Il lavoro deve essere a tempo indeterminato

16/04/2010

Sul cosiddetto “contratto unico d’inserimento” credo sia giunta l’ora di trovareuna posizione di sintesi. Negli ultimi mesi si è acceso un dibattito avente per oggetto diverse proposte di legge avanzate, su questo tema, da esponenti politici tutti appartenenti alla stessa area di centrosinistra. Pietro Ichino, Paolo Nerozzi, Marianna Madia (con un folto gruppo di deputati tra i quali il sottoscritto), Tito Boeri e Davide Imola hanno elaborato testi o suggerito soluzioni legislative che, pur con modalità diverse, puntano a raggiungere un fine condiviso: unificare un mercato del lavoro oggi troppo segmentato. Continuare a contrapporre queste proposte non ha alcun senso. Tocca al Pd sviluppare unadiscussione che entri nel merito dei vari progetti e ricercare una sintesi, con obiettivi chiari. Il primo. Le proposte sul contratto unico non possono essere avulse dal contesto delle leggi esistenti sul mercato del lavoro. Si devono quindi integrare al fine di privilegiare il rapporto di lavoro a tempo indeterminato che deve rappresentare, secondo le indicazioni della stessa Unione europea, la “normale” forma di impiego. Perciò bisogna ridurre, contestualmente, le forme di lavoro flessibile tornando ai principi introdotti dal governo Prodi con il Protocollo del luglio 2007: cancellazione dello
staff leasing, delimitazione del ricorso al lavoro a chiamata e specifiche causali per i contratti a termine. Attraverso la concertazione, nei due anni del suo governo, il centrosinistra si è battuto contro il lavoro nero, ha ridotto le forme di lavoro precario ed ha mantenuto quattro tipologie di lavoro flessibile: il contratto di apprendistato, il lavoro interinale, il contratto a termine e il lavoro a progetto, combattendo – è il caso dei call center – contro un uso opportunistico
del lavoro parasubordinato. Si tratta di recuperare quell’impostazione, anche per contrastare le spinte del governo Berlusconi che, come ha dimostrato il “collegato lavoro”, vanno in una direzione totalmente contraria. Per noi il lavoro, come ci ricorda la Costituzione, è un valore fondativo e la sua regolazione non può diventare, come vorrebbero alcuni esponenti del centrodestra,una costola del diritto commerciale. Per favorire la stabilizzazione delle varie forme flessibili di impiego è anche indispensabile definire una nuova scala di costi e vantaggi per le imprese. Il lavoro flessibile dovrebbe sempre costare più del lavoro stabile e il lavoro che da flessibile diventa stabile dovrebbe poter contare su forti incentivi, a differenza di quanto avviene oggi: è un paradosso, solo italiano, che va cancellato. Per ciò che riguarda, in particolare, il contratto unico di inserimento formativo è chiaro che esso deve far riferimento ai giovani lavoratori al primo impiego. Mentre per il reinserimento lavorativo degli over 40 che hanno perso l’impiego va seguita una strada diversa, con l’introduzione di incentivi mirati e la previsione di percorsi formativi finalizzati ll’aggiornamento professionale. Mentre il salario minimo definito per legge deve essere applicato soltanto alle forme di lavoro non contrattualizzate. Infine andrebbe chiarito, a mio avviso, se non vogliamo che ci siano ombre sul tema dell’articolo 18, che n contratto di lavoro subordinato puòessere considerato a tempo indeterminato solo dopo che si è conclusa la fase della prova o dell’ingresso, che nelle proposte di legge presentate arriva anche a tre anni di durata. Queste precisazioni possono avvicinare le posizioni e consentire la definizione di una sintesi ormai necessaria. Senza dimenticare che a partire dalla prossima settimana si discuterà, alla Camera, di ammortizzatori sociali e di “collegato lavoro” e che dovremo combattere contro una posizione di arroccamento del governo che ha bocciato persino le proposte unitarie trovate in commissione lavoro tra PD e partiti della maggioranza sui temi della cassa integrazione e delle tutele nelle aziende in crisi.