Il lavoro? Beato chi l’ha visto

08/02/2005

    N.5 del 10 febbraio 2005

    Economia
    REBUS OCCUPAZIONE

    Il lavoro? Beato chi l’ha visto

    Secondo l’Istat in Italia la disoccupazione è diminuita. Ma è un abbaglio. Perché alle indagini sfuggono milioni di persone che non cercano più un posto

    di Roberta Carlini

      Ah, non c’è niente da firmare? Allora entri, entri pure… La frase magica che apre le porte a Salvo e lo introduce nelle case di famiglie diffidenti o scontrose è tutta in quella rassicurazione: non si deve firmare niente. A quel punto la situazione si sblocca e anche la signora più restìa fa entrare questo strano messo dello Stato: un ragazzo con computer e valigetta che raccoglie i dati su occupati e disoccupati. Salvo è uno dei 311 rilevatori che fanno l’indagine dell’Istat sulle forze di lavoro: una rilevazione su circa 300 mila famiglie per tutte le settimane dell’anno, la più grande indagine statistica che esista in Italia, sui cui esiti si di scute e ci si accapiglia. Soprattutto quando, come negli ultimi tempi, i numeri del lavoro appaiono in forte contrasto con quelli dell’economia: il tasso di disoccupazione scende e scende, ormai da anni: l’ultima rilevazione lo dà al 7,4 per cento, il più basso dal ’92. E quello di occupazione sale. In cifre assolute, dal ’95 a oggi abbiamo 2 milioni di occupati in più. Numeri dai quali sembra che l’economia sprizzi salute da tutti i pori, mentre le cronache parlano di grandi e piccole imprese che chiudono, altre che fuggono verso Est, negozi vuoti e declino italiano. Interrogati bene, quei numeri possono spiegare l’apparente mistero e fornire un quadro molto più complesso: fatto di lavori sempre più dequalificati, di indici in crescita grazie all’ingresso degli immigrati, di diffusione massiccia del fenomeno degli ‘scoraggiati’. Tanto che un recente studio della Banca d’Italia arriva a indicare un tasso effettivo di disoccupazione di due punti più alto di quello ufficiale.

      Salvo e i 310 come lui usano questionari a prova di standard internazionali. Quelli che definiscono ‘occupato’ chi ha lavorato almeno per un’ora nella settimana alla quale si riferisce l’intervista; ‘disoccupato’ chi non ha lavorato nemmeno un’ora, ha compiuto almeno un’azione di ricerca di lavoro tra le 13 elencate nel questionario (da navigare su Internet a chiedere aiuto a un amico) ed è immediatamente disponibile a lavorare; ‘inattivo’ chi non è né occupato né disoccupato, e perciò non è compreso nella definizione di ‘forze di lavoro’. Quella degli ‘inattivi’ è l’area più problematica, messa sotto la lente da diversi studi che accusano i criteri statistici internazionali di lasciare inesplorata un’immensa ‘zona grigia’: la zona di quanti, pur avendo voglia e bisogno di lavoro, non lo cercano attivamente, piuttosto lo aspettano o scoraggiati comprano qualche ‘Tuttoconcorsi’. "Tanto, di lavoro non ce n’è", è la risposta che nella sua Sicilia Salvo si sente dare spesso, soprattutto dalle ragazze.

      Elaborati e confezionati, i dati raccolti dai 311 ‘Salvo’ della statistica diventano la ‘Rilevazione trimestrale sulle forze di lavoro’. Nell’ultima, relativa al terzo trimestre del 2004, ci sono numeri che sembrano mostrare che quella frase rassegnata "tanto di lavoro non ce n’è" si stia diffondendo molto. Troppo, per un paese che si è impegnato a raggiungere gli obiettivi di Lisbona: tasso di occupazione al 70 per cento entro il 2010 (60 per cento per le donne). A prima vista, il bilancio non è negativo: anzi, vi si registra l’ennesimo record positivo, che dà il tasso di disoccupazione nazionale al 7,4 per cento. Vi si legge che aumentano, di 93 mila unità, gli occupati e che parallelamente scendono, di 137 mila unità, le persone in cerca di occupazione. Le ‘forze di lavoro’ sono in negativo per 44 mila unità. Il fatto che un bel mucchio di persone smetta di cercare lavoro può anche essere positivo, ma solo se smette perché nel frattempo l’ha trovato.

