domenica 27 marzo 2005

    LE RIFORME fallite

      Il nuovo lavoro
      è sempre più in nero

        Angelo Faccinetto

          MILANO Lo staff leasing, il job on call? E il lavoro accessorio o il job sharing, cioè il lavoro in coppia? O, ancora, la trasformazione dei co.co.co. in co.co.pro., vale a dire la «promozione» da precari semplici a precari a progetto? Un fallimento. Le nuove forme di lavoro introdotte dalla legge 30 che avrebbero dovuto modernizzare il rigido mercato del lavoro e spalancare a schiere di disoccupati le porte di un impiego nel nome della flessibilità regolata, semplicemente, non esistono. O quasi.

            La loro incidenza – azzardano alla Cisl – è attorno allo 0,02 per cento. Ma più che un dato è una valutazione. Perché a un anno e mezzo dall’entrata in vigore della legge, che il governo ama indicare come «riforma Biagi», dati veri non ce ne sono. E quei pochi non vengono esibiti. Silenzio. Il quadro dovrebbe essere fornito dalla Borsa Lavoro, istituita nel 2003 con il decreto 276, ma la Borsa Lavoro è ancora solo sulla carta. Mentre qualche risultato, frutto di ricerche in corso, lo si avrà solo più avanti. «Fra sei mesi, un anno» – spiega il professor Luciano Gallino, sociologo del lavoro dell’Università di Torino. Nel frattempo non resta che far ricorso all’esperienza diretta e incrociare i dati forniti dagli istituti di statistica. Che qualcosa comunque rivelano. E suggeriscono una prima conclusione. Da quando è entrata in vigore la legge 30 con le sue 49 nuove forme di lavoro previste, l’occupazione regolare non è aumentata, mentre è cresciuto il lavoro nero. Sembra un paradosso, ma è così. A sostenerlo non sono nè quei partiti né quelle organizzazioni sindacali che alla «controriforma Maroni» si sono sempre opposti. Lo dicono l’Istat e lo Svimez. Secondo l’istituto nazionale di statistica negli ultimi due anni l’incremento del lavoro nero è stato dell’1 per cento. Per lo Svimez addirittura dell’1,9. Non a caso all’aumento della popolazione attiva è corrisposto un calo della disoccupazione ufficiale pur a fronte di un aumento assai contenuto dei nuovi posti di lavoro. Così è interessante cercare di scoprire quale grado di gradimento abbiano avuto, presso imprenditori e lavoratori, i diversi istituti, ovviamente quelli «esigibili», cioè già in vigore.

              Apprendisti per sempre
              Un primo dato riguarda part-time e apprendistato. Nel 2003 i dipendenti con contratto a tempo parziale sono diminuiti di 71mila unità. Un crollo rilevante se si pensa che, nel complesso, i lavoratori part-time sono in tutto circa un milione. E socialmente significativo, se si tien conto che 8 su 10 sono donne. Nel 2004, è vero, c’è stato un parziale recupero. Ma la crescita non è andata oltre le 24mila unità. Il saldo, insomma, è al momento negativo, nonostante (o forse proprio per questo) sia stata introdotta la possibilità di ricorrere al lavoro supplementare, cioè agli straordinari, che fanno assomigliare il lavoro part-time pericolosamente al tempo pieno. Ma con meno diritti.

                Note dolenti pure per l’apprendistato. Il decreto 276 del 2003 ha previsto la graduale scomparsa dei contratti di formazione e lavoro. Assai utilizzati dalle imprese, con i «cfl» venivano avviati al lavoro circa 180-200mila giovani all’anno, soprattutto al Sud. Un decreto, nel 2004, ne ha consentito la proroga solo per 16mila. Mentre lo stanziamento per agevolazioni per l’anno in corso è uguale a quello previsto per il 2003 che era lo stesso del 2002. A conti fatti – sottolineano in Cgil – mancano all’appello circa 100mila posti. Il che, tradotto, significa riduzione della possibilità di assunzioni agevolate per i giovani. Ma c’è anche un altro aspetto da considerare. Tra i diversi contratti, quello di apprendistato è uno dei più gettonati. Il motivo è semplice. Si può applicare per un lungo periodo – dura sei anni, ma può essere reiterato raddoppiando – e fa risparmiare all’imprenditore un sacco di soldi. I contributi, che nel rapporto di lavoro normale variano tra il 32 e il 37 per cento, qui sono poco più che simbolici. Il che significa che su una retribuzione di mille euro l’imprenditore ne risparmia 350. Non è poco. E non è il solo vantaggio. Quando al termine dell’apprendistato si stabilizza il rapporto, il neoassunto viene inquadrato due livelli sotto quello «naturale». Con un ulteriore risparmio del 4-5 per cento. E siccome il contratto può essere applicato anche per le mansioni puramente ripetitive, l’aspetto formazione diventa del tutto secondario. Tanto che molti giuslavoristi storcono il naso e parlano di «eterogenesi dei fini». Rispetto al passato, un peggioramento.

