Il motore rischia di bloccarsi – di F.Galimberti

27/03/2003



              Giovedí 27 Marzo 2003
              ITALIA-LAVORO
              Il motore rischia di bloccarsi


              DI FABRIZIO GALIMBERTI

              Per la prima volta da cinque anni la disoccupazione torna a crescere in Italia. Il leggero aumento dei disoccupati non è in sè preoccupante, ma diventa simbolico perché segna l’interruzione di un processo che da tempo scandiva un miglioramento quasi strutturale del mercato del lavoro, con una risposta dell’occupazione alla crescita del prodotto che andava, fino a poco tempo fa, al di là di quanto fosse mai successo nel dopoguerra. È difficile trovare nei dati rilasciati ieri dall’Istat degli elementi di conforto. In pratica tutti i grandi parametri dell’occupazione, dai tassi di attività ai tassi di occupazione e di disoccupazione, dalla distribuzione territoriale a quella settoriale, portano cattive notizie. La velocità di crescita dell’occupazione continua a rallentare, e si porta ormai al livello – e probabilmente al di sotto – di quella del prodotto, dopo averla sopravanzata negli ultimi anni. Così come vi erano fattori strutturali all’opera nell’ottima performance dell’occupazione nel periodo 1998-2002, è possibile affermare che vi sono fattori strutturali responsabili del recente deterioramento? Certamente, molto del peggioramento è congiunturale. L’occupazione è una variabile ritardata del ciclo, e con un tasso di crescita del prodotto nell’anno passato dello 0,4%, non è possibile che l’occupazione non ne abbia risentito. Ma nel recente passato i fattori strutturali avevano più che compensato le debolezze congiunturali. In un mercato del lavoro ingessato e garantista, quel poco o molto di riforme, iniziate con il "pacchetto Treu" di qualche anno fa, avevano prodotto risultati insperati. Solitamente l’elasticità dell’occupazione, cioè il rapporto fra il tasso di crescita degli occupati e il tasso di crescita del Pil, è ben inferiore a uno, non solo nell’esperienza italiana ma anche in quella della generalità dei Paesi. Ma a partire dal 1998 in Italia si era vissuta l’esperienza, unica nel dopoguerra, di una "rincorsa" del tasso di crescita dell’occupazione verso il tasso di crescita del reddito. Nel 1998, nel 1999, nel 2000 il numero degli occupati era andato crescendo a tassi accelerati, e addirittura nel 2001, e ancora nel 2002, l’elasticità dell’occupazione aveva registrato valori superiori a uno, oltrepassando addirittura il valore di due nell’anno passato; per il 2002 le stime derivate dalle inchieste sulle forze di lavoro mostrano un aumento dell’1,5% rispetto al 2001, mentre le stime coerenti con la contabilità nazionale danno un aumento, più limitato ma sempre più che significativo, dell’1,1%, in quanto raffigurano gli equivalenti a tempo pieno (le inchieste sulle forze di lavoro contano il numero delle "teste" che lavorano). Ora che l’occupazione si sta rimettendo al lento passo della produzione, è chiaro che l’apporto dei fattori strutturali (riforme del mercato del lavoro con l’introduzione di regolamentazioni più permissive per il lavoro interinale, il lavoro a tempo parziale, il lavoro a termine, etc…) sta venendo meno, le nuove misure di flessibilità introdotte dal «Patto per l’Italia» non hanno ancora cominciato a mordere e, soprattutto, (lo si vede nella riduzione degli occupati al Sud) la confusa vicenda del bonus per l’assunzione ha generato prevedibili effetti negativi.