La Repubblica – Il lavoro di domenicale diventa obbligato si riposa il mercoledì

03/04/2016

di Luisa Grion – La Repubblica

Tutte le domeniche al lavoro dietro le casse del supermercato o a sistemare le merci sugli scaffali. E a casa, di riposo, il mercoledì. I nuovi contratti del commercio hanno abolito il giorno della festa, quello che nell’immaginario popolare – fino a poco fa – era legato al pranzo in famiglia e, per i cattolici, alla messa. Ora alla domenica si va a far compere e si riempie il frigo: gli incassi, dicono le sigle della grande distribuzione, in quel giorno possono superare quelli medi anche del 50 per cento. Il risultato è che nel commercio, nel turismo e nella ristorazione il lavoro domenicale è diventato praticamente un obbligo. Sulla carta no, nei fatti sì. E per commesse e cassiere il mercoledì è diventato la «nuova » domenica.

I contratti collettivi non lo prevedono espressamente, ma nella grande distribuzione, la quasi totalità degli accordi è part time e la mediazione avviene a livello personale. Le nuove lettere di assunzione, precisano i sindacati, spesso contengono la norma che prevede espressamente il servizio per 52 domeniche. Si può fare: perché le legislazioni in materia di lavoro parlano di giorno di riposo obbligatorio, ma non dicono che debba essere per forza la domenica. Ci sono in realtà tre categorie che possono rifiutarsi di lavorare nei festivi: i genitori di bambini con meno di tre anni d’età, i lavoratori portatori di handicap e i dipendenti che assistono conviventi non autosufficienti. «Ma chi firma la lettera d’assunzione non conosce questi diritti e la legge resta spesso inapplicata» dice Luana Di Tuoro , responsabile per la Campania della Filcams Cgil. «Qui la pratica è molto diffusa, ha cominciato Auchan cambiando tutti i contratti part time. La Coop ha seguito a ruota: d’altra parte la crisi occupazionale è gravissima, le catene minacciavano di chiudere e andarsene via. La scelta volontaria è una illusione quando rischi di perdere il posto e sai che non ne troverai un altro ».

Crisi economica a parte, l’obbligatorietà di fatto nasce anche dalla confusa situazione del settore. Il governo Monti, nel 2011, sull’onda della emergenza dei conti da sanare stabilì, fra varie riforme, che gli orari d’apertura delle attività commerciali andavano completamente liberalizzata. «Una situazione che non ha pari in nessun paese europeo commenta Pierangelo Rainieri, segretario generale della Fisascat Cisl – con la paradossale conseguenza che catene commerciali come Auchan o Carrefour sono costrette a tener chiuso a Nizza, ma possono aprire a Ventimiglia ». Le commesse italiane che lavorano nelle regioni di confine – la cronaca dell’Alto Adige ha raccontato i disagi familiari di quelle di Bolzano – scoprono quindi che ciò che a loro è vietato – la domenica a casa con i bimbi – è permessa alle colleghe che abitano qualche chilometro più in là. E che la busta paga non è affatto premiante.

Il contratto collettivo del commercio firmato dalla Confcommercio fissa regole precise: «I dipendenti devono lavorare obbligatoriamente per 26 domeniche l’anno – spiega Jole Vernola, responsabile lavoro e welfare per l’associazione dei negozianti ma ciò non vieta che ci siano accordi sindacali o personali che alzano il tetto prevedendo le maggiorazioni salariali previste». Lo stesso contratto, va però detto, non è applicato dalle grandi catene iscritte a Federdistribuzione, che quest’anno – per la prima volta, non ha applicato le norme Confcommercio, ma ha deciso di avviare con i sindacati una trattativa per conto suo (non ancora arrivata a conclusione). Il settore frammentato, la debolezza dei lavoratori (spesso lavoratrici) rende il ruolo dei sindacati più difficile. «Se il quadro è questo per i grandi, figuriamoci per i piccoli – conclude Rainieri – Nei negozietti capita che i dipendenti lavorino la domenica e non ricevano compensazione aggiuntiva. Noi capiamo bene le esigenze del settore e la necessità di lavorare anche nei giorni di festa. Ma la giungla non ci piace».