Il mediano Amato

09/09/2002



7 settembre 2002

SINISTRA
Il mediano Amato

L’ex premier dà ragione alla Cgil ma anche a D’Alema. E chiede più unità
Giuliano Amato «Penso francamente che alla fine abbia avuto ragione la Cgil nel rifiutare una modifica, anche piccola, dell’articolo 18. Se volete ha sbagliato nel concentrare tutto sull’articolo 18 in quanto tale, ma dividendosi gli altri hanno finito per non cogliere il problema che c’era sotto la questione sollevata dalla Cgil»


COSIMO ROSSI


Non si smentisce Giuliano Amato. E, da dottor sottile qual è, si fa stretto per trovare posto tra Massimo D’Alema e Sergio Cofferati. L’eterno promesso sposo mai convolato a nozze con la Quercia dalemiana non viene meno all’impianto modernizzatore del presidente del Ds né a una certa diffidenza verso i girotondi, ma allo stesso tempo si dimostra assai più comprensivo verso il sindacati e i movimenti del suo pretendente. Più ulivista dell’Ulivo, insomma, Amato chiede la fine del «balletto» del D’Alema e i Fassino contro Cofferati e viceversa, chiedendo alla colazione di riacquisire una mentalità vicente. «Io penso francamente che abbia avuto ragione, alla fine, la Cgil nel rifiutare una modifica, anche piccola, dell’articolo 18 – dice Amato durante un convegno a Firenze – perché veniva presentata in un contesto in cui non si sapeva se era la punta dell’iceberg dell’indebolimento dei diritti o se era l’unico cambiamento che si voleva portare». Se insomma D’Alema argomentava sull’
Espresso di ieri che l’articolo 18 difende una minoranza del lavoro – quando invece il problema è estendere le tutele -, Amato inverte avvedutamente il ragionamento. «E’ sbagliato non capire, e credo sia stato fatto un errore, e non dalla Cgil, che la questione dell’articolo 18 non vale da sola – dice – Vale nel contesto di un mondo nel quale, grazie ad una concorrenza al ribasso, stanno progressivamente scendendo ovunque le garanzie del lavoro con ripercussioni che possono arrivare anche nei nostri paesi». Pertanto, prosegue l’ex premier, «se volete la Cgil da sola ha sbagliato nel concentrare tutto sull’articolo 18 in quanto tale, ma dividendosi gli altri hanno finito per non cogliere il problema che c’era sotto la questione sollevata dalla Cgil. Se fossero stati tutti assieme sarebbero arrivati facilmente a questo possibile punto comune». Per quanto Amato ponga al primo punto la questione dell’unità, insomma, non è alla Cgil che imputa la rottura, come invece lamenta sempre lo stato maggiore dei Ds.

Non dissimile il ragionamento sul rapporto tra partiti e movimenti. Anche qui Amato si divincola dal partitismo di ritorno che angoscia i vertici della Quercia e dell’Ulivo, ma senza alcuna concessione ai girotondi. Anzi. «Non metterò mai becco – ironizza un po’ – su questioni del tipo del rapporto tra movimenti e partiti: protesta o proposta, giritondi o tondogiro ». Anche perché «è talmente ovvio: nessun partito politico sarà mai vitale se non ha un substrato e nessuno substrato rimarrà nella storia se non ha uno strato». Non sono i girotondi, insomma, che faranno la storia. E tuttavia «dobbiamo capire che viviamo in una democrazia nella quale i partiti non sono più l’unico collante e nella quale è necessario che troviamo altri collanti diversi dal collante-partiti. Altrimenti prevalgono il potere economico e il potere mediativo».

Sbuffando contro «liti, dissidi e discordie» Amato dice perciò all’Ulivo: «Se riusciremo ad andare al di là della psicologia della sconfitta, si supereranno le divisioni tra i partiti, i personalismi, le competizioni, i malintesi». Quanto invece agli spasimanti Quercia – regno delle liti e delle discordie – , Amato manda infine a dire: «Date retta ad un vecchio socialista. Io ci ho visto morire un partito a causa di divisioni che erano spesso ormai diventate divisioni tra persone e gruppi che brancicavano pezzi di ideologie e di interpretazioni del mondo per giustificare la contrapposizione reciproca». Questo benché alle cronache risultasse che il Psi fosse stato travolto dalle percentuali, più che dalle divisioni.