Il lavoro Marco Biagi e le critiche della Chiesa – di Eugenio Scalfari

25/07/2002

25 luglio 2002

LE IDEE

Il lavoro Marco Biagi e le critiche della Chiesa
EUGENIO SCALFARI


Avevo sentito parlare qualche settimana fa dell´incontro tra un gruppo di vescovi e delegati delle «consulte pastorali» che si occupano per conto della Conferenza episcopale italiana dei problemi del lavoro e il professor Marco Biagi. L´incontro era avvenuto il 25 gennaio, quasi due mesi prima dell´assassinio di Biagi per mano delle Br, presumibilmente le stesse che avevano ucciso due anni prima Massimo D´Antona.
Ogni laico che si rispetti ha il suo monsignore e anch´io ho il mio. Il mio monsignore, che aveva partecipato a quell´incontro, me lo aveva descritto come un dibattito di grande interesse e mi aveva raccomandato la lettura del suo resoconto stenografico, ma avevo avuto qualche difficoltà a reperirlo e poi non ci avevo pensato più. "La Stampa" di sabato scorso ne ha pubblicato un ampio stralcio e finalmente ho potuto averne e leggere il testo completo. Ne vale effettivamente la pena, sia per il merito delle questioni affrontate sia per una più approfondita conoscenza della personalità psicologica del professore sia infine per la peculiarità dell´approccio cattolico ai problemi della giustizia sociale, del mercato e, in una parola sola, del capitalismo.
Di quell´approccio – lo confesso – noi laici abbiamo scarse notizie e ci affidiamo perlopiù ad approssimazioni entrate nell´uso comune. Sappiamo che il Papa ha molto a cuore la questione della povertà e delle nuove ingiustizie, che la Chiesa del Duemila rimastica il vecchio corporativismo di Toniolo e di Leone XIII e che su queste basi si costruì quella famosa alleanza cattolico-comunista che è sempre stata guardata con diffidenza dalla cultura liberale.
Anch´io ne ho avuto e ne ho tuttora un´immagine critica e diffidente. Non mi convince il neo-corporativismo cattolico che fa appello ai buoni sentimenti per vincere l´egoismo di natura; non mi convince soprattutto la convivenza tra la Chiesa dei poveri e quella del potere e della diplomazia, di cui papa Wojtyla è stato ed è il più illustre e fervido rappresentante.
Pagina 38 – Cultura
 
 
QUELL´ETICA CHE SOGNIAMO PER IL LAVORO

a proposito di un dibattito sul "libro bianco" di marco biagi

          L´incontro con lo studioso avvenne due mesi prima del suo assassinio Un gruppo di vescovi discusse e criticò il suo documento


          Il giurista ucciso dalle Br era un fervente cattolico, un credente che come studioso non aveva rinunciato a una laica autonomia da ogni sudditanza
          (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA)
          EUGENIO SCALFARI


          E tuttavia proprio il testo dell´appassionato dibattito tra Marco Biagi, fervente cattolico ma studioso laicamente autonomo da ogni sudditanza, e i rappresentanti al più alto livello della cultura sociale della Chiesa italiana, mi induce a qualche riflessione diversa da quelle stereotipe che mi erano fin qui abituali sull´argomento in questione. Già il pensiero del cardinal Martini, che ho avuto modo di conoscere abbastanza a fondo, e la sua edificante testimonianza pastorale avevano modificato l´immagine corporativa; gli interventi contenuti nel testo del 25 gennaio rendono ancora più chiaro ed esplicito un pensiero sociale che definirei democratico e per certi aspetti perfino liberale, di quel liberalismo che Croce distinse sempre e puntigliosamente dal puro liberismo economico, che può esserne parte rilevante ma mai esclusiva poiché le forme sono prodotte dall´essenza e ne individuano storicamente il modo di esistere in quel tempo e in quel luogo per poi crescere, trasformarsi, scomparire.

