“il manifesto” L’ira della Cgil per la gaffe (1)

03/05/2007
    giovedì 3 maggio 2007

    Pagina 31 – Interni

      Epifani chiede agli avvocati di valutare se querelare per diffamazione. Oggi il quotidiano pubblicherà un articolo di scuse

        Gaffe del "manifesto", l’ira della Cgil

          Finte pubblicità nell´inserto-precari. "Via i nostri abbonamenti"
          Parlato: buttata nel mucchio un´intervista preziosa a Foa

            GOFFREDO DE MARCHIS

            ROMA – Gabriele Polo, il direttore, ha la voce affranta di chi vorrebbe riavvolgere il nastro e rifare tutto daccapo. «È stato un errore gravissimo, un errore giornalistico». Oggi il manifesto pubblica un editoriale di scuse, si cosparge il capo di cenere, chiede venia. La frittata però è fatta. Questa: quattro pagine d´inserto dentro il numero del primo maggio curate dal collettivo dei precari May day. Nei fogli interni ci sono due pubblicità fasulle, provocazioni belle e buone ma senza alcuna segnalazione. Sembrano vere, uguali a quelle che affollano tutti i giorni i quotidiani italiani. La prima porta il logo della Cgil e recita: «Ci fingeremo paladini dei precari e continueremo a non far nulla per loro? Puoi contarci». L´altra manchette è della Wind, l´azienda di telefonini: «Tre buone ragioni per non passare a Wind: accesso prioritario a servizi inutili, operatori esternalizzati dedicati, gestione a pagamento delle richieste». Polo prova a scherzarci su. Il tono resta quello di chi ha passato un brutto pomeriggio: «Dalla Wind non si è fatto sentire nessuno. Un silenzio preoccupante…». Da Corso d´Italia invece è arrivato il ciclone.

            Guglielmo Epifani ha messo in moto gli avvocati. Potrebbe scattare più di una querela: per l´uso illegale del logo e per diffamazione. Il segretario è furibondo. Altri dirigenti pure. Paolo Nerozzi, della segreteria Cgil, spedisce una lettera al manifesto e si dimette dal consiglio di amministrazione della Spa. «È da parecchio che vivo un disagio per la linea politica assunta dal giornale – scrive -. Questa è la goccia che fa traboccare il vaso». Nelle stanze della Confederazione viene presa in esame anche una misura estrema, forse la più dolorosa: annullare tutti gli abbonamenti al "quotidiano comunista". Non solo un gesto simbolico. Perché da tempo il manifesto vive in emergenza finanziaria e le copie vendute in anticipo sono ossigeno per le sue casse. È una crisi vera, insomma, tanto più che il mondo sindacale è un punto di riferimento per il giornale di via Tomacelli. E viceversa. «Abbiamo sbagliato – ammette Polo -. La tecnica di provocazione attraverso la pubblicità è molto usata, ma noi dovevamo spiegare bene che quei contenuti erano esterni al giornale e non lo abbiamo fatto». Il punto è anche un altro: c´è un sottinteso politico nell´errore? Cioè: il manifesto condivide la goliardata pesante dei precari? «Non la pensiamo così, quel testo stravolge la realtà, non è la nostra posizione politica», taglia corto Polo. Ma la riunione del mattino, ieri, è stata molto agitata. Fra i più arrabbiati Valentino Parlato. «Gli errori fanno parte della vita e della tradizione di questo giornale. Però la confusione politica è reale. Siamo stretti tra il Partito democratico e questi compagni un po´ pazzi di Milano che hanno fatto l´inserto. Facciamo fatica a orientarci», confessa il fondatore. Poi, c´è la sottovalutazione giornalistica. «Non si affida un inserto a un gruppo di Cobas il primo maggio. Non si butta in quel mucchio un´intervista preziosa a Vittorio Foa», dice Parlato.

            Al manifesto sono arrivate le proteste dei lettori, alla Cgil quelle degli iscritti: «Non lo compreremo più». Nelle piazze quel numero è passato di mano con un po´ di sgomento. Parlato commenta, dall´alto della sua esperienza: «Le querele? Faremo pace. Le dimissioni di Nerozzi? Era uno di sinistra, adesso è di destra. Mah. Non mi sono mai fidato di lui». E il manifesto? «Ecco, appunto. Abbiamo resto un cattivo servizio a noi stessi, soprattutto. La direzione dice che vuole un quotidiano più aperto, più sciolto. Io lo preferisco più compatto. Ma sono solo un vecchio comunista di 76 anni».