Il lavoro cambia ma è diventato invisibile

02/05/2001

Corriere della Sera
Martedì 1 Maggio 2001





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Il lavoro cambia ma è diventato invisibile Crescono gli impieghi atipici, cala il conflitto in fabbrica e gli operai scompaiono da cinema e tv

Il leader Cgil: si sta perdendo un valore sociale fondamentale

      ROMA – Gratta gratta è ancora «colpa» della concertazione. Perché in Inghilterra il cinema d’ispirazione sociale ed operaia – quello alla Ken Loach per intenderci – conosce da più di dieci anni un’eccezionale fioritura e in Italia – dove pure nel 2000 si è tornati a produrre più di 100 film – non c’è nulla di paragonabile? Il tema torna prepotentemente d’attualità in questi giorni. Il segretario della Cgil Sergio Cofferati, intervistato dal Secolo XIX , si è dichiarato addirittura «preoccupato» per l’assoluta penuria di film dedicati al lavoro. «Nel mondo dell’immagine quello che non si vede non esiste e di conseguenza la perdita di visibilità contribuisce alla perdita di valore sociale del lavoro». E la nuova rivista del Mulino, «Industria e cultura», per il suo primo numero ha chiamato Cesare Annibaldi e lo stesso Cofferati a discutere proprio di «senso del lavoro». Uno dei film di maggiore successo del filone operaista britannico si intitola Grazie, signora Thatcher . Racconta la storia della banda musicale di una miniera delle Yorkshire che reagisce alla chiusura dell’impianto e alla disoccupazione partecipando e vincendo un concorso nazionale per orchestre popolari. Così come quegli operai, anche i cineasti inglesi devono paradossalmente ringraziare la temutissima Lady di ferro. Senza la profonda rottura della società determinata dai suoi provvedimenti non ci sarebbero state materia e ispirazione per tanti lungometraggi di successo come Riff-Raff , Piovono pietre , Full Monty fino a Bread & Roses . In Italia, invece, veniamo da un paio di lustri di concertazione e politica dei redditi, grande coesione sociale e scarsissimo conflitto. Ergo: i registi, che per mettersi in moto hanno bisogno di segnali forti o addirittura tragici, si sono dedicati ad altro. A raccontare il dolore e il disagio esistenziale – come l’ultimo Moretti – oppure a programmare le pellicole di una pletora di comici, romani, milanesi o toscani. Unica eccezione: Paolo Virzì con La bella vita , ambientato nella Piombino operaia.
      «Le differenze tra Inghilterra e Italia? Stanno innanzitutto nel tipo di disoccupazione — sostiene il sociologo del lavoro Aris Accornero -. Negli altri Paesi i senza lavoro sono degli adulti, da noi sono giovani. Che usufruiscono di quello straordinario ammortizzatore sociale che è la famiglia». Insomma la struttura di classe dell’Italia «è più paciosa», la disoccupazione è cronica ma non crea allarme, «anche perché in molte aree del Nord c’è il pieno impiego». Risultato: il malessere italiano è meno rappresentabile. Naturalmente le differenze sociologiche non spiegano tutto. È anche vero che il thatcherismo ha motivato ideologicamente e politicamente Loach e compagni, mentre per trovare da noi un’uguale indignazione si deve tornare ai film sull’immigrazione prodotti negli anni della contestazione. Oggi, invece, i protagonisti delle storie messe in scena dai cineasti made in Italy sono psichiatri, impiegati e avvocati. La cultura operaia, insomma, è andata in soffitta. E anche in questo caso gli addetti ai lavori chiamano in ballo la società italiana, la sua ininterrotta cetomedizzazione, che rende più difficile di una volta identificare la «diversità» dei comportamenti operai.
      Detto ciò, anche quando un giovane trova la storia giusta e vuole portare sullo schermo una sceneggiatura alla Loach non riesce a trovare un produttore. «Ne conosco svariati di casi simili – racconta Felice Laudadio, presidente di Cinecittà Holding -. L’ultimo è quello di un regista milanese che vuole trasformare in film la vicenda legata alla chiusura della Innocenti. Il testo è ottimo, ma lui è disperato. Non trova interlocutori che lo finanzino. I produttori pensano tutti che quei temi non interessino il grande pubblico». E invece, aggiunge Laudadio, gli inglesi hanno dimostrato che si può conciliare impegno e mercato. «Il loro cinema vende all’estero più del nostro, che da quando si dedica a narrare problemi ombelicali ha visto ridotta la sua circolazione». Cofferati, dunque, una parte di ragione ce l’ha. E Accornero si lancia addirittura in una proposta da sociologo ai registi: «Un ambiente che può dare ispirazione è quello dei moderni call center. Sono le nuove fabbriche del sudore mentale, è un lavoraccio cane. Le storie di questi ragazzi meritano di essere conosciute, rappresentano la metafora di come cambia il lavoro con la nascita di una nuova figura sociale, il parasubordinato».
      Se con il cinema il lavoro trova il semaforo rosso, con la fiction non va molto meglio. I protagonisti delle serie televisive – grazie anche a una puntuale campagna di pubbliche relazioni – sono per lo più marescialli dei carabinieri e poliziotti, preti, medici e avvocati. Gli unici proletari che si vedono sono quelli della sicurezza, i ragazzi delle scorte. Nel catalogo Mediatrade dei prossimi mesi spiccano
      Carabinieri , Distretto di polizia 2 , il mistero della Madonna di Loreto e il giovane Casanova. «Cofferati fa un’obiezione giusta – ammette Maurizio Costanzo, presidente di Mediatrade -. Posso solo dire che non è facile ricondurre il mondo del lavoro alle tecniche dell’intrattenimento. È un tema che si carica di troppe valenze, non ultime quelle politiche. Insomma evoca stati d’animo contraddittori». E, invece, la tv cerca figure sociali condivise, di mediazione. E così mancano sia le storie di operai ma anche quelle di imprenditori. «Un esperimento, comunque, abbiamo voglia di farlo – anticipa Costanzo -. Come si sa ho un po’ la mania di riprendere i classici, e così sto pensando a portare sul piccolo schermo il Metello di Pratolini».
Dario Di Vico


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