      Su questi numeri si stanno rompendo il cervello anche nella sede centrale dell’Istat, da dove uscirà il ‘Rapporto annuale sull’Italia’ che dovrà dare una spiegazione al fenomeno. Saverio Gazzelloni, uno dei responsabili della ‘Rilevazione sulle forze di lavoro’, invita a guardare bene chi entra e chi esce. La tabella sui nuovi occupati vede tutti i dati positivi concentrati intorno alle basse qualifiche e ai settori edilizia e agricoltura. Nelle costruzioni, infatti, c’è stata una crescita di ben 170 mila occupati (con un incremento del 9,9 per cento), nell’agricoltura di 22 mila (più 2,1) mentre il terziario aumentava di 34 mila unità (più 0,2) e solo l’industria continuava a crollare (meno 133 mila). Impossibile non notare la forte presenza, tra ‘chi entra’, degli immigrati occupati nei cantieri edili e nei campi. Quanto al ‘chi esce’, qui la differenza la fanno il territorio e il genere: la sparizione di forze di lavoro viene quasi tutta dal Sud (112 mila, quasi il 90 pr cento) e, nel Mezzogiorno, dalle donne. Quella che si chiama ‘offerta di lavoro’ femminile, nel Sud è scesa da un anno all’altro di 107 mila unità. Smettendo di cercare lavoro, o quanto meno non cercandolo con frequenza settimanale, le donne del Sud, in prevalenza giovani, hanno contribuito all’abbaglio: hanno cioè abbassato il tasso di disoccupazione, che si calcola mettendo a rapporto chi cerca lavoro (i ‘disoccupati’) con l’insieme delle forze di lavoro (‘occupati’ più ‘disoccupati’).

      Un fenomeno che non nasce con l’ultima rilevazione Istat. Gli economisti lo chiamano ‘effetto di scoraggiamento’. Negli Stati Uniti colpisce almeno un milione e mezzo di persone, che andrebbero aggiunte ai circa 9 milioni di disoccupati ufficiali per ridurre quella che l’economista di Princeton Alan Krueger chiama l”arbitrarietà’ del tasso ufficiale di disoccupazione. Krueger è tra quegli economisti che pensano che le definizioni internazionali di ‘disoccupato’ siano da rivedere. Uno studio di un gruppo di ricercatori dell’Ufficio studi della Banca d’Italia ha messo sotto la lente il fenomeno anche qui da noi. Nella ricerca si individuano, all’interno della zona grigia della non occupazione, i cosiddetti ‘potenziali’, ossia coloro che cercano lavoro, ma non sono classificati tra i disoccupati perché è passato più di un mese da quando hanno fatto l’ultima ricerca di lavoro. Dallo studio italiano emerge che si tratta di un gruppo numeroso e che se li aggiungessimo ai disoccupati veri e propri avremmo una brutta sorpresa: due punti di disoccupazione in più. Per il 2000 (anno a cui si riferisce lo studio) il tasso di disoccupazione salirebbe dal 10,8 al 12,7 per cento. Lo stesso studio, appena pubblicato tra i ‘Temi di discussione’ della Banca d’Italia, mostra che tra i ‘potenziali’ è particolarmente forte la presenza di donne, e di donne del Mezzogiorno. Chi sono? Ah, saperlo. Da noi "si soffre la mancanza di statistiche di genere", si lamenta Dora Gambardella, sociologa dell’Università di Napoli. Che mette in fila i risultati delle ultime ricerche: dal mercato del lavoro si esce, ma molte volte si rientra anche, in età più avanzata; che le ‘fughe’ femminili sono dovute più al matrimonio che ai figli; che le uscite riguardano sempre meno le donne con titolo di studio più alto; che l’ultimo dato Istat, se confermato, segnerebbe l’avvio di una controtendenza rispetto agli andamenti degli ultimi anni. Un’economista che fa studi ‘di genere’ è Paola Villa, dell’università di Trento. Che dice: "L’effetto di scoraggiamento c’è sempre stato, la competizione con gli uomini è durissima, e quando il mercato si fa più difficile molte semplicemente lasciano perdere". Villa sottolinea che gli ultimi anni di crescita dell’occupazione e riduzione della disoccupazione non hanno aggiustato il ‘doppio squilibrio’, quello a sfavore delle donne e del Sud: così, la differenza tra il tasso di occupazione femminile del Nord e quello del Mezzogiorno è passata da 17 a 24 punti. Attualmente, il tasso di occupazione femminile nel Nord è 54,6 per cento, quello del Sud 30,7 (rapportato alle donne in età da lavoro, dai 15 ai 64 anni). Gli esperti consigliano cautela: l’Istat ha cambiato i metodi di indagine, per questo alcuni numeri potrebbero non tornare. Sta di fatto che, se confermati, i numeri delle più recenti indagini segnalerebbero per la prima volta da anni una battuta d’arresto nella crescita del tasso di occupazione e di attività femminile, da collegare al fatto che la partecipazione al mercato del lavoro si è fatta più difficile.

