Il lavoro, la pace, la lotta. Verso il 14°congresso della Cgil

17/01/2002



 
   


17 Gennaio 2002


Il lavoro, la pace, la lotta. Verso il 14° congresso della Cgil
1) Venezia, Padova, Timisoara…
2) «Siamo all’inizio di un conflitto ancora tutto da scrivere»
3) Voto unitario, con astensione
4) Il patto del Mezzogiorno

Venezia, Padova, Timisoara…
La Cgil veneta istituisce l’8 provincia e discute di diritti. Le tematiche internazionali entrano nel congresso
ERNESTO MILANESI – ABANO TERME (PADOVA)

Ha una vocazione internazionale la Cgil del Veneto. Da sempre. Era perfino riuscita a far dialogare i sindacalisti serbi con quelli kosovari alla vigilia della guerra. Si è abituata a considerare Timisoara come l’ottava provincia della regione-laboratorio dell’economia italiana. E coltiva con ostinazione piccoli progetti di grande solidarietà, soprattutto con la Palestina. Così, l’8 congresso della Cgil Veneto che si conclude oggi ad Abano sembra voler dimenticare equilibri, calcoli e sussurri tipici di ogni assise con le bandiere di mezzo mondo che campeggiano ai piedi del palco. E’ anche vero che l’idea di stilare un documento unitario si rivela meno scontata: il 16% della sinistra della Cgil non deglutirà mai il rospo della concertazione. Infine, si intuisce chiaramente che gli organigrammi pesano più delle idee, come sempre: serve il bilancino dei farmacisti per dosare la quota donne, con i pensionati, la rappresentanza geografica con le diverse anime politiche (ex-Psi compresi).
Se la relazione introduttiva di Ivan Perdetti si è limitata ad inquadrare i temi e a offrire ai delegati 17 cartelle tutte tese a invocare unità, sarà dalle urne che usciranno i verdetti senza appello, visto che il nuovo segretario che sostituira Cesare Damiano, trasmigrato alla Quercia, verrà scelto a congresso chiuso dal nuovo esecutivo. Intanto anche Cofferati deve registrare che nel "suo" Veneto cresce la voglia di lotta contro il governo: il 1 febbraio a Mestre come a Padova sono già stati previste manifestazioni e cortei, come se si trattasse di uno sciopero generale vecchio stile.
E la Cgil torna ad assaporare l’atmosfera del sindacato di fabbrica d’altri tempi grazie al legame con i lavoratori della provincia di Timisoara, letteralmente colonizzata da padroni e padroncini del nordest. Adrian Negoita è il presidente di Fratia-Cnslr, ad Abano per siglare un nuovo gemellaggio con la Cgil: prima dell’estate inizieranno in Romania dei corsi di formazione un po’ particolari, visto che una trentina di sindacalisti locali verranno "istruiti" sul sistema dei diritti europei. Ai dettagli organizzativi penserà Antonio Zett, responsabile delle politiche internazionali della Cgil Veneto. "Nel nostro paese abbiamo pagato a duro prezzo la politica del governo di destra, mentre con quello attuale si aprono spiragli significativi per lo sviluppo dell’economia e dal punto di vista sindacale", spiega Adrian che viene tradotto in serbo a Jòzsef Svajda, sindacalista