Il massimalismo e l´Italia arretrata – di Piero Ottone

23/07/2002


MARTEDÌ, 23 LUGLIO 2002
 
Pagina 14 – Commenti
 
Il massimalismo e l´Italia arretrata
 
 
 
 
PIERO OTTONE

Sergio Cofferati sta combattendo la sua battaglia, e non sappiamo come andrà a finire. È chiaro per adesso solo questo, che la sua opposizione, estrema, rigida, intransigente, crea imbarazzo nella sinistra moderata, ma piace a molta gente. Lo sciopero generale ha avuto successo; la sua figura gode di grande popolarità; i giornali gli dedicano pagine intere. È dunque vero che in Italia c´è largo spazio per quello che si chiama per brevità, con termine approssimativo, massimalismo? Sì, è vero. Resta da chiedersi perché.
Non ce lo chiediamo abbastanza spesso, e facciamo, per dimostrarlo, un passo indietro. Tutti sappiamo che l´Italia ha dato vita nella seconda metà del Novecento al più forte partito comunista dell´Occidente; sappiamo che questo partito ebbe larghi favori, oltre che nel proletariato, anche fra intellettuali e borghesi, fra persone di specchiata onestà. Caduto il muro, tramontata l´Urss, abbiamo messo i comunisti sotto processo; qualcuno definisce ancora adesso il comunismo "la più grande calamità del nostro secolo"; e gli ex-comunisti, afflitti da complessi di colpa, non perdono occasione per scusarsi, per battersi il petto. Ma perché quel partito comunista così forte esisteva da noi e non, per esempio, in Inghilterra? Perché non c´era un grande partito comunista negli Usa? Fu, il nostro, un fenomeno caratteriale, una questione di cromosomi; fu un capriccio della storia? O non si potrebbe cercare qualche spiegazione più seria?
Domande analoghe (prima di arrivare a Cofferati) possiamo porle per tutta la tradizione del nostro massimalismo (chiamiamolo così), dall´occupazione delle fabbriche dopo l´altra guerra fino alle manifestazioni recenti, compresi i girotondi, che sono ormai un massimalismo casalingo, alla buona. Perché tutto questo?
Gli storici, i sociologi hanno affrontato il tema in saggi eruditi, ma qui vorrei offrire una risposta semplice, intuitiva, riducendo il problema ai minimi termini. La gente, ecco la risposta, vuole cambiare il sistema vigente (sistema politico, sistema economico) quando quel sistema è scadente, per non dire peggio. Gli americani, gli inglesi, gli scandinavi, gli olandesi non hanno partiti eversivi, o massimalisti, perché accettano il sistema vigente nei rispettivi paesi, la democrazia parlamentare, il capitalismo: segno che tutto sommato funziona bene. (Mentre in Russia lo zarismo era così malandato, e piaceva così poco, che i comunisti, addirittura, conquistarono il potere).
In Italia, il capitalismo non piaceva perché presentava, secondo l´espressione famosa di Ted Heath, primo ministro britannico, "una brutta faccia", an ugly face. In altre parole: perché la classe dirigente in senso lato, gli uomini politici, i notabili, gli uomini d´affari, nell´industria e nella finanza, non erano abbastanza efficienti, e abbastanza onesti, per legittimarsi di fronte al paese; non offrivano un livello sufficiente di giustizia, di benessere, di onestà. Il sistema non funzionava abbastanza bene per essere accettabile.
D´accordo: ora la faccia del capitalismo italiano è un po´ meno brutta, il benessere si è diffuso, il comportamento della classe dirigente è un po´ meno arrogante, tanto è vero che il partito comunista si è sciolto anche da noi, ha cambiato nome; non è più diffusa l´aspirazione a instaurare un sistema diverso. Ma la normalità, la convivenza civile è ancora un miraggio. Coloro che condannano il tono aspro del nostro dibattito politico, coloro che indicano come esempio il dibattito tranquillo di altri paesi, dimenticano che le condizioni generali, da noi, sono ancora diverse. Non ripeterò adesso l´elenco delle nostre anomalie: lo conoscete. Abbiamo servizi pubblici scadenti; e metodi di governo spregiudicati (l´arroganza del potere), adottati da ministri che antepongono l´interesse personale al bene comune, e quindi non possono legittimarsi di fronte all´opinione pubblica. Coloro che ci governano, se vivessero nei paesi che tanti commentatori bene intenzionati additano a esempio, non sarebbero al potere; forse non sarebbero neanche in libertà. Sono, queste circostanze della nostra vita nazionale, piccole variabili indipendenti?
Il massimalismo (chiamiamolo così) sarà dunque, come si dice, una nostra peculiarità; magari un nostro malanno nazionale. Ma non nasce per caso; non è dovuto al capriccio o al malanimo di questo o quel personaggio, ieri di un Lama, oggi di un Cofferati. Non è una questione di cattivo carattere. È il prezzo che si paga per un´arretratezza generale, di cui la classe dirigente porta la sua parte, non piccola, di responsabilità, In altre parole: ogni paese ha l´opposizione che si merita.