Il «made in Italy» si regge su manodopera straniera

07/07/2003


sabato 5 Luglio 2003

Il «made in Italy» si regge su manodopera straniera

Rapporto della Società geografica: senza extracomunitari economia al tracollo

Giacomo Galeazzi

ROMA
Autarchia addio. Senza immigrati, l’economia sarebbe al tracollo. Secondo il rapporto della Società geografica, presentato ieri alla Camera, a tenere in piedi l’economia sono i due milioni e mezzo di extracomunitari attivi in Italia. Dalle mortadelle modenesi, al pomodoro foggiano, alle mozzarelle di bufala nel napoletano, il «made in Italy» non può più fare a meno della manodopera d’oltreconfine. Soprattutto nel Nord-Est, la gran parte delle piccole imprese si regge sui lavoratori «d’importazione». Tanto è consistente la presenza di immigrati nel mondo del lavoro che nel 2002 le assunzioni di stranieri sono state 650 mila, l’11,5% del totale. Il Mezzogiorno è territorio di transito. Nelle regioni del nord, invece, gli extracomunitari hanno le maggiori opportunità. Esiste un forte pendolarismo, poi, fra opportunità di impiego ed aree territoriali. «A fronte di uno Stato che si affanna a contare gli stranieri, visti soprattutto come problema di ordine pubblico – rileva il rapporto -, le economie locali si sono attrezzate per recepire e valorizzare la novità».
Così si scopre che gli «stagionali» si configurano come elemento indispensabile dell’andamento dell’agricoltura tricolore: ne è una riprova la recente crisi del tabacco casertano, la cui prima raccolta è quasi del tutto andata persa. Allo stesso tempo il fitto tessuto di piccole e medie imprese del Triveneto non solo attinge sempre più forza-lavoro straniera ma apre nuovi fronti di internazionalizzazione, orientando le produzioni verso l’Est europeo.
«Interi settori della nostra economia dipendono da questa presenza – osserva Pasquale Coppola, coordinatore della ricerca -. In Campania, per esempio, dove i cittadini indiani, i sik, allevano i bufali come nessuno al mondo e si alzano alle 4 del mattino per mungerli. O nelle concerie di Arsignano, in provincia di Vicenza, dove la manodopera immigrata è la principale presenza lavorativa». Per gli autori del rapporto, però, manca nella penisola una politica centrale dell’integrazione. «Lo spazio delle frontiere – evidenziano – non si può contenere sia per l’incidenza demografia, sia per le pressioni dei paesi in via di sviluppo, sia per gli spostamenti di capitale».
La Toscana e il Lazio sono le regioni dove maggiore è la percentuale di popolazione straniera su quella residente (entrambe 4,7%). Seguono la Lombardia (4%) e il Friuli Venezia Giulia (3,1%). In Sicilia e Puglia, mete degli sbarchi di clandestini, la presenza degli immigrati è al di sotto dell’1%. E le città riflettono i dati regionali. Prima è Roma, che in un decennio ha visto triplicare il numero di stranieri, toccando quota 170mila. Segue Milano con 117mila immigrati. Torino si colloca al terzo posto con 40mila presenze, davanti a Firenze e Palermo(22mila e 17mila stranieri). A tinte fosche restano il quadro dell’accoglienza e l’emergenza alloggiativa. Si va dai tuguri alle cooperative che si fanno carico di rilevare immobili ed affittarli agli immigrati, con le organizzazioni di volontariato che surrogano spesso la funzione delle istituzioni. «Ci sono sono economie che si reggono sugli immigrati – commenta il sottosegretario al Welfare, Maurizio Sacconi -, ciò che però è importante è alzare i tassi di occupazione per i residenti». La politica più efficace è operare perché non si subiscano i flussi e far sì che chi arriva abbia un lavoro ed una casa. «Esistono situazioni migliori e peggiori – precisa Sacconi -, è responsabilità degli enti locali che ricevono pure risorse dallo Stato. Sicuramente c’è da fare di più».