ungherese che funge da interprete. Dal 2002, ai rumeni non serve più il visto per girare l’Europa e le privatizzazioni riaprono il capitolo delle politiche sociali in vista dell’ingresso nell’Ue. "Nel distretto di Timisoara, ci sono circa 150 aziende che vanno da 10-15 fino a 1000 dipendenti, meccaniche, tessili, calzaturiere, agro-alimentari, edili. E il Veneto è in prima fila nella corsa degli imprenditori esteri a metter radici da noi. Il salario di un operaio oscilla dal minimo di 100 marchi ad un massimo di 100 dollari al mese". Adrian ha le idee chiare: "Austriaco, tedesco, italiano: per il sindacato, i padroni sono tutti uguali. Si tratta di far valere i diritti, di ottenere rappresentanza in fabbrica, contrattare". A Timisoara sono pionieri da questo punto di vista, perché il salario minimo non coincide con quello che in Italia è un contratto collettivo di lavoro. Trasporti e mense diventano "vertenze" di sopravvivenza. "Ora che la Romania va verso l’Europa c’è molto da discutere in materia di politica sociale. Abbiamo capito bene come funziona. Ci arrivano i semilavorati, che grazie al basso costo della nostra mano d’opera vengono restituiti come prodotti finiti per un mercato con ben altri parametri. Ecco, non può essere solo e sempre così".
Intanto, l’intera sala all’hotel Alexander si alza in piedi ad applaudire Ali Rashid, "ambasciatore" delle ragioni dell’Olp in Italia. Parla quasi un’ora ai delegati che lo seguono, a tratti senza nascondere la commozione. "La nostra è una storia di sofferenze. Siamo vittime di una guerra voluta da altri. Siamo stati invasi, scacciati, umiliati perché si doveva restituire giustizia ad un altro popolo. Ma noi palestinesi con l’Olocausto non c’entriamo nulla: è stata l’Europa a farlo. Adesso sono loro a preparare i lager per noi". Rashid non indugia nella retorica e ammette fino in fondo che l’integralismo islamico rappresenta una deriva con cui fare i conti. Sempre senza dimenticare la storia, perché il sindacato comunista del Sudan e le organizzazioni della sinistra in Iraq sono state spazzate via proprio da chi ha messo la religione a monopolizzare la politica. Ali Rashid si aggrappa agli accordi di Oslo e alle risoluzioni dell’Onu per scavare l’ultima trincea: la diplomazia dal basso, quella voluta da Bassolino e Cofferati con la recente missione a Gerusalemme. "Non intendiamo arrenderci", sorride Rashid. E raccoglie l’adesione della Cgil veneta all’iniziativa con i pacifisti israeliani in calendario il 5 febbraio, come pure al progetto a favore dei bimbi di Hebron.
Nel pomeriggio, l’assise si rituffa nel dibattito. Fra i delegati spicca più di un immigrato, sono quelli che vivono sulla propria pelle l’ultima frontiera del diritto al lavoro. Fuori, il videoproiettore continua a regalare la lunga sequenza di immagini in bianco e nero che raccontano il Veneto
melting pot fuori e dentro le fabbriche. Sabato a Roma in piazza ci sarà anche la Cgil del Veneto.