                  Da co.co.co. a co.co.pro.
                  Poi c’è il capitolo co.co.co., 407mila, secondo l’Istat nel 2004, 800mila secondo il Cnel, oltre due milioni secondo altre stime. Quanti di questi rapporti di generica collaborazione siano stati trasformati, in questo anno e mezzo, in contratti a progetto con esattezza non è dato sapere. Le valutazioni parlano di un 50 per cento. Comunque sia – osserva il professor Gallino – nella realtà per loro non è cambiato quasi nulla. Per i vecchi contratti stipulati a norma di legge con la nuova legislazione non è cambiato quasi nulla. E nulla cambia per quei co.co.co. usati come paravento per mascherare rapporti di lavoro dipendente se il passaggio a co.co.pro. resta una finzione. Per verificare come e per quanti le cose siano effettivamente cambiate, però, si deve aver pazienza. Dati ancora non ce ne sono. Ciò che si può confermare, tabelle Istat alla mano, è che almeno nel 50 per cento dei casi i contratti di collaborazione nascondono un rapporto di lavoro subordinato. E che – questa volta in base ai dati dell’Agenzia delle entrate – lo scorso anno si è verificato un aumento abnorme delle partite Iva. Il che significa che molti co.co.co. sono stati costretti a trasformarsi in finti autonomi. Ancora più precari di prima. Le nuove posizioni, aziende escluse, sono state infatti 300mila. E non tutte corrispondono a professionisti appartenenti agli ordini professionali tradizionali.

                    Il flop del modello Usa
                    Al momento del varo del provvedimento termini come staff leasing, job sharing, job on call (rispettivamente, contratto di somministrazione, lavoro in coppia, lavoro a chiamata) erano diventati quasi sinonimo di svecchiamento di un mercato del lavoro considerato come la quintessenza della rigidità. In effetti questi istituti portano in sè elementi di una flessibilità che il segretario nazionale Fiom, Giorgio Cremaschi, non esita a definire «brutale». Un anno e mezzo dopo, però, nelle fabbriche non sembra essercene traccia. Nei contratti aziendali stipulati dopo l’entrata in vigore della legge non hanno fatto alcuna presa. Per trovare un esempio di lavoro a chiamata bisogna andare alla Electrolux Zanussi, dove però era stato introdotto negli anni ’90, quando la «30» non era neppure in gestazione. Stesso discorso per lo staff leasing, i cui casi- spiega Alessandro Genovesi (Cgil) – si contano sulle dita di una mano. E ancor peggio sembra andare per il lavoro di coppia (unico posto di lavoro, ma due prestatori d’opera che si alternano e si dividono il salario). Troppo costosi e complicati, aggiunge Di Leccio, anche lui Cgil. E in alcuni casi normati da regole penalizzanti e incomprensibili, come, nel caso dello staff leasing, il co-obbligo. Di più. Il lavoro interinale, peraltro introdotto dal «pacchetto Treu» nel ’97, resta stabile attorno ai 160mila coinvolti.

                      Il lavoro saltuario, compensato con «vaucher», specie di buoni orari comprensivi dei contributi, ancora non è operativo. Mentre pure la liberalizzazione del lavoro a tempo determinato – introdotta col decreto 368 del 2001 – non riesce a sfondare, arginata com’è dalla contrattazione, che finora è riuscita a mantenere i precedenti tetti (15%). Risultato, tre anni dopo il decreto, i contratti a termine, in tutto circa un milione e 800mila, sono scesi di 230mila unità.

                        Qualcosa, invece, si muove sul fronte dei contratti di inserimento, quelli rivolti alle donne e ai disoccupati ultracinquantenni. Ma ancora si tratta di poche migliaia di casi.

                          Estranei e complicati
                          I motivi? Perché in un mercato del lavoro ritenuto tanto rigido questi strumenti di flessibilità stentano tanto ad affermarsi?

