Il nuovo apprendistato non vuole gli stagionali

22/07/2005
    venerdì 22 luglio 2005

    NORME E TRIBUTI – pagina 30

    Il nuovo apprendistato non vuole gli stagionali

      MARCELLO FRISONE

      MILANO • Il contratto di apprendistato nelle attività stagionali è ammesso soltanto nei settori in cui si applica la " vecchia" disciplina prevista dalla legge 196/ 97. Laddove, invece, sia già operante il nuovo apprendistato professionalizzante regolato dalla legge Biagi (dieci i settori fino ad adesso, nel creditizio ha siglato l’intesa anche la Fabi, si veda «Il Sole 24 Ore» di ieri), il datore potrà assumere lavoratori con questo contratto solo per una durata minima di due anni con esclusione dunque dei periodi stagionali. Le imprese, inoltre, possono presentare interpelli al ministero del Lavoro avvalendosi esclusivamente dei soggetti collettivi o rappresentativi previsti dal decreto legislativo 124/ 2004. Sono le precisazioni che provengono dal Lavoro dopo il via libera alla circolare 30 del 15 luglio 2005 in cui sono state dettate le istruzioni sul contratto di apprendistato professionalizzante dopo le modifiche introdotte dal decreto competitività (legge 80/ 05) al decreto legislativo 276/ 2003.

      «Il nuovo contratto di apprendistato professionalizzante — spiegano dal Lavoro — non può essere utilizzato nelle attività stagionali, perché la nuova disciplina prevede una durata minima di due anni. In tutti quei settori, invece, dove non sono ancora intervenuti i contratti collettivi nazionali, potrà essere applicato il vecchio apprendistato regolato dalla legge 196/ 97 e avviati rapporti di lavoro anche nelle attività stagionali».

      L’apprendistato nelle attività stagionali segue così due vie: non sarà mai possibile avviarlo nel caso in cui sia già operante la nuova disciplina prevista dalla legge Biagi ( per esempio, settore edile, credito e terziario), mentre è ancora ammesso nei settori in cui sia ancora operativa la vecchia legge 196/ 1997 (uno è per esempio quello del turismo). In quest’ultimo caso, infatti, la nota del Lavoro del 20 marzo 2002 aveva dato il via libera prevedendo un criterio proporzionale nell’erogazione della formazione da impartire ai lavoratori.

      L’ulteriore precisazione che arriva dal Lavoro riguarda le «parti» (richiamate nella circolare 30/ 05) incaricate a individuare i profili formativi essenziali per il rapporto. Nel caso in cui il contratto collettivo non disciplini i contenuti formativi « il datore di lavoro e il lavoratore nonché le parti sociali — spiegano dal Lavoro — potranno regolamentare questo aspetto » richiamando i profili predisposti dall’Isfol o rivolgendosi agli enti bilaterali.

        «Sul diritto di interpello— concludono dal ministero — le regole che si applicano sono sempre quelle previste dal decreto legislativo 124/ 04 sul riordino dell’attività ispettiva. Quindi, i singoli datori di lavoro non potranno inviare direttamente i quesiti al ministero del Lavoro ma dovranno rivolgersi soltanto alle associazioni di categoria, agli ordini professionali e agli enti pubblici» . Almeno due anni per chi rientra nella legge Biagi