"Siamo all’inizio di un conflitto ancora tutto da scrivere"
Il congresso della Cgil dell’Emilia Romagna si apre sui disastri del mondo e d’Italia. Sfide del sindacato insieme ai no global, e "sciopero generale"
CARLA CASALINI

Rimini, il Palacongressi affollato di 735 delegati, in rappresentanza di 800 mila iscritti, per il congresso della Cgil dell’Emilia Romagna che si è aperto ieri con un significativo messaggio iniziale: l’introduzione affidata alle parole di un lavoratore palestinese, oggi funzionario sindacale a Forlì, la sua famiglia lontana, a Ramallah. Poi la relazione del segretario generale Gianni Rinaldini, che rivendica la forza della Cgil, la "capacità dimostrata nel saper intrecciare l’iniziativa sociale e politica" di fronte all’"irrompere di fatti di grandissimo rilievo in Italia e nel mondo" con la propria stagione congressuale, dove sta discutendo e votando "mozioni diverse", ma insieme "approvando unitariamente documenti conclusivi – come è avvenuto nelle categorie e nelle strutture in Emilia Romagna – sulle scelte fondamentali che il sindacato ha di fronte".
Lo spazio è il mondo segnato dagli "insostenibili costi umani e ambientali, le diseguaglianze perpetrate in nome del mercato e del profitto, della globalizzazione in atto". Nella cornice della "globalizzazione" campeggia la coppia terrorismo-guerra, e Rinaldini sottolinea "la scelta che abbiamo compiuto come Cgil contro la guerra", che "non è fatto
contingente bensì un’opzione strategica fondamentale". La sfida di pace, diritti, giustizia sociale che si pone al sindacato è il terreno di incontro "non diplomatico ma reale" col movimento che a questa globalizzazione si oppone. Perciò, già presenti a Genova, i sindacalisti dell’Emilia partono per Porto Alegre e organizzano una giornata "sulla illegalità finanziaria internazionale" con Attac e altre associazioni.
Genova, il movimento no global, "la presenza del sindacato a sostegno dei tanti manifestanti vittime delle forze di polizia", e però il "silenzio su Napoli, che ha consentito e reso possibile Genova": ne ha parlato ieri al congresso Libero Mancuso, presidente della Corte d’Assise di Bologna. Di lui, "colpito da un provvedimento disciplinare del governo per le sue dichiarazioni sui fatti di Genova", aveva già parlato Gianni Rinaldini nella relazione, motivando le ragioni dello scontro con il governo.
La minaccia "alle istituzioni democratiche e allo stato di diritto", "l’aggressione alla magistratura" (perciò la "solidarietà all’Associazione nazionale magistrati"), le scelte legislative "funzionali a una casta", che compongono, insieme alle aggressioni sociali – la finanziaria e i provvedimenti su lavoro, fisco, previdenza – "il profilo preciso di una società basata sull’idea che per competere nella ‘globalizzazione’ è necessario liberare le imprese da qualsiasi vincolo", incluso quelle umano, delle libertà, che rappresenta "una rigidità e un costo". Un programma di legislatura "mutuato da Confindustria".
Rinaldini parla a lungo del lavoro ridotto a pura merce senza vita, e della esasperata precarizzazione sociale contro cui battersi, e dei migranti in crescita nella regione, chiarendo che "la Cgil dice no alla costruzione di tre centri di permanenza temporanea dei clandestini in Emilia Romagna".
Nel nefasto quadro generale Berlusconi-D’Amato i diritti non sono compresi, e quelli "dei lavoratori vanno eliminati, in primis l’art.18 dello Statuto, e il sindacato, la Cgil, rappresentato come un nemico". Questa la posta in gioco, e perciò "siamo solo all’inizio di un conflitto sociale ancora tutto da scrivere". Gli scioperi generali regionali, come quello del 29 in Emilia Romagna puntano al ritiro delle deleghe. E "se ciò non avverrà", sarà necessario "lo sciopero generale unitario", sciopero che comunque "per la Cgil è inevitabile".
La parola corre al senso della lotta dei metalmeccanici, ed è lo spunto per sottolineare che la "democrazia" è "aspetto dirimente della nostra concezione di sindacato e della stessa possibilità di riapertura di un processo unitario", che, ci tiene a chiarire Rinaldini "è altra cosa rispetto alla importante unità d’azione costruita in questa fase" tra Cgil, Cisl, Uil.





Voto unitario, con astensione
Lombardia, accordo tra la maggioranza Cgil e "LavoroSocietà"
MANUELA CARTOSIO – CERNOBBIO

