Il grido del premier: siamo senza una lira

25/10/2002




          (Del 25/10/2002 Sezione: Interni Pag. 10)
          «NIENTE DA FARE PER QUELLI PRESENTATI DAI SINGOLI DEPUTATI CHE VOGLIONO SODDISFARE LE ESIGENZE DEI LORO COLLEGI»
          Il grido del premier: siamo senza una lira
          Via libera solo alle proposte dell´Udc sul Mezzogiorno

          retroscena
          Ugo Magri


          ROMA
          VUOL sapere in due parole cosa abbiamo deciso? Che chi ha presentato l’emendamento di mercoledì sull’Irpef, ora se lo dovrà rimangiare. Anche perché ci costerebbe 400 milioni di euro, e noi proprio non ce li abbiamo…». Dalla cabina di regia del governo, l’incidente sulla Finanziaria occorso mercoledì in Commissione bilancio viene messo tra parentesi, come un episodio che non dovrà ripetersi più. «Non ci sarà un bis perché ci siamo dati un metodo di lavoro», insistono ai piani alti di Palazzo Chigi, «su cui tutti i leader della maggioranza sono d’accordo: via libera soltanto alle obiezioni pesanti, motivate, autorevolmente sostenute. Come quelle dell’Udc sul Mezzogiorno, tre-quattro in tutto. Finiranno in un maxi-emendamento alla legge finanziaria. Niente da fare, invece, per i piccoli emendamenti presentati dai singoli deputati, che servono a soddisfare soltanto le loro esigenze di collegio». E’ la linea del Piave su cui si sono attestati ieri Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini, Umberto Bossi e Marco Follini. Ai rispettivi capigruppo hanno affidato di comune accordo un compito particolarmente ingrato: decimare rapidamente e in massa le centinaia di emendamenti presentati dai propri «peones», cominciando dai più folcloristici e impresentabili (che sono tanti). Dovranno pronunciare parecchi niet, gli emissari del premier, ma si sa, prevenire è meglio che curare. Una sola eccezione verrà tollerata: per le riforme che non comportano spesa. «Su queste mostratevi comprensivi», ha suggerito il premier ai capigruppo, «ciò che non costa, non rappresenta un problema». Anzi può costituire una valvola di sfogo. Perché la pressione è davvero tanta. Lo stesso Berlusconi, secondo alcune ricostruzioni, ieri al vertice l’ha riconosciuto. «Comprendiamo le difficoltà dei nostri parlamentari… Lo so che dopo aver votato disciplinatamente per un anno intero aspettavano la Finanziaria per risolvere tante questioni locali… Ma anche loro devono capirci: non è che godiamo a dirgli di no, non è che ci divertiamo…». Mestiere arduo, quello del governare: «Io, che in passato ho guidato grandi imprese, non mi sono mai trovato in difficoltà paragonabili a quella in cui mi trovo oggi coi conti dello Stato», s’è sfogato il premier coi presidenti di due regioni «rosse», Umbria e Marche: «Siamo senza una lira», è stato il suo grido di dolore, subito rimbalzato all’esterno. Chi conosce bene il Cavaliere, e gli trascorre molte ore dappresso, suggerisce di non prenderlo troppo alla lettera. In realtà, un centinaio di milioni di euro, forse 150, sono lì a disposizione per far fronte alle emergenze politiche dell’ultim’ora. Se la rivolta dei deputati dovesse trasformarsi in rivoluzione, quei soldi sono pronti a materializzarsi. Certo, ha lamentato ieri Berlusconi, «non avremmo avuto tutti questi problemi se invece di abbassare le tasse ci fossimo comportati come i governi della sinistra, che le aumentavano». Ma il contratto con gli italiani parlava chiaro, «era un impegno cui dovevamo tener fede, per cui adesso siamo impegnati a star dentro i limiti di bilancio». Gli elettori locali sono delusi? Pazienza, invoca il premier: «Ditegli che in cambio di qualche piccola rinuncia abbiamo compiuto il miracolo, in questa congiuntura così negativa, di ridurre le tasse ai meno abbienti». Difficile dire quanto questo fervorino risulterà persuasivo. A tenere a bada i «peones» contribuirà assai di più delle buone parole l’unità che ieri s’è registrata nel condominio, spesso rissoso, della Casa delle libertà. Nessuno dei leader, a quanto pare, vuol fare da sponda ai delusi e agli scontenti. «C’è assoluta bonaccia», garantiva a sera il ministro dell’Udc Carlo Giovanardi. «Tutto è tranquillo, anzi tranquillissimo», certificava il portavoce del premier, Paolo Bonaiuti. Per regolare i conti nella maggioranza c’è tempo, se ne riparlerà senza fretta in primavera.