Il lavoro flessibile? Una rivoluzione al rallentatore

12/03/2001



Corriere della Sera
Nel 2000 riguardava solo il 7,7% del totale degli occupati, pari a 1,5 milioni di unità

Il lavoro flessibile? Una rivoluzione al rallentatore

      ROMA – Da qualche tempo sono diventati il terreno di battaglia preferito da imprenditori e sindacati. L’ultimo scontro si è concluso ieri quando il ministro del Lavoro, Cesare Salvi, ha fischiato il rinvio della partita. E così le nuove regole sui contratti a termine sono destinate a far discutere anche nella prossima legislatura. Un conflitto ideologico e per questo ancora più duro da risolvere. Per gli imprenditori rappresentano il varco attraverso cui introdurre una nuova flessibilità nel lavoro. Per i sindacati, in particolare per la Cgil, sono il confine da difendere per evitare la deregulation nelle assunzioni. Ma i contratti a termine in Italia esistono già tra le forme del cosiddetto «lavoro flessibile o atipico». Una recente analisi degli andamenti e degli effetti di queste forme di occupazione, svolta dalla Conferenza nazionale del lavoro, può dare la misura dell’andamento del fenomeno. Nel 2000 questo tipo di lavoro ha interessato il 7,7% dell’universo dei lavoratori italiani. Nel ’93 la percentuale si attestava sul 4,3%. Il maggior incremento in questa che appare una crescita discontinua, riguarda il periodo compreso tra il ’98 e il ’99, quando il numero dei contratti in vigore è salito da un milione 233 mila a un milione 447 mila, con un tasso di crescita del 17,3%. Nell’ultimo anno una variazione pari al 5,3% ha portato il numero dei contratti a un milione e 523 mila unità. Ma il rallentamento non deve stupire: nel numero dei contratti sottoscritti nel ’99 rientravano anche quelli di formazione lavoro o inserimento professionale. Mentre nell’ultimo anno è aumentata la percentuale dei contratti a termine «involontari», cioè quelli conclusi per «l’impossibilità di trovare un lavoro permanente».
      Ma qual è il profilo del lavoratore a termine? Uno studio svolto su un panel dell’Isfol, in un periodo compreso tra il ’94 e il 2000, rivela che si tratta per lo più di uomini: il 55,3% nel 2000 rispetto al 52,9% del ’94. In termini percentuali in sette anni è aumentato il peso della classe che va dai 35 ai 44 anni (dal 17,9% al 21,8%) a scapito delle altre. Il settore che fa registrare i maggiori ingressi è la pubblica amministrazione con il 23,9% (22,8% nel ’94), subito seguito dal terzo settore che, tra l’altro, registra anche l’aumento più significativo: dal 15,6% del ’94 al 21,3% del 2000. In forte regresso invece l’impiego dei contratti a termine in agricoltura: dal 15,1% all’8,4%.
      «Il contratto a termine è uno strumento tra i migliori per creare occupazione», ha ripetuto più volte il responsabile dei rapporti con il sindacato per la Confindustria, Guidalberto Guidi, sostenendo che nuove regole non potrebbero che migliorare la situazione. Vediamo cosa succede con quelle vigenti. Nel 2000 il contratto a termine è stato strumento d’ingresso al lavoro per 461 mila soggetti, il 53,8% del totale. In termini percentuali la quota delle donne che prima erano disoccupate o inattive supera il 60%. Ma in realtà è soprattutto per gli uomini che quel primo impiego a termine si trasforma poi in un lavoro permanente. Un dato su cui riflettere che sembra produrre un nuovo tipo di discriminazione nel mondo del lavoro. Le donne finiscono per costituire una fascia più debole che spesso volontariamente si sottopone a una situazione lavorativa precaria.
      Ma se il contratto a termine può costituire uno strumento per entrare nel mondo del lavoro, secondo i sindacati può troppo spesso diventarne anche la porta d’uscita. Insomma il lavoro tenderebbe a restare precario. L’analisi svolta dalla Conferenza nazionale del lavoro mette sotto osservazione l’esito delle assunzioni dopo 15 mesi. Su un milione e 310 mila casi presi in esame, il 79,6% risulta ancora occupato dopo un anno e tre mesi. Di questi il 55,6% è ancora presso lo stesso datore di lavoro, mentre uno su cinque lo ha cambiato. La percentuale di coloro che tornano disoccupati è nell’ordine dell’11,5%.
      Il contratto si stabilizza diventando a tempo indeterminato per il 30% presso lo stesso datore di lavoro, per l’8,2% presso altri. Comunque oltre un quarto dei lavoratori rimane con un contratto temporaneo nello stesso posto e l’11,9 presso un altro datore. In genere pongono fine alla precarietà soprattutto gli uomini: 32,1% contro il 27,2% delle donne, le quali manifestano una marcata mobilità verso impieghi a termine altrove. La ripartizione territoriale dà altri motivi di riflessione: nel Nord Italia il lavoro temporaneo offre una probabilità più elevata di trasformazione in assunzione presso lo stesso datore di lavoro. Ma paradossalmente la scarsa mobilità verso altri posti e una bassa percentuale di rinnovi del contratto a termine portano la percentuale di occupati dopo 15 mesi a essere la più bassa del Paese.
Antonella Baccaro

Economia