Rassegna Stampa

Il Manifesto – Trony&Co, Amazon soffoca l’elettronica: 10mila a rischio

22/02/2018

Trony, Mediaworld, Unieuro, Euronics. Marchi famosi per gli spot pubblicitari, negozi dove noi tutti siamo stati almeno una volta per comprare telefoni, computer ed elettrodomestici, richiamati dai vari «sotto costo». Ma il vero slogan «Non ci sono paragoni» ora va rivolto ad Amazon. È il gigante dell’e-commerce ad aver messo in crisi tutta l’elettronica di consumo, mettendo a rischio i 10mila posti di lavoro in Italia. Non si salva nessuno, tutte le catene di negozi stanno pian piano soccombendo. La maggior parte delle persone ormai comprano on-line e se vanno in questi negozi è solo per osservare il prodotto che poi compreranno su Amazon. I marchi dell’elettronica in Italia in realtà sono spesso gruppo di acquisto che mettono in rete aziende locali e dunque la situazione è più ingarbugliata e a macchia di leopardo. LA PRIMA VITTIMA è Trony. Il gruppo controllato da Dps che fa capo all’imprenditore pugliese Antonio Piccino il 25 gennaio ha chiesto il concordato in bianco per evitare il fallimento con circa 800 posti di lavoro a forte rischio. Il tribunale di Milano ha nominato il commissario Alfredo Haupt che ora cercherà di salvare il salvabile vendendo alcuni punti vendita. Nel frattempo da mesi 16 punti vendita del nord passati sotto il marchio Vertex erano già moribondi perché i creditori avevano bloccato le forniture. «La situazione di crisi di Trony si trascina da anni», spiega Alessio Di Labio, responsabile nazionale «elettronica di consumo» della Filcams Cgil. «Prima è arrivata la solidarietà, gestita fra l’altro male, poi sei mesi fa un piano industriale senza né capo né coda. Da una parte ci sono i negozi acquisiti dalla Fnac – ora denominati Frc – con una procedura di licenziamento collettivo per 105 dipendenti e dall’altra quelli di Dps e Vertex, i cui dipendenti rischiano di vedersi decurtato già da questo mese lo stipendio. Chiederemo di incontrare al più presto il commissario per chiarire la situazione», annuncia Di Labio. «LA VERA PREOCCUPAZIONE riguarda le prospettive future. Circa un mese fa si era parlato di un possibile acquirente per 15 dei punti vendita di Trony , il che avrebbe permesso di puntare al risanamento dell’intero gruppo», spiega il segretario nazionale di Fisascat Cisl Mirco Ceotto. «Il fatto che fino a questo momento non sia ancora arriva alcuna proposta concreta è motivo di grande allarme », aggiunge. LA DPS PERÒ LIMITA la sua azione a Puglia, Liguria, Lombardia, Piemonte, Veneto e Sardegna. Nel resto d’Italia il livello d’allarme è minore tanto che una serie di marchi delle altre regioni hanno comprato una mezza pagina del Sole24Ore per «fare chiarezza», garantendo prosperità per 200 punti vendita e 3mila dipendenti, promettendo addirittura «40 nuove aperture» nel 2018. NON VA MEGLIO a Mediaworld. La catena leader del mercato con circa il 50 per cento ha già annunciato 180 esuberi. Per questo i sindacati hanno proclamato uno sciopero per il 3 marzo. «Oltre agli esuberi che rischiano di diventare licenziamenti a breve, la proprietà sta cercando di reagire alla sfida di Amazon proponendo la “omnicanalità digitale”: lo stesso prezzo sia per le vendite on-line che per quelle in negozio. Così però i margini calano e gli esuberi aumentano mentre hanno già annunciato dal primo maggio di tagliare la maggiorazione sul lavoro domenicale dal 90 al 30 per cento», spiega Di Labio.

IN QUESTO QUADRO UNIEURO (una volta di proprietà di Oscar Farinetti che nel 2003 vendette agli inglesi di Dixon) è l’unica in controtendenza. Di proprietà del marchio Sgm della famiglia romagnola Silvestrini, nel2014 ha acquisito ilmarchio Expert e si è quotata in Borsa. Oggi sta acquisendo altri marchi ed è l’unica che potrebbe salvare Trony. Euronics invece è il marchio che più risponde all’idea di gruppo d’acquisto di una rete di negozi locali. Fra questi ci sono anche quelli di Paolo Galimberti, pezzo grosso di Forza Italia che è grande difficoltà tanto da aver anch’esso presentato richiesta di concordato in bianco mettendo a rischio circa 500 posti di lavoro, mentre non se la passa meglio il marchio Castoldi, sempre in Lombardia.