Il nemico da combattere? Il sindacato

06/03/2003

          6 marzo 2003

          Il nemico da combattere?
          Il sindacato
          Nei documenti del “partito armato” espressioni di condanna e di disprezzo nei confronti di Cgil, Cisl e Uil

          Gianni Cipriani

          ROMA Il sindacato nel mirino dei terroristi?
          Per chi conosce le Brigate
          Rosse e le opinioni (chiamiamole così)
          dei vari gruppi-satellite che si riconoscono
          nel progetto di costruzione
          del “Partito comunista combattente”
          non esistono dubbi di sorta. Fin troppo
          ovvio. Chi ha letto le rivendicazioni
          dell’omicidio di Massimo D’Antona
          - che della Cgil era consulente – e
          quella dell’omicidio di Marco Biagi
          ha trovato moltissime frasi di condanna
          e di disprezzo nei confronti di
          Cgil, Cisl e Uil.
          Eppure, tra il marzo del 2002 (omicidio
          Biagi) e il marzo 2003 (sparatoria di Terontola)
          il “partito armato” aveva avuto occasione di
          far giungere il proprio messaggio per cercare
          di convincere i “rivoluzionari” che uno dei veri
          nemici da combattere era il sindacato.
          Messaggi chiarissimi. Ben più eloquenti
          dei tanti attentati alle sedi confederali,
          soprattutto in quelle della Cisl.
          Documenti quasi ignorati dai mass media e
          dall’opinione pubblica che – al contrario – sono
          stati attentamente studiati dagli esperti
          dell’antiterrorismo che ne hanno ricavato la
          certezza che le Br-Pcc si sarebbero
          mosse nel “solco” delle operazioni
          D’Antona e Biagi, cercando di delegittimare
          il sindacato.
          Ma cosa dicevano gli ultimi documenti?
          Uno, firmato dai Nta (Nuclei
          territoriali antimperialisti) era tutto
          dedicato alla Lega delle Cooperative.
          Ed in un passaggio significativo diceva:
          «Compito di una forza rivoluzionaria
          come le Nta è di alzare il livello
          del conflitto di classe al fine di ricostruire
          i livelli necessari allo sviluppo
          della guerra di classe di lunga durata,
          obiettivo da realizzare tramite una
          ramificazione capillare del movimento
          atto a colpire responsabilità politiche,
          sindacali, nonché di quelle parti
          sociali rappresentanze principali dell’
          economia italiana nei loro apparati
          decisionali responsabili, senza escludere
          attacchi diretti al capitale». Frasi
          eloquenti. Che fanno il paio con alcune
          considerazioni contenute nel documento
          fatto pervenire dal Nucleo
          Proletario Combattente (collegato alle
          Br-Pcc) per rivendicare lo scorso
          agosto un attentato contro la sede di
          “Obiettivo lavoro”, a Firenze: «La sigla
          del Patto con il governo e la Confindustria
          non è stata affatto un cedimento
          da parte di Cisl e Uil, ma un
          loro interesse. Ed è altrettanto chiaro
          che l’impostazione testimoniale, dispersiva
          o addirittura passiva, invece
          che di effettivo contrasto, data dall’
          apparato della Cgil all’opposizione alla
          delega, deriva dal rapporto neocorporativo
          che questo sindacato ha in
          generale con i padroni e con le istituzioni
          di governo». I sindacati “traditori” del proletariato,
          dunque. E Sergio Cofferati? Qual è il giudizio
          sull’ex segretario della Cgil che
          in questo ultimo anno è stato accusato
          di aver in qualche modo ispirato i
          brigatisti e di avere una sorta di responsabilità
          morale nell’omicidio di Marco Biagi?
          Un documento scritto da un’organizzazione
          come i Carc, che pur accusando le Br-Pcc di
          deriva militarista teorizzano apertamente
          l’abbattimento dello Stato dopo la
          rottura rivoluzionaria, non ha bisogno
          di molti commenti: «Se le rivendicazioni
          delle masse popolari resteranno
          nelle mani di Cofferati, dei sindacati
          di regime e dell’opposizione
          parlamentare, Berlusconi potrà dare
          ai padroni la dimostrazione e le soddisfazioni
          che essi si aspettano e con
          questo consolidare la sua maggioranza
          e la sua presa sul potere».
          Insomma, basta studiare la produzione
          brigatista e “rivoluzionaria”
          per comprendere come in quegli ambienti
          i sindacati soprattutto la Cgil
          - sono considerati componente di
          quella sinistra “revisionista” che ha abbandonato
          il dogma della dittatura del proletariato e parte
          ntegrante di quella “borghesia imperialista”
          che deve essere spazzata via a colpi di pistola.
          E Cgil, Cisl e Uil, dunque, come tutti i “traditori”,
          sono più nemici del “nemico naturale”, ossia la
          destra politica e il mondo dell’imprenditoria.
          Tutto ciò, come detto, è ciò che si è andato
          sostenendo dopo l’assassinio di Marco Biagi.
          Se poi si analizzano i mesi che
          hanno preceduto l’assassinio del professore
          di Bologna, si può vedere come
          gli esperti di “intelligence” abbiano
          concluso che le Br-Pcc hanno scelto
          non per un caso la vigilia della
          grande manifestazione della Cgil per
          entrare in azione. Perché? Un tentativo
          di inserirsi nel “dibattito” politico
          con la forza delle armi. Un’azione di
          oggettiva provocazione, che risponde
          alla logica brigatista della
          “disarticolazione” del fronte avversario,
          per far esplodere quelle contraddizioni
          che, secondo i teorici del partito
          armato, potrebbero rappresentare
          la premessa per una nuova stagione
          di lotta di classe e per il rafforzamento
          del “partito comunista combattente”.
          Dall’omicidio D’Antona in poi,
          dunque, le Br-Pcc non hanno mai
          smesso di interrogarsi su come rappresentare
          una alternativa ai sindacati
          (Cobas compresi) ed ostacolarne i
          progetti, soprattutto se raccolgono
          un generalizzato consenso, come la
          battaglia sull’articolo 18. Come? In
          questi giorni è stata più volte rilanciata
          la tesi – pericolosissima – della talpa.
          Come dire che in qualche sede
          confederale esisterebbe il “grande
          vecchio” di questa nuova stagione
          eversiva. Una tesi che rimbalza da
          quattro anni, ma che non è mai stata
          dimostrata. Anzi, se da un lato questa
          “diceria” è diventata utile strumento
          per chi cerca di delegittimare
          l’azione sindacale, c’è anche da dire
          che – con la parziale esclusione di
          alcuni passaggi di un documento dei
          Nipr – tutti gli elementi contenuti
          nei testi brigatisti potevano benissimo
          essere frutto di un buon lavoro
          di controinformazione che un militante
          politico di livello sarebbe in grado
          di fare. Del resto, sbaglia chi crede
          di identificare i brigatisti in semplici
          assassini. Loro – che pure assassini
          sono – si considerano a tutti gli effetti
          “dirigenti politici” e non
          “guerriglieri”. E trascorrono la maggior
          parte del tempo a studiare e ad
          informarsi, più che a sparare. Poi i
          risultati di tanto studio sono farneticanti.
          Ma questo è un altro discorso.