Il lavoro? Sempre più flessibile

04/03/2005

    venerdì 4 marzo 2005

    Un’indagine dell’Isae. Atipici e part-time aumentano in modo esponenziale

      Il lavoro? Sempre più flessibile
      Ma agli imprenditori non basta

        MILANO Il lavoro in Italia è diventato più flessibile. In soli cinque anni, tra il 1999 e il 2004, la percentuale di dipendenti con contratti atipici e part-time è aumentata in modo esponenziale. Nel settore dei servizi è arrivata addirittura al 45-49 per cento dell’occupazione totale. Ma per gli imprenditori la flessibilità introdotta non è ancora sufficiente. Così le imprese lamentano ancora i limiti all’assunzione di personale a tempo determinato, i costi per il licenziamento e, soprattutto, le difficoltà a modificare le mansioni del personale e i tempi di lavoro.

          A mettere a fuoco i nodi legati alla flessibilità in Italia, proprio nell’anno dell’entrata in vigore della legge 30, è una indagine dell’Isae che viene realizzata ogni cinque anni su indicazione della Commissione Europea. Dal sondaggio emergono anche altri due dati importanti: le imprese del commercio e dei servizi prevedono di aumentare i loro occupati mentre nel settore manifatturiero l’aumento dei dipendenti è legato alla difficoltà nel reperire manodopera qualificata.

            Ma ecco i risultati dell’indagine Isae. Negli ultimi cinque anni -spiega l’istituto – «è nettamente aumentata in tutti i settori la diffusione dei contratti di lavoro a tempo parziale e determinato». Nell’industria in senso stretto i dipendenti con orario ridotto (part-time) sono passati dal 2 all’11% del totale e quelli con contratti temporanei dal 4 all’11%. Ma è nel commercio e nei servizi che l’aumento è stato esponenziale. Il commercio ha visto lievitare il part-time dal 29 al 34% e gli «atipici» che prima rappresentavano il 9% dei dipendenti sono ora diventati il 17%. Nei servizi il part time (che è soprattutto «in rosa») è passato dal 21 al 45% del totale e i contratti temporanei sono balzati dal 4 al 49%.

              L’aumento del ricorso a contratti atipici non corrisponde però, a giudizio delle imprese, ad un completo superamento dei vincoli esistenti all’utilizzo flessibile della manodopera. Nell’industria, ad esempio, il 46% degli intervistati lamenta i limiti all’assunzione di personale a tempo determinato e il 35% (ma il dato è in calo rispetto al passato) i costi legati ai licenziamenti. Ma a preoccupare sono anche i vincoli nella flessibilità oraria e nel reperire dipendenti specializzati. Il 65% delle imprese manifatturiere, ma anche alcune imprese dei servizi, indica come vincolo rilevante all’aumento del numero dei dipendenti la «mancanza di candidati qualificati».

                L’indagine rileva anche una difficoltà nell’utilizzo flessibile degli orari nonostante esista uno scarto tra l’orario contrattuale e quello dell’effettiva apertura dell’attività. Nonostante questo diminuisce il ricorso alle turnazioni e all’apertura in orari considerati «atipici»: dati che possono essere letti – secondo l’Isae – come un segnale di crescente difficoltà per le imprese a far lavorare gli occupati al di fuori degli orari normali.