Il lato oscuro delle Coop

13/11/2007
    15 novembre 2007 – ANNO XLV N.46

    Pagine 150/156 – Economia

    Il lato oscuro delle Coop

      INCHIESTA – Precariato diffuso, lavori ceduti all’esterno, dominio dei sindacati confederali, cause di lavoro… Ecco come tanti lavorano nelle Coop.

        di Marco Cobianchi

          Precariato oltre i limiti, monopolio di fatto dei sindacati confederali, lavori dati in appalto in modo disinvolto… Ma che succede alle Coop? Il regno della mutualità, della solidarietà e del rispetto del lavoro e dei lavoratori sembra essere in realtà, se si ascoltano i suoi stessi dipendenti, un’azienda non così buona come vorrebbe far credere. Le Coop, imprese di riferimento della sinistra, con la quale condividono gli ideali, si comportano nella pratica come tutte le altre imprese. A volte anche peggio.

          Un esempio? Alla Unicoop Tirreno su 6.065 lavoratori, a fine 2006, 1.280 sono assunti a tempo, cioè oltre il 21 per cento: anche se il contratto nazionale di distribuzione cooperativa (in fase di rinnovo) prevede che in ogni unità produttiva non si possa superare il 15 per cento.

          Un limite «facilmente aggirabile grazie a numerose deroghe» spiega l’avvocato Olga Simeoni che ha assistito diversi lavoratori, alcuni dei quali con 30 contratti a termine sulle spalle, che hanno fatto causa per vedersi riconoscere il contratto a tempo indeterminato. «Il modo che era più usato per superare il tetto» prosegue Simeoni «erano i cosiddetti contratti di sostituzione: cioè si assumeva a tempo determinato una persona che ne sostituiva un’altra. Solo che nei numerosi contratti che mi sono stati sottoposti non era scritto chi veniva sostituito e così si poteva superare surrettiziamente il famoso limite. Ci sono volute diverse sentenze della Corte di giustizia europea, oltre che un intervento della legislazione italiana, per obbligare anche le Coop a indicare il nome e il cognome della persona che viene sostituita».

          Un’altra deroga, che i sindacati confederali hanno accettato, riguarda i negozi di nuova apertura: possono essere gestiti da una quantità di precari superiore ai limiti fissati dal contratto per un periodo che può arrivare fino a 24 mesi. Il fatto strano è che da nessuna parte è scritto di quanto si può eccedere: «Ciò significa che teoricamente anche tutti gli assunti in un nuovo punto vendita possono essere precari» rimarca Simeoni.

          «Il precariato è una sofferenza che riguarda tutto il settore della distribuzione e quindi anche le Coop» conferma Luigi Coppini della Filcams Cgil nazionale.

          Un’altra pratica diffusa nel sistema Coop è assumere part-time e, contemporaneamente, far firmare al lavoratore il cosiddetto patto modificativo che consente all’azienda di cambiare, unilateralmente e con brevissimo preavviso, l’orario di lavoro. Se non si accetta, essere assunti diventa molto difficile.

          Alla Coop Adriatica, stando ai dati ufficiali, il lavoro precario è pari al 13,6 per cento. Però, afferma il dipendente Davide (nome di fantasia, come gli altri citati nell’articolo, perché nessuno vuole esporsi con nome e cognome), «nel nostro ipermercato i lavoratori a tempo sono la maggioranza assoluta. Ci sono quarantenni, cinquantenni che vanno ancora avanti a forza di contratti di tre mesi in tre mesi. Quando gliene fanno uno di sei si fa festa».

          Già, ma i contratti a termine chi li decide? «I direttori dei singoli supermercati» cioè gli stessi ai quali da qualche anno è stata concessa la possibilità di incrementare il loro stipendio se raggiungono obiettivi di redditività e di fatturato. Esattamente come fa una qualsiasi impresa normale, cioè che non fa del rispetto dei lavoratori una bandiera come dicono le Coop.

          Tanto che quando è arrivato il momento di ristrutturare i processi lavorativi è stata chiamata la McKinsey, società di consulenza che incarna l’idea di efficientismo senza se e senza ma che forse stride con quello che dovrebbe essere il metodo di lavoro alla Coop.

          Così alla fine la Unicoop ha adottato il «numeratore personale»: ogni commesso dei banchi di pane, formaggi e salumi è dotato di un contatore che deve premere ogni volta che serve un cliente. Un meccanismo che, sostengono i critici, può servire a individuare il dipendente che lavora di più.

          «Da noi c’è di peggio» riferisce Francesca, una signora di 60 anni che lavora alla Coop Estense di Ferrara: «Si chiama filo diretto, chiunque può chiamare e lamentarsi del servizio di una cassiera o di un banconista. Chiunque vuol dire anche un folle, o uno che ce l’ha con te. Quando arriva una telefonata, si viene chiamati in direzione e si prende una lavata di testa, alla terza telefonata si rischia il licenziamento. Certo, non c’è nulla di scritto, ma la realtà è questa. Eppoi… ha presente CoopVoce?». CoopVoce è il marchio con il quale la Coop è entrata nel business della telefonia mobile. I clienti hanno raggiunto quota 100 mila. «Peccato che in nessun supermercato della regione sia stato assunto un solo nuovo addetto» spiega Francesca.

