Il licenziato della porta accanto

10/09/2004


            venerdì 10 settembre 2004

            Wella licenzia nonostante gli utili, cassa integrazione e boom al Nasdaq per Vicuron, ancora difficoltà per Postalmarket e Imesi

            Il licenziato della porta accanto
            Non solo Alitalia: più di duemila crisi aziendali coinvolgono migliaia di lavoratori

            Giampiero Rossi

            MILANO Ci sono le grandi crisi, come quelle che hanno colpito duramente Alitalia e Fiat, figlie di anni di errori manageriali ora scaricati sui lavoratori. E all’ombra di queste ce ne sono tante altre (oltre 2.100 situazioni di crisi), più piccole nei numeri ma non nel paradosso che le produce: cassa integrazione ed esuberi sbattuti in faccia ai dipendenti nello stesso momento in cui si diffondono comunicati trionfali su fatturati in attivo, quote di mercato in crescita e bilanci solidi.

            PRESI PER I CAPELLI
            Il caso più clamoroso è quello della Wella di Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova, dove la fine dell’estate ha portato un’amarissima sorpresa a 200 lavoratori: l’azienda ha infatti annunciato di chiudere quel sito produttivo, mandando tutti a casa senza complimenti. Il motivo? «Scarsa competitività», dice il management. Una spiegazione che però appare incomprensibile ai sindacati (e ancor di più agli increduli lavoratori) per il semplice fatto che la Wella Italia ha prodotto negli ultimi anni utili invidiabili (+40% solo nel 2003), nel primo trimestre 2004 ha visto aumentare fatturato, Ebitda ed Ebit sul primo trimestre dello scorso anno, e una solida situazione generale sia in termini economici che di capacità professionali.
            Così è iniziata la protesta dei lavoratori, che hanno “inseguito” l’azienda proprio là dove faceva bella mostra di sè: dopo essere approdati al Lido di Venezia, dove la controllata della multinazionale statunitense Procter&Gamble è sponsor della mostra del cinema, i lavoratori in lotta porteranno la loro protesta al Festival della letteratura di Mantova, per approdare, infine, alla finale di miss Italia. «Perché la gente deve capire – spiega Tommaso Salvato, segretario provinciale della Femca Cisl di Mantova – che mentre la Wella sponsorizza eventi, tanti lavoratori che hanno contribuito a rendere grande questa azienda, rischiano di perdere il loro posto di lavoro».
            Una decisione, quella di chiudere lo stabilimento nella provincia mantovana, dettata dunque solo dalla volontà di ottimizzare i costi gestionali delocalizzando la produzione aziendale. «Verrà spostata in Francia, in Lorena precisamente – spiega Salvato – ma non so quanto questo possa apportare miglioramenti ai risultati dell’azienda. Non ci si accontenta di guadagnare il 10, si vuole il 20, e basta questo per lasciare a casa 183 operai».


            RICERCA “USA” E GETTA
            Sempre in Lombardia, a Gerenzano in provincia di Varese, stanno vivendo in un surreale limbo di incertezza i lavoratori del centro di ricerche della Vicuron Pharmaceuticals (ex Biosearch Italia spa), dove nel corso di anni di attività sono state condotte numerose e importanti scoperte scientifiche con applicazione farmaceutica dal forte valore aggiunto medico e commerciale. Nonostante ciò, alla fine di luglio l’azienda ha presentato un piano di ristrutturazione” che prevede una riduzione del personale stimata intorno alle 35-40 unità (pari al 40% circa del personale attualmente impiegato) per risparmiare 50 milioni di dollari di costi globali entro la fine del 2005. Un taglio che «comporterà un drastico taglio delle attività nel centro di Gerenzano, con conseguente perdita di know-how e pesanti riflessi sulle prospettive future», spiegano preoccupati lavoratori e sindacati. E il bello è che pochi giorni dopo aver lanciato questa minaccia in Italia, i vertici americani della Vicuron si sono spartiti circa 500.000 di stock option del valore di 9,39 dollari l’una. «Guarda caso – sottolineano i delegati sindacali italiani – solo sette giorni prima che la società annunciasse pubblicamente i risultati positivi della sperimentazione clinica sulla dalbavancina, un antibiotico innovativo scoperto dai ricercatori di Gerenzano». Una notizia che ha fatto impennare oltre i 13 dollari la quotazione del titolo al Nasdaq di New York.


            MOLTO LAVORO PER POCHI
            Dalla Lombardia alla Sicilia, il buon andamento delle aziende non evita guai ai lavoratori. È saltata la trattativa tra i sindacati e i vertici della Imesi di Carini (Palermo), l’azienda di materiale rotabile controllata da Ansaldo Breda. Chiusura totale su carichi di lavoro e assunzioni. E poi anche c’è di mezzo la cassa integrazione. Ma anche qui c’è il paradosso: l’azienda, spiegano i sindacati, ha commesse fino al 2010 e ha previsto una prima verifica nel 2007. «La nostra richiesta, dunque, era di procedere entro la metà del 2006, a un leggero potenziamento dell’organico – racconta Maurizio Calà, segretario provinciale della Fiom Cgil – una ventina di unità da aggiungere alle attuali 163. E di avviare a fine 2006 un ragionamento sulla possibilità di raggiungere la massima capacità aziendale stimata dalla stessa Ansaldo in 220 unità. La loro risposta è stata che non si possono nè vogliono impegnare». L’azienda, piuttosto ha ribadito il mantenimento della società nel gruppo Imesi, e assicurato 180.000 ore di lavoro all’Imesi e 50.000 all’indotto, il rientro dalla cassa integrazione da marzo 2005 per eseguire lavori di revamping su 100 carrozze Fs, fino a maggio quando sarà concluso la fase di rientro dei lavoratori. Dopo di che sarà attivata una linea di costruzione del 30% di una commessa di 18 treni per il Marocco che entrerà in piena produzione da luglio. Ma per i lavoratori non è previsto niente: solo sacrifici e cassa integrazione.


            NIENTE SOLDI IN CATALOGO
            E prosegue il biennale calvario dei 400 lavoratori della Postalmarket di Peschiera Borromeo (Milano), storico marchio delle vendite per corrispondenza, vittima di imprenditori malaccorti e rapaci nell’utilizzare spudoratamente il vecchio catalogo a scopi elettorali. Dopo il passaggio di proprietà dalla famiglia Filgorana al gruppo Bernardi, che controlla una catena di grandi magazzini, sembrava superata la fase buia. Invece sono subentrati due imprevisti: il ricorso al Tar di un creditore di Filograna che si ritiene danneggiato e un incredibile intoppo burocratico che ha bloccato al ministero del Lavoro i fondi per il pagamento della cassa integrazione di settembre (che adesso sono, comprensibilmente, con l’acqua alla gola) e nulla al momento lascia intravedere sbocchi per l’unica fonte di reddito di qui a un anno. Il tutto, naturalmente, mentre la nuova proprietà esibisce trionfalmente i propri successi economici.


            CHIETI: GRAZIE FIAT
            Intanto la cassa integrazione straordinaria a rotazione mensile, della durata di un anno, per 127 lavoratori è stata richiesta per la Girsud di Gissi (Chieti). L’azienda metalmeccanica che produce componenti per auto e che, per la crisi della Fiat, sua principale committente, vorrebbe licenziare 39 lavoratori. Pochi, a confronto delle migliaia in balia dei destini incerti della casa torinese. Ma anche così, poco per volta, i cocci dello sfascio industriale italiano continuano a piovere sulle teste dei lavoratori.