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          Il dibattito, che partì dall´esame del famoso "Libro bianco" di cui Biagi fu uno dei principali estensori, si può raccogliere attorno ai seguenti temi: la flessibilità del lavoro, il rischio della precarietà e dell´esclusione, le insufficienze del mercato senza regole, l´estensione generalizzata dei diritti e delle tutele, il pericolo insito nei contratti individuali «che tendono a sgretolare il luogo di lavoro come comunità di persone» (così si esprime il delegato diocesano del Triveneto).
          A tutte queste osservazioni che costituiscono nel loro insieme una critica serrata nei confronti del "Libro bianco", Marco Biagi reagisce punto per punto riaffermando la validità delle sue tesi e sottolineando che l´ispirazione etica e religiosa gli è stata comunque sempre presente. Non vuole essere considerato come un tecnico senza convinzioni morali, tuttavia si richiama alla realtà, al mutamento sociale ed economico che non può esser fermato e all´interno del quale debbono essere trovate e costruite le nuove regole. Ma i suoi interlocutori mantengono le loro riserve e le riaffermano con un alternarsi di interventi appassionati che fanno di questo documento una testimonianza drammatica per chi lo legga oggi con la conoscenza di ciò che avvenne di terribile appena due mesi dopo.
          Biagi si definisce più volte come uno «sperimentatore», un uomo di scienza che vuole e deve tentare e scoprire le soluzioni più adatte nei limiti della situazione «data». Ma i suoi interlocutori mettono in discussione proprio l´immodificabilità di quella situazione, nei confronti della quale elevano un muro di riserve e di critiche. Biagi, sotto l´incalzare delle contestazioni, difende in forme via via sempre più assiomatiche la sua verità e le attribuisce un valore quasi assoluto, a dispetto della sperimentalità inizialmente da lui stesso affermata; i rappresentanti diocesani dal canto loro dubitano di quelle terapie, per essi non c´è nulla di assoluto nelle tesi sociali in discussione, salvo un punto, anzi una premessa: i lavoratori sono persone, portatrici come tutte le persone di diritti. Questo è il loro assoluto, tutte le altre categorie mentali e fattuali debbono piegarsi di fronte al valore della persona.
          C´è qui una sorta di inversione di ruoli che va segnalata: il laico (sia pure di fede cattolica) che assolutizza orgogliosamente la propria verità mondana e i rappresentanti della Chiesa che relativizzano gli strumenti mantenendo fermo il fine.

