Il leader della Cgil: si pensa più ai progetti finanziari che al futuro industriale

25/03/2010

ROMA – Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, accusa la proprietà della Fiat di pensare più ai progetti finanziari che al futuro industriale del gruppo; e accusa il governo di non aver fatto nulla per mantenere l´occupazione e la produzione in Italia.
Si comincia a delineare un piano lacrime e sangue con un taglio di circa cinquemila posti. Lei che idea si è fatto?
«Se effettivamente questo fosse il piano, verrebbero confermate, purtroppo, anche le nostre preoccupazioni. L´avevamo detto che il processo di internazionalizzazione del gruppo avrebbe portato con sé il rischio di ridurre l´attenzione sul mercato interno e sui siti produttivi nazionali. D´altra parte è solo di qualche giorno fa l´annuncio che la "500" elettrica sarà fabbricata negli Stati Uniti grazie agli aiuti del governo Obama. La produzione dei motori di nuova generazione sarà delocalizzata e gli effetti sugli impianti italiani di assemblaggio, Mirafiori e Pomigliano, al di là del caso di Termini Imerese, finiranno per essere inevitabilmente negativi».
La Fiat si appresta a non essere più un gruppo automobilistico italiano. Che conseguenze avrà sull´intero sistema industriale nazionale?
«La Fiat sta diventando una vera multinazionale. Ma mentre in altri sistemi economici, come quello tedesco per esempio, le multinazionali mantengono occupazione e stabilimenti nei paesi d´origine, la Fiat appare più attratta dai mercati d´oltreoceano, nord e sud America, rispetto a quello domestico o europeo. L´Italia rischia di uscire dalla crisi con un arretramento industriale, accentuando la sua debolezza nei settori nevralgici della produzione e della ricerca. E questo è colpa anche dell´assenza di una politica industriale. Perché di fronte alle difficoltà della crisi mondiale molte imprese italiane hanno agito come tradizione: delocalizzando, senza più scommettere sul futuro. Che lo facessero le multinazionali straniere lo sapevamo dal momento che hanno sempre considerato residuale il nostro paese; che lo faccia la Fiat è molto più grave».
Di fronte alle prossime mosse del Lingotto, quale può essere il ruolo del governo?
«Finora il governo non ha fatto nulla. L´anno scorso sono stati dati gli incentivi senza chiedere in cambio alcuna garanzia per la salvaguardia dell´occupazione e della produzione. Quest´anno abbiamo assistito ai litigi tra ministri per il rinnovo degli incentivi. Alla fine hanno deciso un sostegno ininfluente per un po´ di settori. L´ho detto: questo governo galleggia nella crisi».
Eppure il nuovo piano Fiat lo sta predisponendo Marchionne, non il governo. La Cgil e la sinistra hanno sempre pubblicamente apprezzato l´azione del "numero uno" del Lingotto. Ora state cambiando giudizio?
«La Fiat era sull´orlo del collasso, Marchionne lo ha evitato. È un merito che gli va riconosciuto. Ma mancano una politica industriale da parte del governo e anche l´assunzione di un ruolo da parte della proprietà».
Quali sono le responsabilità degli azionisti?
«Da tempo assistiamo a un atteggiamento a dir poco tiepido della proprietà sul futuro industriale del gruppo. Di nuovo, come un tempo, l´attenzione è rivolta agli aspetti finanziari».
Le sembra possibile un massiccio ricorso ai prepensionamenti per la gestione degli esuberi?
«Vede, anche qui c´è un ritorno all´antico. Ma come si fa a pensare agli stessi strumenti di dieci, venti, trent´anni fa? Questa è una vecchia Fiat piena di contraddizioni. Purtroppo il vecchio rimane in Italia mentre il nuovo se ne va all´estero».