Il nuovo ceto medio che non ce la fa a pagare il mutuo

25/05/2010

Dal crac alla crisi italiana, dai 34 milioni di nuovi disoccupati mondiali ai 428 mila di casa nostra, dalla politica di Obama all’immobilismo del governo italiano, da Rosarno alla fame nel mondo, dal welfare a l’Aquila come esempio di shock-economy. Locale e globale è la doppia lente con cui il Rapporto sui diritti globali 2010 – realizzato dalla Cgil insieme ad Arci, Actionaid, Antigone, Cnca, fondazione Basso,Forum Ambientalista, Gruppo Abele, Legambiente e curato da Sergio Segio – prova a inquadrare la crisi. Che in Italia si declina in 428 mila posti di lavoro in meno tra la fine del 2008 e la fine del 2009 (dati Istat), 14 milioni e 871 mila di inattivi (253 mila in più dello scorso anno). Nei primi nove mesi del 2009, dati Censis, hanno chiuso 300 mila imprese, di cui 30 mila nel settore manifatturiero. Il ricorso alla cassa integrazione è aumentato del 106,8% (a marzo 2010 sono state autorizzate 122,6 milioni
di ore di cassa integrazione). In assenza di interventi da parte del governo, la domanda è: «Quanto può durare ancora la famiglia Spa”, quella famiglia italiana osannata perché regge alla crisi?». Lavorare non basta La risposta è drammatica. Perché mentre crescono i disoccupati cresce l’impoverimento anche tra gli occupati. E le famiglie italiane hanno già dato fondo alle risorse. Il numero di quelle che riescono a fare fronte alla crisi si va drammaticamente assottigliando. Ad arrancare ormai sono anche i ceti medi. L’ultimo campanello d’allarme lo fanno suonare 1,8 milioni di famiglie giovani a reddito medio- alto che fanno fatica a pagare il mutuo: il 56,5% di loro arriva con difficoltà a fine mese, il 54% dice di non riuscire ad accantonare nemmeno un euro. Nel 2009 le famiglie italiane si sono indebitate per 524 miliardi di euro, che fanno 21.270 per ogni cittadino. Un debito che per i lavoratori dipendenti ammonta a 15.900 euro l’anno: il 79,4% per la casa, il resto per i consumi. Lavorare non basta. Anche perché 13,6 milioni di lavoratori guadagna meno di 1300 euro al mese, 6,9 milioni (per il 60% donne) guadagna meno di 1000 euro e al di sotto dei 1000 euro vivono anche 7,5 milioni di pensionati. In sei anni, tra il 2002e il2008 il reddito netto familiare ha perso ogni anno 1.599 euro tra gli operai, 1.681 euro tra gli impiegati. Nel 2009, il 10% degli occupati è sotto la soglia di povertà relativa, nel 2007 la percentuale era dell’8,6%. Mentre il 15,1% delle famiglie assolutamente povere hanno un capofamiglia giovane e occupato, operaio nell’84% dei casi, vivono al Sud (69%), hanno una casa in affitto, e un altro componente della famiglia, per lo più donna, in cerca di occupazione. L’affitto incide sui redditi dei pensionati e lavoratori dipendenti tra il 30 e 70%. E per il 2011 è prevista un’ondata di 150mila nuovi sfratti. Mentre l’85% delle famiglie immigrate (1,3 milioni) ha un contratto non registrato registrato per un canone inferiore al reale. Gli effetti della crisi sulla popolazione immigrata si fanno sentire sulle rimesse inviate nel paese d’origine: – 10% nel 2008, ovvero 155 euro al mese contro i 171 del 2007. I top manager A salvarsi dalla crisi anche quando le loro imprese dimezzano gli utili – osserva il Rapporto curato da Segio – sono i top manager. Nel Rapporto vengono elencati i più pagati: per la Pirelli Re (che ha chiuso con 104 milioni di passivo) Carlo Puri Negri (14 milioni), Claudio De Conto (ex dg , 7,3 milioni) e Tronchetti Provera (5,6 milioni), per la Fiat Marchionne (4 milioni e 782 mila), Montezemolo (5 milioni e 177mila).