Il mobbing diventa reato

11/02/2005

    venerdì, 11 febbraio 2005

    Coinvolti un milione e mezzo di lavoratori. Le conseguenze: depressione, ansia, crisi di panico. Il dossier oggi in un convegno

    «Troppe vittime».
    E il mobbing diventa reato

    Disegno di legge in Senato: pene fino a 4 anni, sarà il datore di lavoro a dover dimostrare la propria innocenza

    ROMA – Non sono dei lavativi. Al contrario: persone attaccate al lavoro, talvolta ambiziose, con posizioni ragguardevoli. Funzionari di alto livello, dirigenti in carriera. Un bel giorno diventano bersaglio di angherie diaboliche, finalizzate ad emarginarli. Come se in azienda fosse scattata una congiura silenziosa. Perfino i colleghi, alla fine, sembrano guardarli con espressione derisoria. Si vedono costretti con un ordine di servizio a cambiare ufficio, traslocando da un luminoso ambiente con segretarie e frigobar ad uno sgabuzzino asfittico, ingombro di scrivanie.

    Anche le loro mansioni vengono mortificate. Da manager a passacarte, scalda-poltrona. E loro soffrono, si macerano dentro. Fino ad ammalarsi e ad aver bisogno di aiuto psicologico. Depressione, ansia, crisi di panico. Mobbizzati. In Italia sono almeno 750 mila, il 4,2% dei dipendenti. Ma è una cifra sottostimata. Sarebbero un milione e mezzo.

    Per la prima volta il fenomeno è stato studiato dal punto di vista giuridico e scientifico in un dossier che verrà illustrato oggi in un convegno organizzato in Senato dal titolo «Mobbing oggi, dalla riflessione alla legge». Viene presentato il disegno di legge di iniziativa del senatore Luciano Magnalbò, An, avvocato, vicepresidente della Commissione Affari Costituzionali, che riunifica i numerosi testi bipartisan depositati in Parlamento. Il mobbing assume la configurazione di reato. Chi lo attua rischia fino a 4 anni di carcere. Tra le novità, una serie di strumenti per la tutela delle vittime. E’ prevista, tra l’altro, l’inversione dell’onere probatorio (ma solo per quanto riguarda la tutela civilistica). Toccherà al datore di lavoro dimostrare di non aver voluto nuocere intenzionalmente. In caso di condanna, saranno annullati tutti gli atti che hanno messo all’angolo il malcapitato.
    L’articolo 8 chiarisce che le norme valgono anche per i dipendenti dei «partiti politici ed associazioni», gli unici ancora esposti a licenziamenti ingiustificati.

    «Il quadro normativo attuale è insufficiente – dice Luciano Tamburro, giuslavorista, da tempo impegnato in questi processi -. Serviva una legge specifica perché siamo di fronte a un fenomeno dilagante. Le grandi aziende ricorrono a questo sistema per sfoltire il personale, specie dopo le fusioni societarie. Anziché licenziarli li convincono ad andarsene». In questo caso si parla di
    mobbing strategico, distinto da quello di «perversione», perpetrato per il gusto di veder soffrire. C’è chi sa resistere agli assalti ( to mob in inglese significa attaccare, accalcarsi attorno a qualcuno) e chi soccombe. In genere uomini, 50 anni, dirigenti di alto livello in ministeri, Asl e società private, con laute retribuzioni. «A soccombere sono i soggetti più motivati. Gente forte, solida, ma la loro dignità si sgretola sotto i colpi delle angherie – li descrive Francesco Bruno, criminologo -. Gli scansafatiche non si ammalano».

    Margherita De Bac