Il Nord traina la nuova occupazione

29/09/2003


      Sabato 27 Settembre 2003

      ITALIA LAVORO

      MERCATO DEL LAVORO

      Secondo i dati Istat la crescita si concentra nelle Regioni settentrionali: primato in Lombardia (+44mila)
      Il Nord traina la nuova occupazione
      Nel Mezzogiorno forte aumento per Campania, Sicilia e Sardegna mentre le altre aree registrano ancora una flessione

      MILANO - Occupazione: l’Italia guadagna posti a Settentrione, mentre il Sud ha sempre il fiato corto.
      Ma la situazione non è piatta, anzi. I dati Istat, disaggregati su base regionale, relativi al saldo occupazionale luglio 2003 sul 2002 svelano
      una situazione profondamente disomogenea.
      Se l’exploit del Piemonte con 36mila nuovi posti fa gridare al miracolo più della carica dei 44mila
      della Lombardia, considerando la situazione in cui versa l’economia subalpina, all’opposto la Puglia incassa un saldo negativo di 32mila unità.
      Un salasso di posti che, se confermato da ulteriori rilevazioni, potrebbe autorizzare auspici negativi
      sul futuro economico della Regione. In mezzo, le ottime prestazioni dell’Emilia-Romagna (33mila occupati in più), delle Marche (+14mila), di Veneto e Friuli-Venezia Giulia (rispettivamente 8mila
      e 9mila). Ma è il Suda dare qualche motivo di perplessità nell’analisi. Come spiegare le ottime prestazioni di Campania, Sicilia, Sardegna? E come,
      al contrario, giustificare le persistenti prestazioni negative di Regioni come la Puglia che fa registrare
      ben 32mila posti in meno e seppur di poco della Calabria (mille posti in meno), storica maglia nera
      in Europa nella classifica delle aree regionali più depresse? «Certo, gli ultimi dati Istat sui tre mesi disaggregati per Regione riservano sorprese anche nella scomposizione per aree geografiche.
      In generale — commenta Michele Tiraboschi, giuslavorista, professore all’università di Modena
      —denotano l’importanza strategica assunta dalle politiche economiche territoriali. Con qualche sorpresa. Onestamente, alzi la mano chi si aspettava di vedere il Piemonte così in alto in classifica con
      una simile dote di nuovi posti di lavoro. Se si pensava a un boom di nuovi assunti, certo, lo si poteva collegare al sistema economico del
      Nord-Est».
      Certo la crisi della Fiat non autorizzava dati così positivi. «Sicuramente un ruolo importante va assegnato al fenomeno di emersione dal sommerso e ai conseguenti incentivi. Ciò dimostra — aggiunge
      Tiraboschi — che quando si mettono in moto certi meccanismi posso davvero spostare situazioni consolidate.
      Il caso della Calabria che riduce moltissimo il deficit storico è eclatante».
      Paolo Sestito, stretto collaboratore del sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi dà prova di realismo: «Mi meraviglierei, nel caso della Puglia, se la situazione fosse negativa per tre anni consecutivi, non per tre mesi di seguito soltanto. Ciò detto ormai anche all’interno di una stessa Regione ci sono diverse aree di aggregazione. Ma l’aggregato di per sè non vuol nemmeno dire
      che le cose debbano restare immutabili».
      «Un recupero rispetto all’anno precedente di alcune aree come la Campania o, nell’industria, la Calabria si potrebbe spiegare con quello che Luca Meldolesi
      chiama operazione recupero del sommerso — commenta Carlo dell’Aringa, economista del lavoro
      dell’Università cattolica, nella task force europea
      incaricata di indicare i correttivi sulla strada della strategia di Lisbona — a meno che non si disponga anche di un dato di lettura che faccia riferimento alla composizione settoriale».
      Del resto, secondo quanto teorizzato dal coordinatore della strategia della lotta al sommerso Luca Meldolesi l’emersione avrebbe attecchito nelle zone in cui il fenomeno è storicamente più radicato.
      «Proprio qui — aggiunge dell’Aringa — può darsi che l’accettabilità a livello sociale del fenomeno
      inizi a non essere considerato più "sopportabile". Bisognerebbe vedere, ad esempio, se in queste
      Regioni sono nati più posti di lavoro nelle aree più a rischio, ad esempio, gli alberghi, il terziario».
      Inoltre, la dorsale Adriatica è storicamente meno a rischio rispetto al versante Tirrenico: il che spiegherebbe il perchè delle buone prestazioni
      di Calabria e Campania. Oltre al dualismo territoriale
      Nord-Sud e alla settentrionalizzazione della crescita dei posti di lavoro una chiave di lettura in più del
      fenomeno potrebbe essere quella della natura dei nuovi contratti. Pietro Garibaldi, professore alla Bocconi, sottolinea come «accanto all’aumento dell’occupazione e alla discesa del tasso di disoccupazione si deve considerare l’invecchiamento della popolazione».
      I nuovi ingressi stabili nel mondo del lavoro,
      come confermano le statistiche, non sono solo quelli dei giovani.
      R.FA.
      Puglia / Il record dei posti persi
      In difficoltà il manifatturiero
      Meno addetti per moda e divani
      Resiste solamente il turismo

