Il Nordest cambia pelle e si scopre sempre meno operaio

13/07/2004




martedì 13 luglio 2004

L’indagine della Fondazione Nord Est sui mutamenti in corso nell’area: cala la componente industriale e aumenta quella dei servizi. Incrementato l’export verso l’Oriente
Il Nordest cambia pelle e si scopre sempre meno operaio

MILANO «È in atto una trasformazione del Nordest che avviene in modo carsico e silenzioso, il nordest sta cambiando ma lo fa ancora una volta nel suo stile, all’interno». Così il direttore della Fondazione Nord Est Daniele Marini, dell’Università di Padova, ha sintetizzato le ultime mutazioni in atto nel sistema economico di questa parte d’Italia.

Secondo Marini questo mutamento si vede nel mutare delle figure professionali, con il 55% della forza lavoro nel settore meccanico, per esempio, impiegato in attività non più manuali ma intellettuali e impiegatizie: un cambiamento che non traspare però all’esterno, ha sottolineato, perchè la qualificazione del personale avviene all’interno della fabbrica.


Fra gli elementi di novità evidenziati da Marini, anche quanto si è registrato nel settore dell’export, dove il 2003 è stato un anno difficile, ha rilevato, ma che ha anche visto le imprese del Nordest riequilibrare il calo in certe aree con un aumento dell’export verso il Far East (India e Cina), ad indicare «un riposizionamento delle imprese nell’internazionalizzazione».


Cosa sta diventando dunque il Nordest, nell’analisi della Fondazione? Certo sarà un sistema che metterà più l’accento su diverse caratteristiche, risponde Marini, nel senso che nello stesso settore produttivo sta calando la componente industriale e aumenta quella dei servizi, nel senso di una vera e propria terziarizzazione del sistema che non implica una scomparsa del settore secondario, ma certo un suo ulteriore ridimensionamento.
Ma dai sondaggi compiuti dalla Fondazione nella sua ricerca emerge anche, ha sottolineato Marini, una «nuova rappresentazione dello stesso Nordest da parte degli imprenditori, dove il Nordest passa per la Lombardia il Veneto e il Friuli Venezia Giulia come primo asse, il Trentino e l’Emilia Romagna come secondo asse e il Piemonte e le Marche come terzo». E questo perchè, ha spiegato, il modello produttivo delle Marche è molto simile quello del Triveneto, ma anche lo stesso Piemonte non è costituito solo da Torino, ma anche da altre realtà geografiche come il cuneese e l’alessandrino.


«È come se il Nordest avesse inglobato il Nordovest – ha evidenziato Marini -: è un Nordest che si allarga e si ridefinisce nella propria rappresentazione, avendo sviluppato le sue relazioni anche con altre realtà regionali, in quanto fonte di crescita e di sviluppo industriale che è ancora il più giovane, nonostante i suoi quarant’anni, e il più dinamico in Italia».


Per quanto riguarda i suoi rapporti oltre confine, passano lungo altri tre assi di corrispondenza economica con gli altri Paesi: l’Austria, la Slovenia e la Germania è l’asse più forte, segue quello con la Croazia, la Romania e la Repubblica Ceca e infine quello con la Francia. Quanto alla Cina, l’imprenditoria nordestina l’ha sempre considerata non tanto come un rischio quanto come un’opportunità: e se è vero che l’import-export con questo Paese rappresenta ancora soltanto il 2-3% di quello complessivo, è anche vero che l’area si sta attrezzando per andare anche in quella direzione.


Ma intanto il distretto industriale «si va ridisegnando – ha detto ancora Marini – con le imprese che ormai vanno all’estero anche con i loro subfornitori, e dunque si passa dal mordi e fuggi della delocalizzazione alla internazionalizzazione propriamente detta, in base alla quale a casa rimane solo la ‘testà della produzione», come dimostra «la riconversione in atto delle figure professionali»
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