      Si è fatto davvero più duro il gioco del mercato del lavoro, pur in presenza di tassi crescenti di occupazione? "Sì, perché è finita la luna di miele", è la risposta che dà l’economista Tito Boeri. La luna di miele è quella tra gli imprenditori e i nuovi contratti: le norme sul lavoro flessibile, quelli del pacchetto Treu, giacché è ancora presto per vedere gli effetti della legge Biagi, hanno incentivato gli imprenditori a creare nuovi posti, o meglio "a costituirsi un cuscinetto di forza lavoro flessibile, da poter gestire in un modo o nell’altro man mano che i ‘regolari’ vanno in pensione". Insomma, "all’inizio i nuovi contratti creano un po’ di occupazione, poi l’effetto finisce". Ma non c’è solo questo fenomeno, secondo Boeri. Sul sito di dibattito economico da lui creato (www.lavoce.info) i dati sulla disoccupazione sono stati sezionati e analizzati. Anche Boeri (e con lui Pietro Garibaldi, consulente economico del ministro Siniscalco) sottolinea l’apporto degli immigrati regolarizzati al boom dell’occupazione: "L’Istat si è attrezzato meglio per registrare anche il lavoro degli immigrati, e per di più è arrivata la sanatoria". Insomma, anche l’effetto extracomunitari dà un’illusione ottica sull’aumento dell’occupazione, che è gonfiato pure dai rinvii (più o meno volontari) dell’età della pensione da parte dei lavoratori anziani. Scoraggiati che escono, extracomunitari che entrano, superbonus per i lavoratori anziani, fine dell’idillio delle nuove norme: lo scenario appare così un po’ più chiaro. Del resto "non è che lo strano fenomeno della crescita dell’occupazione senza crescita economica potesse durare per sempre: prima o poi la crisi economica si fa comunque sentire", conclude Boeri. Non è il solo: già il ‘Rapporto sul mercato del lavoro’ del Cnel e il ‘Bollettino’ della Banca d’Italia hanno sancito la chiusura della fase del ‘miracolo’ dell’occupazione. Prima di loro e in modo più semplice, il verdetto l’aveva dato un operaio rispondendo a Robert Reich, ex ministro del lavoro di Clinton in tour elettorale: "Lo so che il lavoro aumenta. Io per esempio ne ho tre". Ma col reddito di uno.