      BARI - Se l’aspettava. Non così pesante ma se l’aspettava. Il presidente degli industriali di Bari, la Provincia più dinamica in assoluto ma anche la prima ad avvertire il cambiamento di congiuntura
      in questa Regione che i dati Istat hanno spinto in fondo alla classifica(-32mila occupati) non è sorpreso. «Sono preoccupato — ammette Nicola
      De Bartolomeo, presidente dell’Assindustria
      di Bari — perché i segnali di ripresa non ci sono ancora. E le difficoltà non risparmiano il settore delle costruzioni che pure aveva contribuito negli
      ultimi mesi ad un certo riequilibrio delle
      dinamiche occupazionali regionali —aggiunge
      De Bartolomeo, che è anche vice presidente nazionale dell’Ance (costruttori edili) —. Segno che qui si parla troppo e non si incide».
      L’indice è puntato sulle opere pubbliche che si appaltano ed aggiudicano sempre troppo tardi e sulle amministrazioni locali che non attrezzano gli strumenti urbanistici e ritardano lottizzazioni ed
      aperture di cantieri. E alla fine si paga tutto, come dimostra il saldo occupazionale negativo al quale «non sono estranee —aggiunge dal suo osservatorio più ampio il presidente degli industriali pugliesi, Gianni Mongelli — le incertezze sugli incentivi».
      Il rallentamento economico ha colpito soprattutto
      le aree produttive tradizionali, a cominciare dal
      Tac (tessile, abbigliamento e calzaturiero) del Salento. «Nell’ultimo anno la crisi si è aggravata —sottolinea Antonio Campoverde, segretario provinciale della Femca-Cisl, organizzazione di categoria che conta 2mila iscritti— . Dall’inizio
      dell’anno in provincia di Lecce molti lavoratori sono stati licenziati o ricollocati in aziende satellite del gruppo calzaturiero madre».
      Non va bene per il settore primario, con un calo occupazionale che rende la Puglia meno sola rispetto al quadro nazionale che sconta 34mila addetti in meno, una flessione del 3% tra luglio 2002
      e luglio 2003. «La flessione occupazionale in agricoltura c’è ed è in aumento — spiega Onofrio Giuliano, presidente dell’Unione Produttori di Foggia — anche se è mascherata da molte denunce di giornate lavorative che alimentano invece il circuito di falsi braccianti per ottenere le coperture previdenziali».
      Al dato rilevato dall’Istat non è estranea la congiuntura difficile con cui si sta misurando il comparto del salotto, a cominciare dall’azienda simbolo, le Industrie Natuzzi di Santeramo. La crisi
      tocca l’indotto e molte aziende di piccola o piccolissima dimensione non reggono, ed è forte il timore che si giunga a drastici processi di ristrutturazione aziendale soprattutto nelle imprese leader. A reggere e ad evitare dati occupazionali
      ancora più negativi è stato soprattutto il turismo.
      Ne è certo Luigi Manzionna, presidente del Cotup, il consorzio che rappresenta oltre 300 aziende
      turistiche in tutta la regione: «Non abbiamo contribuito a questo risultato. Il settore tira e occupa».

