Il lavoro che piace alla destra

29/01/2001
   


27 Gennaio 2001



Il lavoro che piace alla destra
Il "manifesto del lavoro in un’economia sociale" di Renato Brunetta piace anche a un po’ di sinistra. Deregulation ma dolce, globalizzazione ma con qualche clausola sociale. E lo Statuto dei lavoratori? Ha fatto il suo tempo
LORIS CAMPETTI – ROMA

Come dev’essere il lavoro? "Decente". E il welfare? "Leggero", o meglio dev’essere un welfare to work. Il diritto, invece, "più pluralista e riflessivo, meno ricco di hard laws (leggi e regolamenti) e più di soft laws (linee guida, orientamenti), meno affidato a vincoli e sanzioni e più a programmi e incentivi". Il "Manifesto del lavoro in un’economia sociale di mercato", cavallo di battaglia di Renato Brunetta, contiene le linee guida della politica della destra – moderata, va da sé – sui temi del lavoro. Si accredita come un approccio "leggero" a un cambiamento reso obbligatorio dal "fallimento" delle politiche del centrosinistra sul lavoro, "si governa accompagnando" i processi per rendere flessibile il lavoro e il lavoratore "con un percorso dolce". In realtà, di leggero c’è ben poco in questo scenario, tranne l’insieme dei diritti che sopravviverebbe allo smantellamento in grande stile del sistema di tutele costruito faticosamente nel secolo scorso. Un percorso che, più che una rottura rispetto alle politiche del centrosinistra, segna una accelerazione degli stessi processi, una precipitazione della deregulation.
Il "manifesto" di Brunetta trova molti consensi in giro, e non solo a destra. Ieri, a discuterne con l’autore nella prestigiosa Sala Verde dell’Abi, in piazza del Gesù, non c’era soltanto il variegato arcipelago che abita di fronte, nato dal
big bang della Dc, ma anche sindacalisti, di prestigio (il segretario generale della Cisl Savino Pezzotta, con confederali Cisl e Uil) e non (la vice segretaria dell’Ugl-ex-Cisnal Renata Polverini), il responsabile italiano dell’Ilo Maurizio Sacconi, dirigenti confindustriali e industriali, Confapi, giudici, giornalisti, professori esimi. Ma anche sottosegretari come Raffaele Morese e, ciliegina sulla torta, i lavori sono stati introdotti da Aldo Bonomi.
La strada
soft (?) di Brunetta piace a Bonomi ("hanno contraddizioni all’interno della destra, come la metteranno con la linea hard?"), perché si fonda sull’acquisizione del passaggio epocale al postfordismo, al capitalismo personale. Un passaggio della stessa entità di quello che traghettò la società contadina nella società fordista. Ma questa potrebbe essere poco più di una constatazione. A meno che non si pensi, come alcuni autori vicini a Bonomi, che il postfordismo è un bene in sé, al di là dei connotati che assume, essendo il fordismo (padre del fascismo e del comunismo) il male in sé. Il secondo aspetto interessante, per Bonomi, è che questo approccio ai cambiamenti cerca le soluzioni "nel lavoro, non nel mercato, e con l’Ilo e con Gallino sceglie la strada del lavoro decente".
Dunque, welfare to work, ma anche territorializzazione e privatizzazione dei contratti, in sostituzione del contratto unico nazionale e delle leggi
erga omnes. Marco Biagi dell’università di Modena difende la "scelta riformista" di Brunetta e attacca per motivi opposti la "politica di questa legislatura". Se la prende con "il mostro sacro dell’articolo 18" dello Statuto dei lavoratori, preferendo la strada di tutelare i licenziati, perché "i vincoli e le sanzioni sono grida manzoniane" che vanno riservate solo ai casi estremi, lo sfruttamento selvaggio dei bambini, o magari dei carcerati. La sicurezza sul lavoro non si conquista con controlli, ispettorati del lavoro e quant’altro, ma semplicemente "imponendone la riduzione del 20%, sennò mazziate". Conclusione, lo Statuto dei lavoratori è "d’élite, fatto per i privilegiati, di chi è dentro. Provoca emarginazioni e va cambiato". (Che c’è di meglio, per aiutare chi nei nuovi lavori non ha diritti, che toglierli anche ai "privilegiati" che ce l’hanno?). Contro una cultura ossidata intorno al "maschio adulto, bianco con due figli" se la prendono in molti, per ribadire la fine della spinta propulsiva dello Statuto e delle battaglie che l’hanno reso possibile. Il povero Pezzotta, neoletto segretario della Cisl, cerca di mettere qualche paletto "da moderato", per frenare la spinta alla derugulation che nasconde ogni appello al cambiamento, pur non essendo, dice, "affezionato all’articolo 18, ma c’è stato un voto di cui dobbiamo tener conto…".
Non solo discontinuità, dunque, con le politiche sul lavoro nell’era dell’Ulivo, dall’"emersione dell’economia sommersa" alla "programmazione e il controllo dei flussi di immigrazione su base nazionale e regionale, correlando strettamente i relativi ingressi alla effettiva domanda esplicitata dal sistema delle imprese e delle famiglie". Ecco, proprio quest’ultimo punto spiega bene l’idea dell’uomo sottesa nel manifesto della "destra moderata": pura forza lavoro, ma solo se necessaria. Non che la "sinistra moderata" pensi cose tanto diverse.