                            La stessa Confindustria, che pure dovrebbe essere la prima interessata alla loro applicazione, non si mostra particolarmente entusiasta. Alberto Bombassei, ex numero uno di Federmeccanica ed attuale vicepresidente delegato alle Relazioni industriali di viale dell’Astronomia, dà, sì, una valutazione «complessivamente positiva» della riforma. Ma quando entra nel merito pone l’accento sulla flessibilità degli orari e dei turni, sul ricorso al part-time, sui contratti a termine. Questioni che con la legge 30 – per la quale, diplomaticamente, non esclude «la necessità di qualche revisione» – nulla hanno a che fare.

                              «Il fatto è – spiega Luciano Gallino – che oltre aver dato una veste legale alla precarietà preesistente – queste nuove forme di lavoro non sono nemmeno adeguate alle esigenze economiche delle imprese. Sono spesso troppo costose, visto che di mezzo c’è in genere un’azienda di intermediazione, e sono troppo complicate. Gestire fino a 49 diversi tipi di contratto dentro la stessa azienda è una grana in più, non certo una facilitazione».
                              «Non c’è un interesse vero da parte delle imprese per queste forme di lavoro – conferma il segretario confederale Cgil, Fulvio Fammoni -. Si è voluta fare una forzatura e l’unico risultato ottenuto è stato l’aumento del precariato». Per dimostrare il fallimento del governo, che puntava su una riduzione dei diritti e delle tutele per far aumentare la buona occupazione e sconfiggere il lavoro nero, Fammoni torna a citare l’Istat. «Dietro un collaboratore su due si nasconde una prestazione di lavoro di fatto dipendente, mentre l’universo dei contratti di collaborazione non è diminuito» – ribadisce.

                                Un giudizio severo, anche se espresso da una diversa angolatura, viene da casa Cisl, che pure aveva guardato con interesse alla riforma. «La “legge Biagi” – afferma il segretario confederale Raffaele Bonanni – non ha stravolto un bel nulla per il semplice motivo che i nuovi strumenti introdotti hanno un’incidenza infinitesimale. Mentre il vero scandalo degli ultimi anni, i co.co.co. dipendenti mascherati e senza diritti, non viene affrontato nemmeno da chi osteggia con forza la “Biagi”». Rispetto alla Cgil che punta, in prospettiva, all’abrogazione dell’intera normativa, Bonanni propone un’altra chiave di lettura. «Se la abrogassimo – sostiene – cosa accadrebbe dopo?

                                Resteremmo comunque sommersi dalla flessibilità non contrattualizzata. Sono quindici anni che di fatto in Italia non si riformano i rapporti di lavoro. La questione, piuttosto, è far sì che i lavoratori flessibili costino di più all’impresa. La ricetta deve essere: più flessibilità uguale a più salario e più contributi». In quest’ottica l’esponente Cisl interpreta anche l’atteggiamento distaccato di Confindustria. «Con due milioni e mezzo di co.co.co. e affini, con oltre mezzo milione di rapporti di associazione in partecipazione e 350mila ditte individuali, per loro comunque vada sarà un successo». Deregolamentazione era, deregolamentazione resta. Ma il futuro? Con la contrattazione, Cgil, Cisl e Uil finora hanno tenuto, del resto non è che la controparte abbia fatto le barricate. In alcuni settori, però, qualcosa sta cambiando. Il 31 dicembre Federmeccanica ha disdetto la parte dell’accordo separato firmato con Fim e Uilm nella quale si impegnava a non applicare la legge 30. E adesso fa pressing sugli associati perché ottengano più flessibilità di prestazione. Niente job on call insomma, per fare un esempio, ma chi è in organico si dia da fare con gli straordinari. E in quest’ottica Cremaschi non concorda affatto con Bonanni. «Un aspetto negativo – sostiene – questa legge ce l’ha e si riflette sul piano delle relazioni sindacali, indipendentemente dall’applicazione di fattispecie troppo complicate ed artificiose, ancora estranee alla nostra cultura aziendale: è uno spauracchio che gli imprenditori cominciano ad utilizzare». E che si aggiunge alla prossima liberalizzazione degli appalti e all’applicazione della direttiva Bolkestein. Le aziende il nuovo modello non l’hanno ancora ben assimilato ma i primi segnali già si colgono. «In determinati settori come la cantieristica – racconta Cremaschi – si affacciano i primi “globalisti”. Vengono con i subappalti dai paesi dell’Est e sono pagati con una cifra onnicomprensiva: salario, tfr, ferie, straordinari, contributi…».

                                  La legge 30, insomma, questo lo ha prodotto: ha eroso i confini delle tutele e dei diritti. A danno dei lavoratori e,in particolare,dei lavoratori più deboli. In attesa, se non verrà abrogata, che venga applicata davvero.