      VINCENZO RUTIGLIANO
      Totale
      luglio 2003/
      luglio 2002Totaleluglio 2

      Piemonte / La sorpresa positiva
      A Torino «effetto Olimpiadi»

      TORINO - «I dati sull’occupazione in Piemonte sono indubbiamente positivi.
      Probabilmente anche troppo, in considerazione della realtà. Perché, ad esempio, i dati Istat evidenziano un incremento di 14mila unità degli
      occupati in agricoltura (+23%) e la crescita pare, perlomeno, eccessiva.
      Ma anche sul fronte dell’occupazione industriale non è proprio il caso di essere entusiasti».
      Gilberto Pichetto, assessore al Lavoro della Regione Piemonte, è convinto che la situazione piemontese sia comunque positiva. E i 36mila posti di lavoro creati in un anno lo testimonierebbero.
      Ma ricorda che i nodi da sciogliere sono comunque molti. «Anche perché — avverte — abbiamo almeno 10mila persone che rischiano di esser
      messe in mobilità, soprattutto nelle aree di Torino e Biella». Una crisi che investe soprattutto il
      settore manifatturiero, anche se dai dati Istat emerge un incremento dello 0,7% nell’occupazione industriale (da 677 a 682mila). Mauro Zangola, direttore dell’Ufficio studi dell’Unione industriale
      di Torino, precisa però che i dati tengono conto anche dell’edilizia. E, in questo periodo, è proprio questo comparto a trainare il dato occupazionale.
      Sia per quanto riguarda i grandi cantieri (per le Olimpiadi, per l’alta velocità ferroviaria)
      sia per la trasformazione urbanistica torinese.
      L’industria manifatturiera, invece, non sembra aver ancora superato le difficoltà e, anzi, la fine
      degli ammortizzatori sociali predisposti per la crisi del settore auto potrebbe portare a nuovi tagli occupazionali. Ma non è solo l’industria a manifestare difficoltà. Zangola ricorda che anche il
      terziario è un motore fondamentale dello
      sviluppo subalpino (gli occupati sono cresciuti dell’1,7%, da 1.069.000 a 1.087mila). Ma proprio in questi giorni un tour operator ha deciso di chiudere
      la sede torinese trasferendo a Milano una cinquantina di addetti mentre un’agenzia turistica lombarda si limiterà a chiudere l’ufficio torinese. Evidente dimostrazione di quanto il settore
      turistico creda nelle potenzialità subalpine.
      Ma anche risposta eloquente ai costruttori
      torinesi che continuano ad edificare uffici nella certezza che tante aziende milanesi trasferiranno gli uffici a Torino per cercare locazioni più convenienti.
      Zangola, tuttavia, preferisce ribadire che l’aumento del tasso di attività in Piemonte è cresciuto e ha superato il traguardo fissato in sede europea. «Preoccupa, invece, l’aggravamento del tasso
      di disoccupazione giovanile che — afferma il direttore dell’Ufficio studi — arriva dopo un periodo di sensibile attenuazione del fenomeno, complice anche l’aumento dell’occupazione femminile». Così, mentre il tasso di disoccupazione
      totale scende dal 4,7 al 4,4%, quello per i giovani sale dal 12,2 al 15,6%, il doppio rispetto a regioni come Veneto ed Emilia Romagna.
      AUGUSTO GRANDI