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          Qualche stralcio del dibattito può servire per comprender meglio l´intensità di quel confronto.
          MARCO BIAGI – «Lo strumento preferibile continua ad essere il rapporto di lavoro a tempo indeterminato ma non tutti possono essere in questa condizione. Gli imprenditori non possono assumere tutti in questa forma, hanno bisogno anche di altre forme. Bisogna trovarle, regolarle in maniera civile e seria perché altrimenti gli imprenditori faranno come quei bambini ai quali si nega qualche cosa che poi se la vanno a prendere da soli perché questa è la legge dell´economia».
          PASQUALE CARACCIOLO (direttore Consulta per il lavoro dell´Umbria) – «La filosofia del "Libro bianco" tende a spostare le tutele e le regole dai lavoratori al mercato del lavoro, ma ciò presuppone che esista un sistema complessivamente funzionante. Noi sappiamo che non è così. D´altra parte gli elementi di flessibilità introdotti dal ’96 ad oggi non sono stati pochi e ciò è avvenuto col consenso e con la collaborazione attiva di tutti i sindacati. Perciò il ricorso al mercato del lavoro nero che è continuato fino ad oggi è evidentemente una scelta deliberata di illegalità».
          DON CARLO CAVIGLIONE (responsabile Pastorale sociale e del lavoro di Genova) – «Ricordo che cosa fu la "Sala della Chiamata" nel porto di Genova. C´erano dai dodici ai quindicimila lavoratori nel porto che ogni mattina si presentavano nella sala in cerca di lavoro e venivano chiamati giornalmente per i lavori che c´erano da fare; alla fine, coperti i posti disponibili, quelli rimasti fuori se ne tornavano a casa e il giorno dopo si ricominciava. Questa situazione creava disperazione; certo c´era la massima flessibilità ma insieme con la massima disperazione. Per superare questo stato di cose furono creati nuovi ordinamenti, quelli che adesso si vogliono abbattere per eccessiva rigidità. Ecco, proprio avendo in mente il passato io starei molto attento a ricreare la cultura della provvisorietà, che è quasi al limite della cultura della disperazione».
          BIAGI – «La globalizzazione non è una cosa da discutere nei convegni; può lasciare vittime sulla strada del mercato che quindi deve essere regolato. I sindacati sono molto restii al cambiamento ma non sono tutti eguali. Ci sono amici come i cislini che sono sicuramente aperti al cambiamento, ma altri ambienti sindacali sono molto conservatori. Bisogna che il dialogo sociale proceda più rapidamente; se le parti sociali non si mettono d´accordo qualcuno deve pur decidere e saranno il governo e il Parlamento secondo le regole democratiche. Bisogna avere il coraggio, la volontà politica di dire che gli strumenti vanno ripensati e non si possono dare a tutti gli stessi diritti».
          RAFFAELE CICCONE (responsabile Pastorale sociale di Milano) – «La prima cosa importante è chiedersi: che ne facciamo della concertazione? Ha retto negli anni Novanta una problematica drammatica di inserimento nell´Europa. Ai lavoratori è stato chiesto un forte impegno e una grossa fatica. Ed ora? Che cosa ne facciamo di quel sindacato che li ha indotti a sostenere quella fatica e quei sacrifici? Oggi si punta ai contratti individuali e a stabilire i salari secondo la produttività delle aziende. Vuol dire che i lavoratori delle zone più deboli dovranno sopportare una fatica ulteriore? E il sindacato deve restare un elemento di intesa, di preziosa pace sociale, oppure lo vogliamo smantellare? Onestamente, gli ultimi tentativi di spaccare la Cgil dalla Cisl e dalla Uil sono stati plateali».
          BIAGI – «Se io debbo ammettere che la tutela, o, come noi diciamo, la ipertutela di alcuni si continui a tradurre nella sottotutela e nell´abbandono di tanti altri, in questo mercato del lavoro nero che continua a proliferare, la mia etica mi impone di occuparmi di tutti e non solo di quelli che sono tutelati… Le parti sociali non sono elette dai cittadini mentre il Parlamento sì e questa non è questione da poco. Nel nostro paese per le questioni del lavoro sembra quasi che il Parlamento sia diventato una comparsa, che disturba anche. Ebbene io non sono d´accordo che la concertazione sostituisca il Parlamento e lo dico a voce alta. Non sono d´accordo col modello del 1998 perché l´ho visto, non funziona, blocca. Allora la mia scelta politica, etica e culturale è di cambiare».