"Ci sono le condizioni per approfondire molti dei temi congressuali con spirito unitario. Se alla fine differenze resteranno, valutiamole come frutto di fisiologia". L’auspicio di Sergio Cofferati nell’intervento conclusivo al congresso della Cgil lombarda conteneva anche una previsione, rivelatasi qualche ora dopo azzeccata. Il congresso, infatti, ha approvato con 483 voti (pari all’85% dei delegati) un documento politico unitario, l’unico presentato, cosa che non succedeva da 16 anni. Le 71 astensioni, venute da un pezzo della minoranza di LavoroSocietà, segnalano però che alcune differenze restano. Ma la scelta della più blanda astensione piuttosto del secco voto contrario (ce ne sono stati solo 2) evita alla minoranza il trauma di una spaccatura interna e autorizza a dire che anche in Lombardia il congresso si è chiuso all’insegna dell’unità e, per quel che contano i documenti macerati in faticose nottate, con uno spostamento a sinistra dell’asse della Cgil. Se questo è avvenuto in Lombardia, dove Cofferati doveva contemporaneamente tener dentro la maggioranza la componente "fassiniana" di Antonio Panzeri e sanare la ferita della rimozione a luglio del segretario regionale Mario Agostinelli, è prevedibile che il congresso nazionale avrà un analogo esito unitario.
Susanna Camusso, caldamente sponsorizzata da Cofferati, è stata confermata segretaria generale dal nuovo direttivo regionale con 86 voti favorevoli, 22 contrari, 12 astenuti e 4 schede bianche. Percentuale non bulgara, ma più larga del rotto della cuffia con cui a luglio era stata paracadutata al vertice della Cgil lombarda.
Il perché delle 71 astensioni sta in due emendamenti al documento politico presentati da due esponenti di LavoroSocietà. Quello di Maurizio Zipponi (Fiom regionale) impegnava la Cgil allo sciopero generale prima del voto del Parlamento sulle leggi delega, anche se Cisl e Uil non ci staranno a farlo. Quello di Augusto Rocchi (Cgil Milano) aggiungeva al no alla guerra la richiesta del ritiro del contingente italiano in Afghanistan. Bocciati gli emendamenti, Rocchi e Zipponi hanno dato indicazione di astenersi sul documento politico. Liquidato dal secondo con una battuta feroce: "Il suo interesse è equivalente alla lettura dell’elenco telefonico di Milano". A sostegno del sì, invece, Dino Greco. Il segretario della Cgil di Brescia ha definito "non scontato" il documento unitario. E ne ha sottolineato i punti di forza: esplicito superamento della linea del 23 luglio, che impegna i contratti di categoria a recuperare l’inflazione reale e a redistribuire gli incrementi di produttività; condizione dell’unità con Cisl e Uil il pieno esercizio della democrazia, con piattaforme, mandati e accordi sempre sottoposti al voto dei lavoratori. Sulla concertazione il documento scivola, ma resta comunque il punto di caduta più alto segnato dai congressi territoriali in Lombardia. Con l’eccezione di quello di Brescia, ma – è sembrato dire Greco – cerchiamo di valorizzare il risultato ottenuto.
I prossimi mesi diranno quanto questo risultato è vero, scritto per rimanere e non solo dettato da urgenze esterne, sotto il fuoco di governo e Confidustria mai così d’accordo – ha detto Cofferati – nella volontà di demolire la "costituzione materiale", i rapporti e la rappresentanza sociale, i diritti. In dirittura d’arrivo, la tornata congressuale della Cgil dice che maggioranza e minoranza hanno siglato una tregua. E’ presto per dire se la rotta è davvero cambiata. Di certo, una correzione c’è stata e vira a sinistra. In questo senso, la mozione di minoranza può ritenersi soddisfatta.
Lo si è un po’ meno se si guarda ai congressi nel loro svolgersi. "L’esercizio della democrazia comporta riti molto lunghi", ha ammesso Cofferati. Siamo adulti e vaccinati per non scandalizzarci. I congressi si sono sempre giocati dietro le quinte. Questa volta, un po’ di più. "E non venitemi a dire che i lavoratori hanno partecipato a costruire la linea della nostra organizzazione", ha detto con la solita sincerità il segretario della Fiom lombarda Tino Magni, "li abbiamo fatti schierare e basta".





