Il nuovo faro delle relazioni sindacali (C.Dell’Aringa)

26/07/2007
    giovedì 26 luglio 2007

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    Il nuovo faro delle relazioni sindacali

      di Carlo Dell’Aringa

        Non solo di pensioni e di lavoro si parla nel protocollo che il Governo ha presentato lunedì alle parti sociali. Si parla anche di competitività e di produttività. Ed era doveroso farlo. Infatti, il nostro Paese non ha solo una spesa pensionistica fra le più alte e un tasso di occupazione fra i più bassi, fra i Paesi europei. Ha anche il triste primato di una produttività che è rimasta praticamente ferma da sei anni a questa parte. Nessun Paese, fra quelli più industrializzati, ha fatto peggio di noi. Le cause sono diverse e molte dipendono da condizioni di contesto, poco favorevoli alla innovazione e alla crescita delle imprese.

        Ora, con questo protocollo, si comincia ad incidere su alcuni aspetti di questo contesto poco "amichevole" nei confronti della produttività. Vengono accolte due precise indicazioni avanzate sia dal mondo imprenditoriale che da alcune componenti sindacali.

        La prima è l’eliminazione di quella dannosa sovra-contribuzione del lavoro straordinario che ha reso più costoso per le imprese l’uso di questo strumento utile per fronteggiare la volatilità dei mercati. Togliere questo costo aggiuntivo (che si aggiunge a una retribuzione, giustamente, maggiorata) significa ripristinare una forma di flessibilità che può risultare molto utile per gli stessi lavoratori. Sostenere che allungando gli orari (in realtà rendendoli più flessibili) si rischia di ridurre le assunzioni di nuovo personale e quindi i livelli di occupazione, significa rimanere ancorati a ragionamenti che da tempo trovano ben poco credito in campo economico. Basti pensare alla Francia, che insieme con le 35 ore ha collezionato, in questi anni, i più elevati tassi di disoccupazione della propria storia.

        Il nostro Paese ha bisogno di aumentare sia l’occupazione, sia gli orari, che la produttività. Non si deve rinunciare a nessuno di questi obiettivi. È possibile e occorre aumentare tutti e tre insieme, perché solo così si può aumentare il nostro potenziale di crescita. Anche gli aumenti di produttività andranno a beneficio e non a danno dell’occupazione.

        Le misure per la produttività, previste nel protocollo, riguardano le de-contribuzini e la de-tassazione degli aumenti salariali legati alla performance delle aziende e risultanti dalla contrattazione collettiva integrativa, condotta a livello di impresa o di territorio. La percentuale di salario ammessa a questa forma di incentivo, passa dal 3 al 5 per cento. Si tratta di un aumento importante, anche se la quota del 5% va giudicata ancora modesta, se si vuole incidere con efficacia sul legame produttività-salario.Si può solo sperare che, una volta verificati i buoni risultati di questa iniziativa, questo tetto possa essere alzato ulteriormente.

        Questa misura tende a mettere la produttività al centro delle relazioni sindacali e di spostare (almeno tendenzialmente) il baricentro della contrattazione al livello decentrato. È la direzione giusta verso cui andare. Va bene per le imprese, per le quali vale sempre la regola che prima occorre produrre il valore aggiunto e poi distribuirlo. È anche importante, per le aziende, coinvolgere i lavoratori nella partecipazione ai risultati conseguiti, per rafforzare le loro motivazioni e aumentare gli incentivi. Va bene anche per i lavoratori e i sindacati, perché si renderanno conto che l’aumento delle loro retribuzioni non dipendono tanto da "conquiste sindacali" che non potranno mai distribuire quello che non viene prodotto,bensì dalla loro disponibilità a collaborare nei processi di riorganizzazione e ristrutturazione aziendali, che sono resi necessari dalla introduzione di nuove tecnologie e dal lancio di nuovi prodotti.

        In quasi tutti i Paesi industrializzati (per lo meno in quelli in cui i sindacati sono ancora presenti in misura significativa) le relazioni sindacali e la contrattazione collettiva, sono state decentrate, sul territorio e in azienda. Ed ancora una volta il cambiamento è imposto dalle esigenze di flessibilità. Le aziende e i territori sono fra loro diversi e presentano problemi ed opportunità differenti. Lacapacità di adattarsi alle diverse condizioni dei mercati del lavoro (sul territorio) e alle diverse condizioni dei processi produttivi e dei mercati dei prodotti (in azienda), è diventato il requisito fondamentale di relazioni sindacali che vogliono tener il passo dei tempi. Ed è anche lo strumento, per il sindacato, di riacquistare "voce" e rappresentanza. Voler continuare a difendere la supremazia assoluta del contratto nazionale è, alla lunga, pedente.

      carlo.dellaringa@unicatt.it