Il miraggio dell’unità sindacale

21/02/2007
    mercoledì 21 febbraio 2007

    Paginia 2 – EDITORIALE

    DIBATTITI MIRACOLOSI

      Il miraggio dell’unità sindacale

        A guardarli seduti uno accanto all’altro, nel tipico salone a emiciclo di casa Cgil, il segretario generale Guglielmo Epifani, il segretario generale aggiunto della Cisl Pierpaolo Baretta e il segretario nazionale delle Acli Andrea Oliviero, davano un’impressione di concordanza e vicinanza sui grandi temi molto di più di quanto la storia delle divisioni politiche e culturali tra le loro tre grandi organizzazioni non dicano. Cinquant’anni dopo molte delle ragioni di quelle divisioni hanno sempre meno senso. Buona prova ne è stata il convegno, ricco di storici di parte diversa e cui è mancata solo la presenza del cardinale Achille Silvestrini, indisposto, che si è tenuto ieri, «La Cgil e il mondo cattolico». Oggi Cgil, Cisl e Uil siedono assieme nella Confederazione internazionale dei sindacati, che ha riunito il mondo sindacale di tradizione laburista ai sindacati di matrice cristiana, per non dire della Ces, la confederazione dei sindacati europei dove il lavoro comune va avanti da tempo: «se Cgil Cisl e Uil vanno a Bruxelles e guardano all’Italia, scoprono di essere molto più uniti di quello che pensano», sottolinea Baretta. Il presidente delle Acli Oliviero ha ricordato come le Acli siano nate, originariamente, proprio «per favorire l’unità sindacale» e che la visione aclista si fonda sul «personalismo comunitario alla base della dottrina sociale della Chiesa» ma ha anche incitato mondo dell’associazionismo e del sindacato a «lavorare per l’obiettivo che ci accomuna, l’umanesimo del lavoro». Il cislino Pierpaolo Baretta è stato di certo quello che si è spinto più in là, parlando «non di unità organizzativa ma di una unificazione possibile tra Cgil e Cisl (e Uil), partendo dai pluralismi diversi ma con un progetto comune: lo esige il momento storico, quello della globalizzazione e del postfordismo» e indicando già i temi su cui lavorare (capitalismo, modernità e welfare). Epifani, nel riconoscere e sottolineare con coraggio i debiti storici e culturali che il mondo sindacale, anche quello della sinistra, deve al mondo cattolico, «a partire dal tema della persona, cioè alla consapevolezza che dietro ogni individuo si cela una persona e che i diritti devono far capo alle singole persone e non alle classi», ma anche al «tema del fare», ha delineato le nuove possibili strade della ricerca dell’unità partendo dalla Cgil come «sindacato dei diritti, del programma, autonomo e non antagonista». Terreno su cui, pur ribadendo tutte le differenze con una Cisl «sindacato dei soci e partecipativo», è possibile, al di là di rapporti «ciclicamente ondeggianti», cercare «progetti comuni, fuori dalle contingenze, senza arroganza, con passione». Quella dei protagonisti del dibattito di ieri, tra di loro di certo più vicini, rispetto all’araba fenice dell’unità sindacale, dei loro progenitori di 50 anni fa. Almeno, dice il pragmatico Epifani, sull’unità «delle cose da fare» in una fase che non ancora è di unità, ma certo di «rielaborazione verso un percorso unitario».