          DON RAFFAELE CICCONE – «La maggioranza delle aziende sono sotto i 15 dipendenti per cui la disoccupazione è continua. Per la maggior parte del mondo del lavoro non esiste alcuna rigidità e il licenziamento è libero. In più: viene liberamente licenziata una persona quando si ristruttura. Ristrutturazione: è diventata una parola magica, a tutti i livelli e in tutte le dimensioni aziendali nessuna esclusa. Con ammortizzatori sociali inesistenti o ridicoli. Da me arrivano almeno una volta al mese aziende che chiudono. Un discorso molto delicato. Non esiste un salario sociale, un´indennità di disoccupazione che dia il tempo al licenziato di trovare un nuovo impiego. L´art. 18 protegge una minoranza di lavoratori. In realtà li protegge fino a quando non arriva la ristrutturazione che di per sé è motivo di giusta causa. In che senso questa tutela diventa discriminatoria e dannosa per gli altri? Gli altri sono abbandonati comunque».
          DON MARIO INZOLI (Pastorale del lavoro di Crema) – «Sulla flessibilità c´è un problema serio: se l´uomo non è aiutato ad essere flessibile, e questo è il problema della formazione, come farà a diventare flessibile se ha imparato un solo lavoro? Il mercato – si dice – lascia vittime sul suo cammino ed è vero purtroppo. Ma noi dobbiamo accettare questa logica e imboccare la via della flessibilità? Sta bene. Ma bisogna prima preparare i lavoratori o prima introdurre la flessibilità? Questo è un punto fondamentale. Che cosa viene prima, la formazione o la flessibilità?».
          DON LIVIO DESTRO (delegato della Pastorale sociale del Triveneto) – «Vengo da una terra dove la flessibilità la si vive in modo fortissimo: negli ultimi cinque anni il 70 per cento dei nuovi contratti sono stati atipici. La flessibilità, come dice la Laborem Exercens, diventa la chiave essenziale della questione sociale. La gente ha paura, questo noi lo cogliamo fortemente. Nel "Libro bianco" manca la chiarezza su alcune questioni essenziali: la carriera d´una persona è continuamente spezzata al ribasso oppure la formazione diventa una parte del lavoro e qualifica?».
          DON ANGELO SALA (già responsabile Pastorale sociale di Milano) – «Due parole mi fanno paura: la precarietà e la selezione. Precarietà: bisogna ricominciare sempre daccapo perché non è affatto vero, per esempio, che il lavoro interinale porti all´assunzione. Per quello che risulta a noi nella grande maggioranza dei casi non porta all´assunzione. Selezione: vuol dire che si tagliano fuori alcuni per prenderne altri. Precarietà e selezione compongono un´asse micidiale. Per cui, se si devono tentare strade nuove è giusto, ma non sia questo il vangelo, non sia questa la carta definitiva perché etica e tecnica debbono essere coniugate in modo ancora più serio».
          BIAGI – «Io vi posso dire che con gli amici della Cisl ho ragionato molto, moltissimo, anzi sono andato a molte riunioni in casa Cisl e non ho mai sentito tanti apprezzamenti per il "Libro bianco" come in quelle riunioni. Mi mettevano addirittura in imbarazzo tanto che dicevo: badate, ci sono anche alcuni errori e molte sottovalutazioni nel "Libro Bianco" e nessuno lo sa meglio di me. Per esempio sulla formazione, sui diritti dei disabili e su parecchie altre cose. Sono anche andato in casa Cgil, caspita, me ne sono sentite dire di tutti i colori».
          MONSIGNOR GIAN CARLO BREGANTINI (vescovo di Locri, responsabile Consulta nazionale per la Pastorale del lavoro) – «Credo che il dibattito abbia messo in luce una fortissima preoccupazione etica ed anche una fortissima preoccupazione pastorale. Se i toni sono stati forti è perché c´è dietro una voce di dolore e di fatica. Il ruolo del sindacato, certo, dev´essere intelligente, ma anche di grande valore perché altrimenti, adagio adagio, si sgretola tutto. In questa logica non dobbiamo dire che i licenziamenti non ci sono. Ci sono già, dobbiamo prendere atto di questo altrimenti daremo una visione falsa della realtà. La ringraziamo immensamente, professor Biagi, e le auguriamo di portare queste note, non secondarie ma incisive, anche in alto».

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          Ecco. Questo è il succo di quanto si dissero il 25 gennaio Marco Biagi e i rappresentanti della politica sociale dell´episcopato cattolico italiano. Ci fu grande impegno e grande buona fede da entrambe le parti, ma la contrapposizione fu netta e riguardò il problema della variabile indipendente, come dice il mio amico Alfredo Reichlin. Per Biagi la variabile indipendente, cioè il dato che condiziona tutto il resto, era il mercato e la logica dell´impresa; per i suoi interlocutori erano i diritti delle persone.
          Lo scontro è tuttora questo ed è lungi dall´esser stato risolto.
          Probabilmente non lo sarà mai. Sia per l´una che per l´altra visione si può parlare correttamente di riformismo, ma il primo è un riformismo di più basso livello, il secondo di livello più alto. Tutti e due puntano sulle regole. Il primo all´interno della variabile indipendente della logica d´impresa, il secondo all´interno della variabile indipendente dell´estensione dei diritti.
          Detta così, forse la questione che tanto divide oggi la politica italiana risulterà più chiara e questo sarà un vantaggio per la miglior comprensione del problema.