Il nodo «scalone» rischia il rinvio

14/06/2007
    giovedì 14 giugno 2007

    Pagina 12 – Primo Piano

    Retroscena
    Per i veti incrociati la discussione potrebbe slittare a settembre

      E il nodo “scalone” rischia il rinvio

      TERESA PITTELLI

        ROMA
        Due miliardi e mezzo di euro a pensionati poveri, disoccupati e lavoratori discontinui. I tecnici dei ministeri economici hanno ormai quasi definito l’accordo sulla parte dell’extra-gettito fiscale da assegnare al welfare. Il progetto prevede di destinare aumenti di 70-80 euro a 1,4 milioni di pensionati che hanno già versato i contributi ma vivono con meno di 550 euro al mese, e di portare l’indennità di disoccupazione dal 50% al 60% dell’ultima retribuzione, che verrebbe inoltre estesa ai cosiddetti lavoratori atipici, attualmente privi di una copertura. Al piano andranno quasi sicuramente 2,5 dei 10 miliardi extra emersi dalle dichiarazioni fiscali 2006, ma la somma potrebbe anche lievitare in modo consistente, forse fino a 3 miliardi di euro, dopo la prossima rilevazione di luglio.

          Dopo il vertice di ieri a colazione guidato da Romano Prodi, se il piano sulle pensioni basse e la riforma degli ammortizzatori sociali sta raccogliendo un consenso trasversale, molte sono le questioni irrisolte che restano sul tavolo. A partire dalla spinosa discussione sulla revisione dello scalone Maroni, che lasciato così com’è innalzerebbe da 57 a 60 anni l’età di pensionamento dal 2008, e sui coefficienti di trasformazione, che calcolano l’importo finale della pensione in base all’allungamento della vita media. Problemi talmente controversi, a causa dei veti incrociati dei sindacati e della sinistra radicale, da non escludere l’ipotesi circolata da ultimo a palazzo Chigi di rimandarne la discussione all’autunno, quando comincerà a delinearsi la Finanziaria.

            Una soluzione che lascia scettici i sindacati. «Sarebbe una sciocchezza e un modo per tenersi lo scalone», sostiene Pierpaolo Baretta, segretario generale aggiunto della Cisl. E anche nel governo c’è chi, come il ministro Damiano, spera di chiudere il negoziato con i sindacati entro giugno, con un accordo che tenga insieme tutte le misure sul welfare e il mercato del lavoro, scalone e coefficienti compresi. Le ipotesi di trattativa alle quali i tecnici stanno lavorando prevedono di sostituire lo scalone con scalini graduali o con le quote suggerite dalla Cisl, ovvero somme di età anagrafica e anzianità contributiva da combinare liberamente perché diano lo stesso risultato (ad esempio «quota 95», raggiungibile con 60 anni di età e 35 di contributi, o 59 di età e 36 di contributi, e così via).

              Una soluzione che piace ovviamente a Baretta, anche se rimangono da convincere Cgil e Uil. «Secondo noi la strada maestra è il ritorno a 57 anni per l’età della pensione, lavorando sugli incentivi per il suo innalzamento progressivo», ribadisce Domenico Proietti (Uil).

                Quanto ai coefficienti previsti dalla legge Dini, sta prendendo corpo l’ipotesi di congelare temporaneamente la loro revisione, e demandare a una commissione ad hoc la ridefinizione dei parametri di calcolo sulla base di nuove variabili (come il tasso di immigrazione, la crescita, la precarizzazione del mercato del lavoro).

                  Ancora da sciogliere è anche il nodo della quantificazione dell’extra-gettito da destinare agli altri capitoli sociali del Dpef come il piano casa e gli aiuti alle famiglie, per i quali sarebbero sul piatto circa 2-2,5 miliardi oltre ai 2,5 già previsti per il welfare. Una fetta del «tesoro» potrebbe anche finire in un decreto di fine giugno con la rivalutazione delle pensioni e gli ammortizzatori sociali. E un’altra parte attendere la Finanziaria per la sua definizione. Sempre che tra oggi e domani governo e maggioranza riescano a trovare l’intesa politica.