Il governo strappa la fiducia contro i pensionati

29/07/2004


        giovedì 29 luglio 2004



          Il governo strappa la fiducia contro i pensionati
          La maggioranza per un giorno si compatta alla Camera. Ma soffre l’ostruzionismo

          Marcella Ciarnelli


          ROMA Tira un sospiro di sollievo il premier mentre incassa la fiducia al governo sulla riforma delle pensioni. Anche questa volta è andata. Chissà come andrà alla prossima. Ancora una volta il meccanismo perverso del “io voto una cosa a te perché tu poi ne voti una a me” ha tenuto nonostante i rapporti tra le diverse anime della maggioranza siano logorati in modo palpabile. Il ricatto al posto del confronto politico. Risultato: su 481 presenti (e votanti) 333 sì e 148 no dall’opposizione impegnata in un massiccio ostruzionismo.

          Il presidente del Consiglio compare alla Camera solo nel tardo pomeriggio e, dopo aver deposto il suo voto nell’urna, tira via diritto per raggiungere casa sua. Si ferma solo un attimo per giustificare la decisione di porre la fiducia. Lo fa, ovviamente, a modo suo con un’interpretazione ardita della realtà. «È stato necessario farlo per non perdere tempo» contro «l’ostruzionismo della sinistra» dice il premier, manipolando a suo favore il fatto sostanziale che se lui non avesse posto la fiducia l’ostruzionismo non ci sarebbe stato.


          Non sorride il premier. Anzi, appare abbastanza nervoso, nonostante il suo portavoce abbia continuato a parlare di un clima «sereno» nella coalizione e di quanto il premier sia «tranquillo». In realtà le tensioni sono visibili. Con la Lega, innanzitutto. Che voterà la fiducia ma pretende che il federalismo non sia rinviato a settembre anche perché, sottolinea il neo ministro Calderoli «si va avanti…con lo stipendio che prendiamo possiamo lavorare anche ad agosto».


          Una minaccia che piomba sui parlamentari con bermuda incorporato già pronti per partire per le ferie. Ma l’ostruzionismo dell’opposizione li tiene ancora lontani dall’ombrellone. Tanto più che, una volta votato il provvedimento sulle pensioni, bisognerà passare ad altri decreti a cominciare da quello sull’Alitalia, passare al riordino del settore energetico e poi, alla fine, solo alla fine, alle riforme istituzionali. Con il rischio che questo avvenga nel deserto. E, quindi, slitti a settembre. Perciò sul confronto aspro di ieri ha pesato l’incognita di una possibile richiesta da parte dei leghisti di un’inversione dell’ordine del giorno per garantirsi che quello che interessa loro vada in porto. I lavoratori dell’Alitalia possono aspettare.


          La richiesta non è stata finora avanzata. Uscendo dalla Camera, ieri sera, il presidente Casini ha ribadito: «C’è un ordine del giorno che è stato varato da due conferenze dei capigruppo, per cui non c’è niente di nuovo». I leghisti devono frenare. Si prosegue sul programma tracciato. Non è ancora stato deciso se con l’interruzione per il fine settimana o proseguendo ad oltranza. In tutti e due i casi resta alto il rischio di una presenza scarsa. E, quindi, di un’esplosione di rabbia della Lega che per ora, hanno confermato gli esponenti più in vista, si fidano dell’impegno di Berlusconi che ha garantito loro che il federalismo sarà incardinato prima delle vacanze in modo di imporre, alla ripresa di settembre, i tempi contingentati per l’approvazione.


          La giornata di Berlusconi non è stata delle migliori. E non è bastata a rasserenarla la lunga telefonata del premier con l’amico Vladimir Putin che, però, il Cremlino ci ha tenuto a precisare essere avvenuta «su iniziativa italiana» magari per il solito invito al presidente russo a fare un paio di giorni di vacanza in Sardegna come farà Tony Blair. Alle 16, inesorabili, si sono presentati a Palazzo Chigi i rappresentanti delle parti sociali per il secondo round sul Dpef. «Un incontro utile» dirà poi il premier che ha cercato di imporre, come al solito il suo copione, ma è stato sconfitto con perdite.

          L’ottimismo che ha cercato di seminare non ha portato raccolto. Nonostante i suoi sforzi cabarettistici. Nonostante abbia raccontato per l’ennesima volta la solita barzelletta del vecchio indiano sulla montagna che fa le previsioni del tempo. Una storiella che non fa neanche ridere, anzi fa un po’ tristezza. In tema, non ce l’ha fatta il premier a nascondere la nostalgia che ha di Giulio Tremonti. Ha voluto ricordare «la sua genialità e la sua finanza creativa che avevano ottenuto buoni risultati». Peccato per quella «spigolosità di carattere verso gli interlocutori e verso i suoi stessi colleghi». Comunque questo è un problema che «con il ministro Siniscalco abbiamo superato» ha detto guardando al nuovo ministro dell’Economia, sulle cui spalle non ha mancato di riversare tutte le scelte del Dpef che sono state contestate dalle parti sociali, a cominciare dalle tasse raddoppiate sulla seconda casa. «Che volete farci lui è un tecnico» ha detto rivolto al nuovo inquilino di via XX settembre cui toccherà da agosto la difficile scrittura della prossima Finanziaria.

          Il governatore della Regione Lazio, Francesco Storace, ha ricordato al ministro che «la collaborazione istituzionale dovrebbe significare proprio la scrittura della manovra fatta insieme dal governo e dalle Regioni». Insomma quella «concertazione istituzionale di cui lei ha scritto sul sito della Fondazione Italianieuropei». Cielo, quella di Amato e D’Alema. È sbiancato il premier. «Che…l’hai scritto proprio tu?». Mamma mia, il nemico in casa.


          Che brutta giornata.