          «Le attivazioni sono un lavoro in più per gli attuali dipendenti che lo fanno senza aver ricevuto un aumento della retribuzione» aggiunge Giancarlo Desiderati, segretario della Flaica di Roma, aderente al sindacato di base. Ed è strano che su questo punto Cgil, Cisl e Uil non si siano inalberate. In effetti, quando si affronta il tema dei sindacati, i dipendenti rispondono parlando di un «muro di gomma» dei confederali, che sembrano preferire il quieto vivere allo scontro frontale.

          Forse a determinare questo atteggiamento c’è anche quell’articolo del contratto nazionale che obbliga ogni azienda cooperativa con oltre 200 dipendenti a pagare lo stipendio pieno a un dipendente perché svolga esclusivamente attività sindacale. Secondo i sindacati, quella norma è stata applicata solo per 9 persone ed è stata integrata da un’altra norma in base alla quale le Coop stipendiano altri 9 sindacalisti a livello nazionale; tre per ogni organizzazione confederale, Cgil, Cisl e Uil.

          Alla fine succede che l’azienda stipendia i sindacalisti che dovrebbero controllarla. E il sistema è chiuso. Nel senso che molto difficilmente altri sindacati possono fare concorrenza ai confederali. A Roma, infatti, è in corso una causa (il 14 novembre è fissata la terza udienza) contro l’Unicoop Tirreno. Motivo: i sindacati di base, rispettando il contratto, hanno raccolto i consensi necessari per indire le elezioni delle rsu (rappresentanze sindacali unitarie) sui luoghi di lavoro. Il 18 settembre i confederali e l’azienda, in una sola notte, hanno cambiato il protocollo per la costituzione delle rsu stabilendo che le elezioni possono essere indette solo da Cgil, Cisl e Uil, firmatarie del contratto nazionale.

          I sindacati di base denunciano l’azienda per comportamento antisindacale e parte il processo. «Tutto vero, però sia chiaro, chiunque può candidarsi» replica Fabrizio Ungarelli della Cisl di Bologna. Ribatte Desiderati: «Solo che purtroppo solo gli assunti a tempo indeterminato possono permettersi il lusso di partecipare attivamente alla vita sindacale, quelli che hanno contratti a tempo rischiano seriamente di non vederselo rinnovato».

          Come succede, in fondo, in molte aziende. «Che le Coop siano migliori di altre aziende è una favola. I problemi che abbiamo con loro sono esattamente gli stessi che affrontiamo con le altre imprese. Identici» avverte Ungarelli della Cisl bolognese. «Lo spirito mutualistico non c’è più da tempo e anche noi facciamo fatica a entrare nelle aziende a causa di un rapporto biunivoco tra la Cgil e l’organizzazione delle cooperative».

          Biunivoco, forse, è dire poco. A Bologna l’ultimo contratto integrativo fra i sindacati e la Coop Adriatica è stato firmato solo dalla Cgil con l’opposizione della Cisl e della Uil. Il motivo? L’accordo prevede la possibilità di affidare all’esterno un’attività tipica dei supermercati: l’allestimento dei banconi nelle corsie. Proposta accettata, contratto firmato, referendum tra i lavoratori favorevole. Il risultato è che la sistemazione dei prodotti sui banconi è stata affidata a una cooperativa, la Coop Saragozza di Bologna, uno dei simboli della mutualità cittadina, che è finita in crisi e adesso rischia il fallimento, la messa in mobilità di un centinaio di soci-dipendenti e l’asta delle proprietà immobiliari alle quali, si dice sotto i portici bolognesi, proprio la Coop è interessata. «Quell’accordo è stato un punto di compromesso» ammette Ramona Campari, segretario della Cgil del commercio bolognese, «e nel prossimo contratto potrebbe rientrare».

          In tema di «esternalizzazioni» anche la Unicoop di Firenze non scherza. Un anno fa ha appaltato alla cooperativa Cft i turni di lavoro pomeridiano e notturno al magazzino merci di Scandicci provocando uno sciopero spontaneo.

          Appaltando all’esterno il lavoro, la Unicoop Firenze ha un vantaggio molto forte: un proprio dipendente guadagna in media 1.200 euro al mese per 36 ore la settimana, uno della Cft, dove all’80 per cento sono extracomunitari, prende poco più di 800 euro per 40 ore.

          «Guardi che 20 anni fa era tutto diverso» s’infervora Sara che lavora alla Coop Adriatica. «C’era un clima davvero diverso, si era orgogliosi di stare alle Coop. Ma la concorrenza è la concorrenza e i prezzi più di tanto non si possono abbassare, allora si va di precariato e appalti per risparmiare sul lavoro». Stefano, ex dipendente della Coop Estense, la spiega così: «Si è spremuti al massimo con orari difficili da sostenere, con cassiere che lavorano anche 8 ore di fila con un intervallo di solo mezz’ora, che non sarebbe legittimo».
          Stefano dopo aver denuncia
          to la cooperativa (causa vinta) è un libero professionista. Forse accetterebbe di essere citato con nome e cognome… «Meglio di no, ho una parente che sta ancora lì, alle Coop».

          (mcobian@mondadori.it)