«Il lavoro banco di prova della svolta autoritaria»

09/03/2010

Venerdì ci sarà uno sciopero generale indetto dalla Cgil. Il più grande sindacato italiano arriva da solo a questa scadenza, visto che Cisl e Uil (per restare al campo storico confederale) hanno scelto l’invito alla «complicità» nelle relazioni industriali rivolto loro dal governo (e dal ministro Maurizio Sacconi in primis). La piattaforma, decisa alcune settimane fa, parlava di «fisco, lavoro, immigrazione ». Sul tema abbiamo intervistato, nei giorni scorsi, la segretaria
confederale Susanna Camusso, candidata a succedere a Guglielmo Epifani nel ruolo di segretario generale. Inevitabilmente, però, l’accelerazione di eventi degli ultimi giorni porta al centro di questa iniziativa anche l’attacco all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e la difesa della democrazia. Ne parliamo con Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom Cgil, ed esponente di rilievo della mozione «La Cgil che vogliamo», uscita in minoranza dal voto delle varie assemblee (tra luoghi di lavoro e pensionati).
La piattaforma dello sciopero, visto quello che sta succedendo, va estesa?
La scadenza del 12 non può che mettere al centro la questione del lavoro, intesa da un lato come diritti – come l’articolo 18 – e nello stesso tempo come lotta alla precarietà. Perché il disegno di governo e Confindustria mi sembra del tutto esplicito. L’operazione sull’articolo 18 arriva dopo diversi interventi miranti a smantellare tutte le tutele; e dopo aver introdotto altre due tipologie di lavoro precario (il lavoro a chiamata e quello in affitto). Mettendo tutto insieme, mi pare che il governo stia utilizzando la crisi per ridisegnare l’assetto sociale del paese, prefigurando un precariato di massa e l’assenza di tutele. Sostituite da arbitrato, conciliazione, ecc. Dove il lavoratore è solo e indifeso. Articolo 18 e arbitrato. Perché non c’è stata nessuna iniziativa visibile, prima?
Ci sono stati evidenti limiti da parte nostra. Anche se il sindacato è stato l’unico soggetto ad avere in qualche modo visto il problema. Ma non c’è dubbio che c’è stata una sottovalutazione e che ora va ripresa l’iniziativa. A partire dallo sciopero del 12 – che non può essere una tantum o di testimonianza – va aperta una vertenza vera con governo e Confindustria. Siamo di fronte a un processo che non si può non vedere. Così come è evidente che con Cisl e Uil siamo di fronte a divergenze strategiche; e che parlare di unità in questa fase non è nell’ordine delle cose. Bisogna prendere atto che c’è un pluralismo sindacale e che vanno definite le regole democratiche che ne tengano conto.
Non basta il ricorso alla Corte costituzionale?
Il ricorso alla Consulta va bene. Ma non può essere l’unica iniziativa, né sul piano legislativo né su quello del rapporto con i lavoratori. Non è pensabile che su percorso conciliativo e arbitrato si faccia la solita storia della «riduzione del danno». Perché la legge che hanno approvato è chiarissima: o fate un accordo tra le parti entro un anno, oppure si applicano quelle regole.
Il congresso della Cgil è già formalmente chiuso, dopo il voto?
La discussione congressuale parte da un voto da cui non si può prescindere. C’è la questione aperta della credibilità del voto in ampie zone del paese. E il congresso non potrà non affrontare le questioni che riguardano la vita interna e la democratizzazione della Cgil. Così come su molte altre questioni. Con quello che sta succedendo in questi giorni, anche quale deve essere la risposta del sindacato non potrà non essere oggetto di discussione. Stanno smantellando tutte le tutele, pezzo per pezzo; un attacco che abbiamo respinto nel 2002, ma che ora sta passando. Questo è il fatto.
I rischi per la democrazia: entrano anch’essi nella giornata del 12?
Penso che sia una questione che ci deve entrare con forza. L’attacco all’articolo 18 resta una delle questioni prioritarie da cui partire. Ma c’è un rapporto assolutamente evidente tra quello che succede a livello sindacale e la torsione autoritaria a livello politico generale. E’ in azione un’idea di società assolutamente autoritaria. Ai lavoratori impediscono già ora di votare i propri contratti. Sarebbe bene che le diverse questioni e le diverse sensibilità trovassero la capacità di ascolto reciproco, di tessitura di valori comuni. Non si salva la democrazia sacrificando i lavoratori. Penso che ci sia stata una sottovalutazione, da parte della politica, di quel che sta succedendo nel mondo del lavoro. Articolo 18 e diritto di voto sul contratto sono questioni di democrazia. Non è una questione solo sindacale. Anche questo richiama l’involuzione autoritaria del paese. E in qualche modo l’ha preparata.