Il mare del lavoro nero

16/08/2011

di Riccardo Bianchi
Alberghi, discoteche, spiagge e ristoranti: sono i luoghi di vacanza il regno dei contratti irregolari. Il 35 per cento degli stagionali è a nero totale. A Cesenatico un’azienda su due non è in regola. A Napoli i sindacalisti si fingono clienti per potersi avvicinare E in Calabria nei villaggi vieni assunto come ‘socio’ e poi lavori come dipendente, fino a 16 ore al giorno. Ora la Filcams si appella ai turisti

Contratti a chiamata da 4 o 10 ore al mese che nascondono settimane lavorative di 80 ore. False cooperative a cui subappaltare la manodopera per togliere ogni permesso di malattia ai lavoratori. Dipendenti costretti a dormire nelle cabine sulla spiaggia. Tra alberghi, ristoranti e stabilimenti balneari il lavoro nero ha trovato un terreno fertile dove attecchire. E la Filcams Cgil lancia una campagna per informare i turisti: nel milione e mezzo di lavoratori che in estate permettono agli italiani di godersi le vacanze, il 35% è a nero e molti di più quelli con contratti irregolari.

La situazione è la stessa in tutta Italia, con qualche differenza sulle modalità dello sfruttamento.

A Cesenatico da gennaio a giugno la direzione provinciale del lavoro ha scoperto che un’azienda su due non aveva tutti i dipendenti in regola. Su 136 aziende ispezionate nella zona, sono state trovate 68 persone in nero. «E’ una vera patologia» ammette il segretario della Filcams locale, Ercole Pappalardo, «Il 70% dei lavoratori ormai è straniero e vengono tutti dallo stesso paese in Romania, Cluj».

L’Espresso aveva dimostrato l’esistenza di mediatori che fanno la spola tra Cluj e la riviera per smistare la manodopera stagionale: «Chi è sfruttato si rivolge a noi solo a fine stagione, perché teme di essere cacciato o non essere richiamato l’anno prossimo» ammette Pappalardo: «Ci sono casi incredibili: abbiamo trovato una coppia che si occupava di uno stabilimento, dagli ombrelloni al bar, e che i datori facevano dormire in un letto a castello.dentro due cabine unite. E quando c’era poca gente in spiaggia, la moglie doveva fare i capelli alla padrona del bagno».

Il litorale veneziano è preso d’assalto dai lavoratori sloveni, che fanno i pendolari tra il loro paese e l’Italia: «Chi sta meglio è contrattualizzato per 40 ore settimanali, ma ne fa 70 o 80 e prende una parte in nero. Ma negli ultimi due anni si è diffuso il nero totale» conferma Paolo Baccaglini, «Hanno paura a fare vertenza, sanno che li caccerebbero e prenderebbero altri connazionali». Anche gli italiani sono trattati alla stessa maniera: «C’è una ragazza che lavora in un ristorante, 70 ore settimanali e la pagano 1800 euro, ma da aprile non le hanno ancora fatto il contratto. Lo fa per pagarsi gli studi, ma se non raggiunge le 78 giornate minime lavorate in autunno non potrà avere la disoccupazione da stagionale prevista dall’Inps».

In Versilia pure le discoteche sono area di lavoro grigio: «Funziona come per i bar» spiega il sindacalista Massimiliano Bindocci, «Ci sono barman, camerieri, ragazze immagine, buttafuori che lavorano tutte le sere dalle 18 a tarda notte, poi i datori segnano solo 2-3 serate a settimane». I controlli ci sono, ma un ultimo provvedimento del governo ha previsto che si possa svolgere una sola ispezione ogni sei mesi, che nel settore degli stagionali vuol dire una a stagione. «Le presenze devono essere segnate entro il mese successivo, perciò basta scrivere che il giorno della visita lavoravano tutti e si è a posto». Il lavoro a chiamata, però, non dà diritto alla maggiorazione del 35% prevista per legge per gli stagionali, non si maturano tfr né tredicesima.

Anche dove i clienti sono più ricchi e i lavoratori quasi tutti italiani, come sulla costa napoletana, non mancano le irregolarità: «Hanno contratti da 15 ore settimanali, ma ne lavorano 40 e sono pagati a forfait». Ugo Buonanno, il segretario provinciale, racconta di essersi finto cliente per parlare con i lavoratori: «Una cameriera di un albergo iniziò a parlarmi, poi mi disse di andarmene perché temeva che qualcuno credesse che mi avesse chiamato lei. Ma non sanno niente dei loro diritti, credono che i sindacalisti facciano ispezioni». C’è anche chi è stato messo in cassa integrazione a rotazione, e poi deve rendere una quota datore: «In un ristorante che non ha problemi economici, un sindacato "amico" del proprietario ha firmato la cig, le ragazze lavorano 40 ore ma ne segnano 4 e poi devono dare una quota degli 800 euro della cassa integrazione Inps allo sfruttatore. Volevano fare vertenza, poi sono tornate da noi col sindacalista "amico" a dire che ci avevano ripensato».

Nei villaggi vacanze di
Calabria e Sicilia si sta diffondendo l’abitudine di avere false cooperative a cui subappaltare la manodopera: «Li obbligano a diventare soci per fare orari incredibili, non hanno permessi sindacali né di malattia, sono sotto inquadrati e non ricevono gli straordinari, come prevede la legge per le coop» spiega Andrea Ferrone, «Però sono lavoratori dipendenti a tutti gli effetti, con orari prestabiliti».

La disoccupazione galoppa e vieni allontanato subito se succede qualcosa o ti lamenti, perché c’è qualcun altro pronto a prendere il tuo posto. E’ successo ad Alessandra, da anni cameriera ai piani in un villaggio di una nota catena, ora socia di una coop scesa da Milano di cui non aveva mai sentito parlare: «Ci hanno fatto firmare un nuovo contratto come tutte le estati, questa volta di socio, ma a chiamata. Poi io mi sono ammalata e ora dicono che i turni sono coperti e di me non hanno bisogno». La paga è di 20 euro al giorno, 30 nelle cucine, e tutti i giorni per tutto il mese, sia se si lavori per quattro ore che per otto. Una miseria: «C’è scritto che mi danno vitto e alloggio, ma io mangio e dormo a casa mia. Spero che le cose cambino, sono stressata e depressa, tratto male mio marito per niente. Questo lavoro mi piace, ma lavorare con queste incertezze mi uccide».