Il governo stanga i pensionati

16/01/2004





 
   
16 Gennaio 2004

 
Il governo stanga i pensionati
Rapporto Spi-Cgil fa giustizia delle mille promesse: taglio agli assegni da tasse e fiscal drag
CARLA CASALINI


La campagna pubblicitaria della destra, gli spot a reti unificate interpretati direttamente dal presidente del consiglio a consumo dei «pensionati italiani», sono stati targati fin dall’inizio su un preciso obiettivo e su quel tasto continuano a battere: chi è già in pensione non deve temere, le sue condizione, i «diritti» restano intatti, e semmai aumentano. La «riforma previdenziale» che Tremonti e Maroni intendono far passare
resistendo agli scioperi, all’opposizione di tutti i sindacati, riguarderebbe riottosi lavoratori «privilegiati» che si oppongono alla «salvezza» delle pensioni future. Dopo quasi due anni di governo le donne e uomini che sono «già» in pensione possono misurare le promesse mediatiche sull’esperienza di una dolorosa realtà: chi già aveva uno scarso reddito si ritrova ancor più povero, e più insicuro perché assieme alla pensione sono ridotte anche tutte le risorse sociali che possono rispondere al bisogno di salute, di assistenza.

Le inchieste dello Spi-Cgil, hanno già documentato il degrado di condizione delle pensioni «minime», quelle sotto la soglia di ogni imponibile fiscale. Ieri, corroborato da uno studio del Cer (Centro ricerca europeo) il sindacato dei pensionati ha presentato un rapporto dal titolo «Una finanziaria in conflitto», con le cifre di quanto il fisco di Berlusconi ha già rubato direttamente ai pensionati poveri (assieme agli operai e ai disoccupati) sia con il peso delle tasse, sia con la mancata restituzione di 900 milioni di euro di fiscal drag. Con in più il peso di una riduzione delle risorse per le «politiche sociali», che nelle tre successive finanziarie del centrodestra sono scese da 12 miliardi di euro per il 2002, ai 6 miliardi del 2003, a soli 800 milioni per quest’anno.

Per le politiche sociali c’è ancora un dato di controprova della filosofia berlusconiana di fastidio per i beni comuni essenziali e per chi ha meno risorse. I tagli dei «trasferimenti» agli enti locali che forniscono quei «servizi alla persona» (salute, istruzione, assistenza, trasporto»), che senza risorse vengono ridotti, e fatti pagare più cari. Con la particolarità di quella compartecipazione dello stato al finanziamento del «reddito di ultima istanza» istituito dalle regioni per i nuclei familiari a rischio di «esclusione sociale», che è stato appena decurtato per finanziare le «famiglie che iscrivono i figli nelle scuole private».

Ma veniamo alla stangata sul reddito da pensione: che di base già perde quota nel tempo (rispetto ai redditi di chi lavora) perché orami è legato solo alla «perequazione» rispetto ai prezzi. Bene, per quanto riguarda l’effetto delle tasse, il drenaggio fiscale porta a un aumento nel tempo che limita, verso il basso», l’estensione del «meccanismo di perequazione». Ad esempio, per una pensione di 7500 euro, la «perequazione sarebbe completamente assorbita dall’effetto del drenaggio». Ma basti dire che oggi una pensione di 7.000 euro perde l’8%, e 7% una pensione di 20mila euro, per capire, sottolinea il Cer, la natura «regressiva del fiscal draga».

«Regressivo» è aggettivo che ricorre spesso a segnalare l’ingiustizia dei provvedimenti berlusconiani. Sottolineata dalle parole della segretaria dello Spi-Cgil Betti Leone, e contestata dallo sciopero programmato dai pensionati di tutti e tre i sindacati confederali. Lo scandalo, nella condizione dei pensionati, si accentua nella mancata «restituzione» del fiscal drag, che questo governo blocca da due anni e che la legge prescrive sia dovuta per la maggiore imposta determinata dalla parte di inflazione che «eccede il 2%», attraverso un «adeguamento delle detrazioni». Bene, la violazione del governo comporta una sottrazione di 890 milioni di euro, e nel 2003 ha significato «un aggravio di imposta di 2,5 miliardi di euro per i cittadini». Se il blocco continua, si arriverebbe a una perdita dell’80% dei redditi di 5-600 euro al mese. Si consideri che l’insieme del combinato disposto comporta una perdita molto forte proprio per i redditi annui sotto i 10mila euro (ma ci perdono tutti fino a 25 mila euro).

Si potrebbe continuare – l’analisi è dettagliatissima – ma il rapporto del Cer critica anche la delega del governo che vuole colpire le pensioni imminenti e future con la decontribuzione dei nuovi assunti; e rileva le negatività di quegli «incentivi» per far restare le persone al lavoro, che intende colpire le pensioni di anzianità.

In premessa il Cer nota che si registra già uno spontaneo allungamento degli anni di lavoro, da parte di chi potrebbe andare in pensione di «anzianità» (oggi con 35 anni di contributi e 57 di età). Infatti già la riforma Dini ha penalizzato le pensioni, perciò individualmente si cerca di recuperare con più tempo di lavoro; chi poi nel `95 aveva meno di 18 anni di contributi, è orami infilato in quel sistema puramente «contributivo», che a regime farà calare la pensione dal 70 al 45% della retribuzione.

Su questo andamento, la decontribuzione per i nuovi assunti interverrebbe non solo togliendo reddito alle future pensioni, ma anche determinando un disavanzo nel sistema pensionistico, una volta a regime, di 20 miliardi di euro. Quanto agli «incentivi» per «restare al lavoro» due anni in più, per chi ha famiglia conviene solo per retribuzioni sopra i 7270 euro.