Il patto del Mezzogiorno
Documento unitario per il congresso della Cgil Campania
PAOLO ANDRUCCIOLI

Il congresso della Cgil campana si è chiuso ieri. Dopo un lavorio politico alquanto complesso durato tre giorni, la maggioranza e la minoranza interna di "LavoroSocietà" si sono accordate per evitare di uscire con due documenti alternativi e contrapposti. Il congresso della Cgil campana che si è tenuto a Napoli ha dovuto fare i conti sia con la situazione sindacale e sociale locale, sia con quella nazionale. E le dinamiche politiche interne sono state inevitabilmente condizionate dai processi che portano al congresso nazionale di Rimini che – salvo sorprese – si concluderà con un documento unitario e con un patto politico tra minoranza e maggioranza.
Ieri, a conclusione di molte ore di lavoro da parte delle due commissioni preposte, quella politica e quella elettorale, alla fine è stato varato un documento uninatario. Gli esponenti della maggioranza hanno recepito le osservazioni e le proposte della minoranza di sinistra, che fino a ieri pomeriggio ha continuato a tenere aperta la possibilità di un doppio documento. Nonostante le difficoltà a mattersi d’accordo anche per quanto riguarda i nuovi segretari regionali da eleggere e il rispetto delle proporzioni tra maggioranza e minoranza, ha prevalso comunque la tensione a ricucire un’unità interna anche in vista degli appuntamenti unitari di questi giorni con Cisl e Uil, a partire dagli scioperi contro le leggi delega del governo. I rappresentanti della sinistra di minoranza sono intervenuti nel corso del dibattito congressuale per ribadire la loro posizione sui temi politici considerati centrali. La minoranza ha posto cioè tre condizioni per poter aderire al documento unitario: una critica della guerra contro il terrorismo, un discorso chiaro sullo sciopero generale e un ripensamento complessivo della concertazione. Nel documento finale questi temi sono stati tutti recepite, anche se magari con toni molto più smussati di quel che avrebbe voluto la minoranza. In ogni caso nel documento finale si legge un discorso di critica alla guerra così come è stata impostata. Ci sono vari riferimenti all’attacco del governo Berlusconi al diritto del lavoro nel suo complesso. Ci sono riferimenti precisi all’importanza di allargare le lotte dopo gli scioperi del 29 gennaio prossimo. Il discorso sulla concertazione è invece meno critico di quello che avevano chiesto alcuni sindacalisti di "LavoroSocietà". Ci sono poi altri riferimenti internazionali, oltre la guerra, a cominciare dalla richiesta chiara di una soluzione per i palestinesi.
La Cgil campana, guidata dal segretario generale Antonio Crispi scommette dunque sulla capacità di rimanere unità e compatta e nello stesso tempo di trasformarsi per stare al passo dei grandi cambiamenti produttivi ed economici. Così nel corso della discussione di questi giorni – a cui hanno partecipato anche i segretari nazionali Betty Leone e Gian Paolo Patta, rappresentante della minoranza di sinistra dentro la Cgil – sono emersi spunti per tentare di impostare una politica efficace. Il punto centrale, dal punto di vista del dibattito congressuale nazionale in vista dell’appuntamento di Rimini, è stato quello relativo alla concertazione e al confronto con il governo di centro destra, soprattutto sui temi relativi alle tre deleghe, sul lavoro, il fisco e le pensioni.
Altra questione decisiva per il futuro della Cgil campana, problema che travalica lo stesso congresso nazionale, è quella relativa ai rapporti con la giunta di centro sinistra presieduta da Antonio Bassolino. Il banco di prova, per il sindacato campano, sarà quello della gestione dei gravi problemi che affliggono ancora il mercato del lavoro locale. Sull’esperimento dei contratti d’area, infatti, i giudizi divergono molto e lo scontro politico è ancora molto accesso. Andrà fatto dunque un grande sforzo di fantasia per imboccare altre strade. Intanto la Cgil rinnova i suoi organismi dirigenti e dai prossimi giorni comunicherà l’organigramma.