Il job sharing cerca spazio

30/10/2002




          30 ottobre 2002

          LAVORO
          Il job sharing cerca spazio


          MILANO – Da una prassi aziendale a un tipologia contrattuale normata. Si concretizza in questo passaggio, che suona come tecnico ma che ha una rilevanza sostanziale, una delle novità contrattuali più rilevanti della riforma del mercato del lavoro, su cui il Governo punta per stimolare la crescita occupazionale: l’introduzione del job sharing, vale a dire il lavoro ripartito, e del job on call, ovvero il lavoro a chiamata. Si tratta di due tipologie abbastanza inedite per il panorama italiano, ma non del tutto sconosciute, che ora escono dai limiti delle sperimentazioni aziendali per diventare veri e propri istituti giuridici, al pari del lavoro part time, o del contratto a tempo determinato o del contratto di apprendistato. Una «nobilitazione» che è coincide soprattutto con una regolamentazione degli aspetti normativi, rimuovendo quell’alone di "vaghezza" giuridica che finora ne ha ostacolato il decollo. A ripercorrere i precedenti, per la verità contati sulle dita di una mano, quello della scarsa regolamentazione giuridica emerge infatti proprio come un elemento ricorrerente. Questo vale in particolare per lo job sharing, strumento di origine statunitense, che finora ha avuto una scarsissima applicazione nelle realtà aziendali italiane – se ne era parlato ad esempio nel 2000 in occasione del rinnovo contrattuale del comparto tessile ma senza alcun esito concreto – proprio a causa della mancanza di una specifica regolamentazione. Tanto che, per sollecitarne la diffusione, nel 1998 il ministero del Lavoro, con una circolare, aveva fornito le prime precisazione fissando peraltro in modo definitivo che cosa si dovesse intendere per job sharing, e cioè: «Un contratto di lavoro subordinato con il quale due o più lavoratori si assumono in solido l’adempimento di un’unica obbligazione». Da allora lo job sharing è rimasto relegato nelle pagine dei testi di diritto del lavoro, bloccato oltre che dagli ostacoli normativi anche da quelli organizzativi legati all’alternanza dei lavoratori in particolare per le mansioni di media rilevanza e responsabilità. Unica eccezione, l’ultimo contratto alla Ferrero di Alba, siglato il 9 ottobre quindi in anticipo rispetto al varo del Ddl lavoro, che ha introdotto con il job sharing 50 posti per un totale di cento dipendenti. Ora il testo all’esame della Camera lo rende un istituto giuridico applicabile comunque e indipendentemente dalle intese aziendali. Così come diventa un istituto giuridico pure il lavoro a chiamata. La novità è che viene fissato il perimetro, entro il quale il contratto potrà essere stipulato, e cioè: «Nelle ipotesi previste dai contratti collettivi stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative su scala nazionale o, in via provvisoriamente sostitutiva, nei casi indicati con decreto dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali». Un passaggio questo che renderà difficilmente replicabile la bocciatura, dovuta al referendum voluto dalla Fiom, dell’unico accordo aziendale che finora lo prevedeva, quello all’Electrolux Zanussi. Grazie poi alla delega all’Esecutivo per disciplinare le nuove tipologie contrattuali, verranno definitivi anche gli aspetti contributivi.
          Serena Uccello